07/03/2020, 08.00
PAKISTAN-CINA
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Corridoio Cina-Pakistan: quando la Belt and Road è una ‘strada verso il nulla’

di Emanuele Scimia

Completati solo un terzo dei progetti per sviluppare il collegamento terrestre tra Xinjiang e porto di Gwadar. Corruzione e problemi di sicurezza in Pakistan minacciano l’iniziativa. Pechino chiude i rubinetti sotto i colpi del coronavirus e della guerra commerciale con gli Usa. 644 miliardi di euro investiti finora nella Bri. Calo netto nell’ultimo anno. Gli investitori non cinesi diffidano delle reali intenzioni di Xi Jinping.

Roma (AsiaNews) – Una “strada verso il nulla”. Ecco che cosa è dopo quasi sette anni dal suo lancio il corridoio economico tra Cina e Pakistan (Cpec), parte della Belt and Road Initiative (Bri), il grande piano del presidente cinese Xi Jinping per accrescere il potere commerciale del suo Paese.

Il Cpec, che ha sulla carta un valore di 55 miliardi di euro, dovrebbe collegare lo Xinjiang, nel nord-ovest della Cina, con il porto pakistano di Gwadar sul Mar Arabico. Strade, porti, aeroporti, ferrovie, oleodotti, gasdotti, linee a fibra ottica e fabbriche: si tratta di una strategia a 360°. Ma sono stati completati meno di un terzo dei progetti legati al suo sviluppo.

Secondo quanto riporta Bloomberg, i pakistani sono convinti che l’area di Gwadar diventerà entro il 2030 il principale hub economico del Paese, e la sua prima fonte di reddito. Il suo traffico merci è però piuttosto scarso al momento. Un grande aeroporto collegato allo scalo doveva essere terminato più di tre anni fa: il sito dove dovrebbe sorgere è oggi una landa desolata.

Il fallimento è dovuto in parte alla corruzione che regna in Pakistan, e alla presenza di ribelli balochi nella regione. Il problema principale è però un altro: il crescente disimpegno cinese. Pechino è in difficoltà. La sua economia rischia di andare in recessione nel primo trimestre del 2020 a causa degli effetti del coronavirus di Wuhan. La guerra commerciale con gli Usa l’aveva già colpita in modo duro. Il Pil del gigante asiatico ha registrato nel 2019 la crescita più bassa degli ultimi 30 anni (6,1%).

Non sorprende dunque che i leader cinesi abbiamo chiuso i rubinetti, diminuendo gli investimenti nella Bri. Diversi progetti sono stati cancellati o ridimensionati in Paesi come Malaysia e Kenia; altri partner vogliono ridurre il livello di indebitamento con la Cina – Washington parla di “trappola del debito”, che rende queste nazioni schiave di Pechino.

L’impegno finanziario della Cina per la Bri è di 882 miliardi di euro. Secondo il China Global Investment Tracker, Pechino ha investito circa 644 miliardi di euro nell’iniziativa dal 2013 (anno del suo annuncio) al 2019. La spesa si è arrestata a 77 miliardi di euro nel 2019: l’anno precedente era stata di 117 miliardi. Il ministero del Commercio cinese ha pubblicato cifre anche inferiori per l’anno passato (66 miliardi di euro).

È evidente che la Cina non ha abbastanza fondi per mantenere le sue promesse. Ha inoltre il problema di non riuscire a coinvolgere altri investitori (Stati Uniti, Europa e Giappone su tutti), che vedono nelle nuove Vie della Seta il grimaldello di Xi per aumentare l’influenza geopolitica cinese.

Le istituzioni finanziarie di Pechino (come la China Exim Bank) vincolano poi la concessione dei prestiti nei progetti Bri alla partecipazione di imprese cinesi e richiedono per un dato progetto l’uso di una certa percentuale di materiali e componenti provenienti dalla Cina. Aspetto che discrimina le imprese non cinesi. La Bri ha spesso problemi di trasparenza, soprattutto per quanto riguarda la sua sostenibilità finanziaria. Anche questo è un freno alla partecipazione delle aziende occidentali, giapponesi, sudcoreane, ecc.

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