14/12/2015, 00.00
ASIA
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Cop21: l’accordo “storico” di Parigi sul clima ha qualche difetto

Le decisioni saranno messe in pratica solo dopo il 2018. C’è entusiasmo soprattutto nel mondo dell’industria delle energie rinnovabili, che assorbiranno il 59% degli investimenti nei prossimi 10 anni. Per gli scienziati è un buon accordo, ma va attuato con decisione. I Paesi insulari si sentono minacciati già dall’incremento della temperatura di 1,5 gradi.

Parigi (AsiaNews) – L’accordo emerso a conclusione della Conferenza di Parigi sul clima (Cop21) è stato accolto con entusiasmo dall’assemblea, ma qua e là serpeggiano scontentezze per la lentezza con cui esso sarà attuato. I più felici sembrano essere le industrie – soprattutto quelle delle energie rinnovabili – che vedono aperto un campo e un mercato in decisa crescita.

Sotto i 2 gradi

L’accordo prevede l’impegno da parte della comunità internazionale a mantenere l’incremento della temperatura del pianeta “ben al di sotto dei 2 gradi”, e di attuare sforzi per limitare l’incremento a 1,5 gradi.

Su 195 Paesi, 186 hanno già annunciato misure per limitare o ridurre le emissioni di gas serra entro il 2025-2030. Il problema è che se anche tutte queste misure vengono messe in atto, secondo vari scienziati la temperatura crescerebbe di circa 3 gradi. E i Paesi insulari – minacciati dall’essere sommersi dall’innalzamento del mare - affermano che essi sono in pericolo di vita già con l’incremento di 1,5 gradi.

Un altro elemento controverso è la revisione degli impegni, che dovrebbe avvenire ogni cinque anni. Nel 2018 si dovrebbe produrre un rapporto speciale per studiare come giungere al risultato dell’1,5 gradi; i 195 Paesi saranno invitati a prendere le decisioni conseguenti. La prima revisione obbligatoria sarebbe però nel 2025: forse troppo tardi.

Gli aiuti finanziari

Già nel 2009 i Paesi ricchi avevano promesso di versare 100 miliardi di dollari all’anno – a partire dal 2020 – per aiutare i Paesi in via di sviluppo alla transizione verso energie pulite e per affrontare i danni causati dal riscaldamento globale, essendo essi le prime vittime dal punto di vista dell’inquinamento, della desertificazione, dell’agricoltura. Nell’accordo di Parigi si riafferma che i 100 miliardi sono solo una “base” da arricchire via via. I Paesi sviluppati avevano chiesto con insistenza di non essere i soli a contribuire e domandavano  la partecipazione di Paesi come la Cina, la Corea del Sud, Singapore, i Paesi del petrolio.

La formula a cui si è giunti afferma l’impegno dei Paesi sviluppati e “incoraggia” altri Paesi a sostenere il fondo con donazioni volontarie.

I Paesi danneggiati

Un punto rimasto vago è l’aiuto da dare ai Paesi colpiti in modo irreversibile dai cambiamenti climatici. Il fatto che questo problema venga citato è una vittoria per i Paesi vulnerabili. Ma non si chiarisce il meccanismo con cui gli aiuti saranno distribuiti e chi dovrà sborsarli. Gli Stati Uniti, ritenuti fra i primi responsabili del riscaldamento, sono riusciti a inserire una frase per cui la questione degli aiuti non può servire da base per denunciare responsabilità o esigere ricompense.

Gli scienziati e le industrie

Nella comunità scientifica vi è discreta soddisfazione per l’accordo: tutti fanno notare che la direzione presa è quella giusta, ma occorre che tutti facciano la loro parte e si attui quanto deciso. Se ciò avviene, Secondo i climatologi, entro qualche decennio l’accordo potrà ridurre a zero l’utilizzo di energie fossili.

Massima soddisfazione invece per le industrie, che vedono un importante mercato nella transizione da energie che utilizzano carbone e petrolio a energie pulite (gas, eolico, solare, ecc..). Secondo studi dell’Onu, è necessaria una spesa di almeno 1000 miliardi di dollari all’anno per ridurre l’uso di carbone e frenare l’innalzamento delle temperature.

L’Agenzia internazionale dell’energia calcola che nei prossimi 10 anni, il campo delle rinnovabili assorbirà il 59% dei capitali nel settore energetico. Fra il 2026 e il 2040 raggiungerà il 75%.

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