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» 12/08/2011 11:54
ASIA
Crisi economica: non basta un potere mondiale
di Bernardo Cervellera
Due anni fa i governi politici nazionali erano i salvatori degli istituti di credito; ora sembrano essere i più grandi nemici del benessere. La finanza mondiale, da “imputata” responsabile della crisi, passa a volere l’ultima parola e ad essere l’ultima autorità, senza controllo. I pericoli per la democrazia e la libertà. È necessaria un’autorità mondiale, ma verificata dai poteri nazionali. E soprattutto è necessaria una conversione dal criterio (unico) del profitto materiale allo sviluppo integrale, come suggerisce la “Caritas in veritate”.

Roma (AsiaNews) - La crisi economica globale sta prendendo una piega curiosa. Con le ultime bordate sul debito Usa, i possibili declassamenti del credito francese, gli scossoni sui Bot italiani, gli scricchiolii dell’ economia spagnola, e i tonfi irlandese, portoghese, islandese e greco, di fatto questa crisi sta diventando una crisi politica mondiale, dove le leadership politiche vengono umiliate ed esautorate, fino a considerarle inutili perché incapaci a trovare soluzioni e stabilità.

Tutto ciò è curioso perché all’origine della crisi (quella dei crediti subprime negli Usa), le classi politiche erano viste come i “salvatori” e gli “imputati” erano gli istituti finanziari e di credito. E all’inizio, si era giunti fino a domandare un controllo (“politico”) sulla finanza mondiale, che aveva distrutto ricchezze e creato turbolenze, tradendo fiducia e non mostrando alcuna responsabilità sociale e morale.

Ma ad un certo punto è divenuto evidente che il sistema politico è succube proprio del sistema finanziario e le Banche centrali – come la Fed – hanno iniziato il salvataggio degli istituti di credito, pompando nelle loro gole denaro stampato di fresco, che salvava loro, ma penalizzava risparmiatori, impiegati, famiglie, aumentando il debito sovrano all’inverosimile.

Quanto detto è soprattutto legato agli Stati Uniti, ma in misura più piccola è avvenuto anche in Europa, fino a mettere in dubbio che l’Unione europea e l’euro siano una scelta buona per le economie nazionali.

Dopo poco più di un anno dalla crisi finanziaria del 2008-2009, gli istituto di credito sbandierano di nuovo “successi” e orgogliosi benefits per i loro dirigenti, ma per la gente comune vi è disoccupazione, miseria, precariato, povertà. Questo sta portando le popolazioni europee e americane a essere sempre più critiche verso la loro classe politica incapace a frenare la caduta economica e spesso (come in Italia) timorosa di fare sacrifici anche al suo interno.

Non va bene nemmeno per la classe politica cinese: la recessione che intacca Usa ed Europa, segna anche le prospettive dello sviluppo della Cina, la cui economia è troppo basata sulle esportazioni soprattutto verso queste due aree. Pechino ha cercato con un enorme programma di stimoli a correggere la rotta, ma ha creato anche nuovi problemi di inflazione; il tentativo di aumentare il reddito medio interno (e i consumi), ha portato molti imprenditori, anche cinesi, a produrre altrove, generando disoccupazione e tensioni sociali.

Anche nel caso della Cina si giunge dunque allo stesso risultato che negli Usa e in Europa: bollare la classe politica per l’incapacità dimostrata nel tenere le redini economiche del Paese.

Cina, Europa, Stati Uniti sono il cuore pulsante dell’economia mondiale. Se a questo aggiungiamo gli scossoni provocati in Medio oriente e in Africa del Nord dalla “primavera araba”, ci accorgiamo che quasi tutto il mondo (escluso forse il Kuwait e il Nord Europa scandinavo) soffre ormai di una crisi che non è solo economica, ma anche politica.

In questo frangente si fanno sempre più sostenute le richieste che vi sia un’autorità internazionale che controlli le economie nazionali, verifichi il valore delle monete, tenga conto dei movimenti finanziari.

Ma chi controllerà questa autorità? E come viene formata? Il mondo ha già esperienza di direttori del Fondo monetario internazionale (Fmi), o della Banca mondiale (Bm) o perfino della Banca europea, che vengono scelti in base a tante motivazioni, ma nessuna di esse molto chiara (collusione con la politica, con la finanza, con particolari lobby,….) e soprattutto lontano dalla vita delle comunità sociali.

Tutti conosciamo lo sciacallaggio del Fmi o della Bm nei confronti dei Paesi del Terzo mondo, consigliati “per il loro bene” a privatizzare, svendere, togliere ammortizzatori sociali pur di far entrare nel giogo della globalizzazione i Paesi in questione.

Se non si vuole immaginare un potere politico-economico mondiale, che come un nuovo imperatore gestisca la vita (appiattita) delle sue popolazioni, è necessario che una tale autorità – lasciando per ora la questione di come costituirla - per lo meno abbia come punto di verifica le democrazie e i poteri nazionali. Il “commissariamento” che tanti in questi giorni invocano per il bene della finanza mondiale, rischia di essere il maggior cappio alla democrazia e alla libertà.

Nell’enciclica “Caritas in veritate”, pubblicata durante la crisi del 2008-2009, Benedetto XVI sosteneva che “per non dare vita a un pericoloso potere universale di tipo monocratico, il governo della globalizzazione deve essere di tipo sussidiario, articolato su più livelli e su piani diversi, che collaborino reciprocamente… sia per non ledere la libertà, sia per risultare concretamente efficace” (n. 57).

Un altro punto che vale la pena sottolineare è la “qualità” di tali poteri internazionali. Fino ad ora le lobby finanziarie che stanno scuotendo il mondo sembrano non avere altro criterio che i numeri e il profitto ad ogni costo: nessuna cura per i milioni di americani che hanno perso il lavoro; per le centinaia di milioni di cinesi trattati come schiavi; per le masse del Medio oriente trascinate qua e là dalle politiche finanziare sul prezzo del grano…. Per non parlare delle politiche di aiuto ai Paesi poveri, condizionate dall’assunzione di campagne antidemografiche, abortiste e di sterilizzazione.

Anche qui ritorna quanto dice la “Caritas in veritate” – voce nel deserto – secondo cui la finanza “dopo il suo cattivo utilizzo che ha danneggiato l’economia reale”, deve ritornare ad essere “uno strumento finalizzato alla miglior produzione di ricchezza ed allo sviluppo” integrale delle persone e dei popoli (n.65).

Purtroppo le crisi che sconquassano la società mondiale in questi giorni mostrano che esse si dirigono verso una “conferma” del potere finanziario e del profitto materiale come unico criterio, rendendo tutti i Paesi dei “debitori”.

In qualche modo tutto questo è vero: da tempo ogni cittadino preferisce il credito (e i debiti) alla produttività e all’innovazione; creatività e studio valgono meno delle vendite di cose inutili o superate… Ma soprattutto, da tempo si preferisce il parassitismo al sacrificio e alla produzione da lavoro.

Tutto ciò rende evidente che per la crisi mondiale non basta nemmeno un’autorità ultima e sovrana che gestisca i profitti degli Stati: è necessaria una conversione a un nuovo e più completo modello di sviluppo, dove creatività e responsabilità abbiano il primo posto.

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