20/10/2009, 00.00
CINA – HONG KONG
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Hong Kong consegna alla Cina un dissidente di Tiananmen

È la prima volta che l’ex colonia rompe la formula “un Paese, due sistemi”, che garantisce i diritti civili e legali di chi si trova sul suo territorio. L’arrestato, Zhou Yongjun, è sparito nel nulla da più di un anno.

Hong Kong (AsiaNews/Scmp) – La polizia di confine di Hong Kong ha consegnato alle autorità cinesi Zhou Yongjun (nella foto), uno dei leader della protesta studentesca di piazza Tiananmen, rompendo di fatto la formula “un Paese, due sistemi”, che regola i rapporti fra la Cina e la ex colonia britannica. Zhou, residente negli Stati Uniti, è arrivato nell’isola da Macao: dopo aver presentato il passaporto (rilasciato con un nome di copertura dal governo malaysiano) è stato fermato dalle guardie, che lo hanno imprigionato per “problemi”. Dopo due giorni di detenzione, è stato chiuso in una macchina da alcuni dirigenti dell’ufficio Immigrazione e consegnato (oltre il confine) alle autorità cinesi.

 Dopo settimane di silenzio totale, la moglie di Zhou (madre della figlia di 18 mesi) ha ricevuto telefonate ed e-mail da un ex detenuto di una prigione di Shenzhen: l’uomo sostiene che il dissidente sia chiuso in quella galera. Il personale carcerario in servizio lì nega le accuse, ma dopo quattro mesi un altro detenuto ha affermato di averlo riconosciuto. Le autorità - anche quelle giuridiche - negano qualunque coinvolgimento e dichiarano di non sapere nulla di Zhou.

 Il governo di Hong Kong, retto da Donald Tsang Yam-kuen (considerato molto vicino a Pechino), non ha voluto commentare il caso. Secondo l’avvocato di Zhou, si tratta però della più grave violazione della formula “un Paese, due sistemi”, applicata sin dalla riconsegna alla Cina popolare dell’ex colonia da parte della Gran Bretagna. In pratica, la formula prevede il riconoscimento e la difesa dei diritti civili sul territorio di Hong Kong per altri 40 anni. Un consulente dell’immigrazione locale definisce il caso di Zhou “illegale, inspiegabile e senza precedenti”.

 Per la moglie dell’ex leader studentesco, Zhang Yuewei, si tratta di una “cospirazione evidente per abusare dei diritti umani”. Zhang è giunta ad Hong Kong la scorsa settimana per pubblicizzare il caso del suo compagno. L’ultima volta che si sono visti era il 26 settembre dell’anno scorso; Zhou, titolare di una Carta verde americana, “voleva venire qui per fare visita alla sua famiglia. Il padre ha avuto un infarto ed è parzialmente paralizzato, mentre la madre soffre di cuore”.

 Zhou è fuggito negli Stati Uniti nel 1992, tre anni dopo la sanguinosa repressione delle manifestazioni pro-democrazia di piazza Tiananmen. Ha provato a rientrare in Cina (sempre attraverso Hong Kong) nel 1998, ma è stato scoperto e imprigionato per tre anni con l’accuso di ingresso illegale nel Paese. Era tornato negli Usa nel 2002. Non riuscendo ad ottenere un visto di ingresso regolare, era stato costretto a comprare un passaporto falso. Secondo un avvocato cinese, che è riuscito a visitarlo in carcere, “è accusato di un non precisato crimine, compiuto però a Hong Kong”.

 Il caso inizia a sollevare diverse polemiche anche sul Territorio, dove il Capo dell’esecutivo Donald Tsang sta iniziando a ricevere richieste per un’inchiesta ufficiale. Infatti, la storia di Zhou spaventa i cittadini locali, i quali temono che essa sia l’apripista per la fine della formula garantista che li protegge. In effetti, non esiste un patto di estradizione fra la Cina e Hong Kong: se si viene arrestati nell’ex colonia per un qualunque reato, anche relativo all’immigrazione, si viene processati in loco o rimandati nel Paese d’origine.

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