03/03/2010, 00.00
IRAQ
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Fra attentati e divisioni, l’Irak va al voto

di Layla Yousif Rahema
Oggi tre attacchi suicidi a Baquba. Il 7 marzo, le seconde elezioni del dopo-Saddam. Assieme a qualche piccolo successo, i molti problemi irrisolti fra sunniti, sciiti, curdi.
Baghdad (AsiaNews) – A quattro giorni dalle elezioni generali – le seconde dalla caduta di Saddam Hussein - l'Iraq è scosso dall'ennesima raffica di attentati. I deboli passi avanti verso la normalizzazione, mossi nel 2009, sono quasi vanificati e domenica 7 marzo andrà alle urne un Paese ancora lacerato nel suo interno e che non ha saputo risolvere i suoi problemi più profondi.
 
Oggi tre diversi attacchi suicidi hanno colpito la città di Baquba, a nord di Baghdad. Il bilancio è di 41 morti e 44 feriti di cui molti in gravi condizioni. Obiettivo dei kamikaze: l'ufficio della prefettura della provincia di Diyala, una stazione di polizia e il principale ospedale cittadino. Secondo la polizia, a farsi esplodere sarebbero stati “membri del gruppo sunnita islamico avversi alle forze di sicurezza statunitensi”. In città è in vigore il coprifuoco. In passato Baquba è già stata teatro di scontri tra i militanti islamici e le forze irachene appoggiate dagli Usa. L'esercito e la polizia nazionale sono impegnati in questi giorni in una vasta operazione (centinaia gli agenti coinvolti) di sicurezza per garantire il corretto svolgimento del voto il 7 marzo, cruciale non solo per la ripresa del Paese ma anche per gli equilibri regionali e quelli interni negli Usa che entro il prossimo anno dovrebbero completare il ritiro delle loro truppe.
 
Vanificati i deboli successi del 2009
 
Lo spettro delle violenze interetniche e confessionali, che non ha mai abbandonato il Paese dei due Fiumi, si fa più minaccioso in questa vigilia elettorale. Il 2009 era stato caratterizzato da episodi che facevano sperare in una normalizzazione: il ritiro delle truppe americane dalle città irachene alla fine di giugno, una sensibile diminuzione della violenza nel Paese (con gli attentati non più diretti sui civili in modo indiscriminato ma su obiettivi istituzionali) e le elezioni provinciali di gennaio. Queste avevano segnato una battuta d’arresto per i partiti d'ispirazione settaria e l’affermazione dell’Alleanza per lo Stato di diritto, la nuova lista guidata dal primo ministro Nouri al-Maliki che intendeva proporsi come blocco politico di orientamento nazionale e non settario. Il voto, inoltre, aveva sancito l’accettazione del processo politico da parte dei sunniti, i quali avevano boicottato in massa le elezioni legislative del 2005.
 
Riaffiorano i conflitti latenti
 
Purtroppo, nessuno dei reali problemi insiti nella crisi irachena (dalla questione curda e dello status di Kirkuk, alla riconciliazione tra sunniti e sciiti; dal federalismo, alla distribuzione delle risorse petrolifere del Paese) ha trovato una soluzione concreta. Com'era prevedibile, con l’approssimarsi delle nuove elezioni politiche (inizialmente previste per gennaio 2010) si sono riacutizzati i conflitti latenti: prima le estenuanti trattative per la legge elettorale - che hanno visto lo scontro tra sunniti e curdi per una maggiore rappresentanza politica e che hanno determinato il posticipo del voto - poi l’annuncio dell’esclusione di oltre 500 candidati dalle liste elettorali a seguito della campagna di “debaathificazione”. Il provvedimento ha penalizzato in gran parte i candidati laico-nazionalisti (ad esempio del blocco misto guidato dall'ex premier Iyad Allawi) e quelli sunniti, riaccendendo così lo scontro con gli sciiti.
 
Nonostante l'opposizione americana al bando dei candidati, il premier al-Maliki non ha ancora dato l’ordine di riammettere gli esclusi. La contromossa del governo, per riguadagnare il consenso dei sunniti a prendere parte alla consultazione, è stata la dichiarazione del reintegro di 20mila militari in servizio ai tempi di Saddam. Proposta da molti ritenuta demagogica e che non esclude lo scenario di una delegittimazione di tutto il processo elettorale, con il conseguente rischio di far ripiombare il Paese nel caos di una nuova guerra civile.
 
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