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    » 14/12/2006, 00.00

    CINA

    Il Fiume Giallo, culla della civiltà cinese, è “morto” per oltre il 60%



    Decine di migliaia di fabbriche chimiche scaricano rifiuti tossici e nocivi. Il Paese soffre per uno sviluppo economico che ha “sacrificato l’ambiente”.

    Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Non è potabile il 60% delle acque del Fiume Giallo, il secondo maggior fiume cinese. In Cina cresce l’inquinamento delle acque interne, causa di uno squilibrato sviluppo industriale e urbano che non si riesce a correggere.

    Il rapporto 2006 della Commissione per le risorse idriche del Fiume Giallo mostra che su 5.464 km di lunghezza, solo il 40% delle acque sono classificabili a livello 3, in una scala di qualità di 5.

    Ma Jun, capo dell’Istituto per gli affari pubblici e ambientali, spiega che al livello 3 “l’acqua può ancora essere bevuta, ma dopo specifici trattamenti”.

    Oltre il 36% del fiume è stato classificato al livello 5, il peggiore. Il fiume attraversa nove province settentrionali e fornisce acqua a 155 milioni di persone e al 15% dei terreni agricoli del Paese. Nel solo 2005 ha ricevuto 4,35 miliardi di tonnellate di scarichi idrici inquinanti, con un aumento di 88 milioni di tonnellate rispetto al 2004. Il 73% degli scarichi provengono da fabbriche che gettano i residui chimici nel fiume senza depurarli, con un aumento di 298 milioni di tonnellate in un anno.

    Il fiume, definito "la culla della civiltà cinese", vede anche diminuire la sua portata idrica. Nel 2005 ha portato al mare di Bohai solo 20,4 miliardi di metri cubi di acqua, circa lo stesso che nel 2004, nonostante gli sia stato portato l’afflusso di altri corsi idrici e sia aumentato il prezzo dell’acqua.

    Il 12 dicembre le autorità provinciali hanno detto che una cartiera a Lanzhou (Gansu) ha scaricato 2.500 tonnellate al giorno di acqua inquinata nel Wanchuan Creek, tributario del Fiume Giallo.  Per giorni oltre 40 km. del fiume sono stati di color mattone e hanno esalato gas maleodoranti e irritanti.

    Gli esperti osservano che oltre 21mila impianti chimici sono situati sulle rive dei fiumi e del mare e circa 11mila lungo i soli Fiume Giallo e Yangtze. All’inizio del 2006 Zhou Shengxian, direttore dell'Amministrazione statale per la protezione ambientale, ha avvertito che oltre 100 di questi impianti costituiscono “un serio rischio” per le risorse d’acqua potabile. Per Zhou, le cause di questa situazione “si devono cercare nella cieca corsa allo sviluppo economico fatta dai quadri locali in tutto la nazione”. “Nei primi dieci anni di vita della Repubblica popolare cinese – sottolinea – abbiamo privilegiato la crescita economica sacrificando l'ambiente”.

    La situazione è stata peggiorata dal rapido sviluppo urbano, spesso avvenuto senza attenzione per lo smaltimento dei rifiuti. Si calcola che oltre 400 delle 661 città hanno scarsità d’acqua potabile e 100 hanno “seri problemi”. Secondo dati del ministero delle Risorse idriche, nel 2005 sono stati scaricati oltre 70 miliardi di tonnellate di liquami inquinanti, di cui 45 miliardi in fiumi e laghi senza alcun trattamento depurante. Già nel 2005 erano considerati inquinati oltre il 70% di fiumi e laghi.

    Sempre nel 2005 Wang Shucheng, ministro per le Risorse idriche, ha avvertito che nelle campagne oltre 300 milioni di persone non hanno acqua potabile e centinaia di migliaia accusano gravi malattie per avere bevuto acqua che contiene fluoro, arsenico, solfato di sodio.

    La situazione è peggiorata da incidenti, come un anno fa l’esplosione in un impianto chimico a Jilin che ha causato il versamento nel fiume Songhua di oltre 100 tonnellate di sostanze tossiche, togliendo per giorni l’acqua potabile a milioni di persone distanti anche centinaia di km. (PB)

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