12/06/2020, 08.58
TURCHIA
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Il 73% dei turchi favorevole alla trasformazione di Santa Sofia in moschea

di Marian Demir

È quanto emerge da un sondaggio elaborato da Areda Survey su un totale di circa 2500 intervistati. Il 22,4% è contrario e il 4,3% dice di non sapere. Sul fronte interno si rafforza la politica di controllo e repressione del governo. Approvata una legge che amplia i poteri del vigile di quartiere. Erdogan teme il calo di consensi. 

Istanbul (AsiaNews) - Il 73% dei cittadini turchi è favorevole alla riapertura di Santa Sofia a Istanbul - in origine una basilica, poi trasformata in moschea e oggi museo secondo il volere di Kemal Ataturk - al culto e alla preghiera per i musulmani. È quanto emerge da un sondaggio pubblicato in questi giorni e che alimenta la controversia attorno all’edificio, già al centro di una feroce polemica la scorsa settimana dopo che il presidente Recep Tayyip Erdogan aveva avallato la recita di una preghiera islamica al suo interno. 

Secondo un’inchiesta condotta da Areda Survey e pubblicata l’11 giugno, il 73,3% degli intervistati su un campione di 2414 persone hanno risposto in modo affermativo alla domanda: “Santa Sofia deve essere convertita in moschea e aperta al culto?”. Il 22,4% hanno risposto “no” e solo il 4,3% dice di non avere una opinione precisa in materia. 

Come esempio da seguire per Santa Sofia, gli esponenti della fazione nazionalista e radicale islamica - fra i quali lo stesso Erdogan, che ha puntato su queste carte per mantenere il potere - ricordano i casi della chiesa di Akdamar e del monastero di Sümela. Questi due luoghi di culto, in origine cristiani, sono diventati prima museo e oggi moschee a tutti gli effetti. 

Va peraltro aggiunto che l’attuale governo, guidato dal partito di maggioranza Akp, ha concesso anche ad altre religioni la possibilità di pregare in edifici che per lungo tempo erano stati interdetti al culto  e usati come musei o luoghi di cultura. Fra questi la chiesa armena di Surp Giragos a Diyarbakır, la grande sinagoga di Edirne e il monastero di Aho a Gercüş. Per la prima volta quest’anno gli ebrei di Turchia hanno celebrato la festa di Hanukkah (delle luci) in modo pubblico. 

Intanto sul fronte interno si rafforza la politica di controllo voluta dal governo e dallo stesso Erdogan, in calo di consensi per la gestione della pandemia di Covid-19 e la crisi economica e sociale che il virus ha innescato e alimentato. La nuova ondata di repressione segue l’approvazione da parte del Parlamento di una controversa legge che rafforza i compiti del “vigile di quartiere”, una forza parallela composta da circa 28mila persone. Grazie alla nuova norma essi possono ispezionare i passanti e i loro veicoli, verificare le identità e, se necessario, usare le loro armi.

Un’altra legge in corso di approvazione prevede l’obbligo per gli internauti di dotarsi di un numero di identificazione per accedere ai social e ai programmi di messaggistica; un’arma in più per contrastare il dissenso e le critiche online. Questa ossessione del controllo rappresenta l’ultima frontiera per il presidente turco, nel tentativo di rafforzare la morsa sul Paese. E questo avviene per un motivo elettorale: secondo gli ultimi sondaggi, infatti, Erdogan e il suo partito sembrano aver perso consenso, voti e potere di attrazione sul Paese. 

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