03/09/2018, 12.22
SIRIA
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Idlib, attesa per l’offensiva: Chiesa siriana col ‘fiato sospeso’ e preoccupata per i civili

L’esercito governativo, col sostegno russo, pronto a sferrare l’attacco contro l’ultima roccaforte ribelle e jihadista nel Paese. Card. Zenari: Evitare il peggio. Vicario di Aleppo: Alla diplomazia internazionale il compito di trovare una soluzione. Ieri l’appello di papa Francesco all’Angelus. 

 

Damasco (AsiaNews) - La Chiesa cattolica siriana vive “con il fiato sospeso” per la “sicurezza dei civili” queste giornate di attesa, in vista dell’annunciata offensiva dell’esercito siriano - sostenuto dall’alleato russo nei cieli e da milizie sciite sulla terreno - nella provincia di Idlib. Situata nel nord del Paese, è l’ultima roccaforte ancora nelle mani dei gruppi anti-Assad e delle fazioni estremiste e jihadiste (da al Qaeda allo Stato islamico, ex Isis) rimaste. Dal nunzio apostolico a Damasco al vicario dei Latini di Aleppo, che ringraziano papa Francesco per il nuovo appello lanciato a favore della Siria e del suo popolo, la speranza comune è che la diplomazia internazionale “si muova e lavori” per trovare una soluzione al conflitto.

Ieri all’Angelus il pontefice ha rivolto un intervento accorato alla comunità internazionale, perché si eviti una ulteriore “catastrofe umanitaria” a Idlib, da dove “soffiano venti di guerra”. La situazione è complicata da giochi contrapposti fra Russia (e Iran, vicine a Damasco) e le potenze occidentali che continuano a difendere gli interessi di “ribelli” e galassia estremista, sostenuti da Arabia saudita ed Emirati. Da qui l’invito del papa “a tutti gli attori” perché continuino “ad avvalersi degli strumenti della diplomazia, del dialogo e dei negoziati, nel rispetto del Diritto umanitario internazionale e per salvaguardare le vite dei civili”.

Dopo Aleppo, la Ghouta orientale e Douma, la road map tracciata dal governo di Damasco per la riconquista del Paese punta ora decisa verso nord. Sottraendo il territorio dalle mani di ribelli e jihadisti, Bashar al-Assad (con l’aiuto di Vladimir Putin) potrà rimettere le mani su un’area strategica e riportare le lancette della Siria all’epoca precedente la rivolta, divampata nel marzo 2011 e poi trasformata in guerra per procura fra potenze straniere. 

Resterebbero escluse solo alcune zone curde nel nord e il settore centro meridionale (e orientale), perlopiù una terra di nessuno in gran parte desertica, oggi usata come rifugio dagli uomini del Califfato. Tuttavia, la campagna di Idlib potrebbe innescare una nuova crisi umanitaria con centinaia di migliaia (se non oltre un milione) di persone in fuga, sebbene sui numeri vi siano pareri contrastanti fra esperti e attivisti di ong sul campo. La prospettiva di nuovo esodo verso la Turchia, al di là dei numeri, preoccupa il presidente Recep Tayyip Erdogan che, in campagna elettorale, aveva promesso a più riprese il rientro dei rifugiati siriani oltreconfine, nel Paese di origine.

Interpellato da AsiaNews il nunzio apostolico a Damasco, card. Mario Zenari, ringrazia per le parole del pontefice che “non vanno commentate, ma ascoltate”. “La situazione - racconta il porporato - tiene tutti con il fiato sospeso e la speranza è che si possa giungere a una soluzione”. “Le Nazioni Unite e le più alte istanze - prosegue - confermano i timori e la tensione attorno a Idlib è palpabile, Speriamo che si possa muovere qualcosa e che venga evitato il peggio, soprattutto per i civili, Questo è ciò che ci auguriamo”. 

Le preoccupazioni del nunzio sono condivise dal vicario apostolico di Aleppo dei Latini, mons. Georges Abou Khazen, il quale ricorda che la priorità “è la protezione dei civili e la loro sicurezza”. Tuttavia, aggiunge, “va trovata una soluzione [per Idlib] perché non possono rimanere i jihadisti. Questo va contro la pace e va contro ogni logica”. “Le parole del pontefice - sottolinea il prelato - che ci è sempre stato vicino, ci hanno dato coraggio e speranza. Siamo fieri del papa, anche verso i musulmani che in più occasioni hanno accolto con favore i suoi interventi”. La speranza, conclude, è che “la diplomazia internazionale lavori per una soluzione, che metta fine alla minaccia salvaguardando la popolazione dell’area”.

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