31/10/2012, 00.00
CINA – TIBET
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Il congresso del Partito comunista “può portare a una svolta per il Tibet”

di Nirmala Carvalho
Penpa Tsering, presidente del Parlamento tibetano in esilio, spiega ad AsiaNews le molte sfide che il cambiamento di leaderhsip in Cina porta con sé: “Devono cambiare in maniera radicale e diventare difensori, non persecutori, dei diritti umani”.

Lhasa (AsiaNews) - Il prossimo Congresso comunista "può cambiare molte cose. La Cina è un grande e potente Paese, ma deve cambiare rotta e scegliere di divenire un difensore e non un persecutore dei diritti umani. In Tibet le cose possono e devono cambiare". Lo dice ad AsiaNews Penpa Tsering, presidente del Parlamento tibetano in esilio in India.

Il politico, riconfermato lo scorso anno alla guida della Camera, spiega: "La Cina ha una popolazione che supera di molto il miliardo: noi speriamo che il prossimo cambiamento di leadership [l'8 novembre inizia il 18mo congresso del Partito comunista che sancirà la Quinta generazione di dirigenti ndr] possa portare una nuova era nel Paese. Un'era che porti con sé libertà, trasparenza e rispetto per i diritti umani".

Il boom economico cinese, continua Tsering, "è notevolissimo, ma purtroppo non tutti i nostri fratelli cinesi ne godono i frutti. A moltissimi di loro sono negati giusti salari e a sempre più persone non sono concessi i diritti di base. Noi speriamo che tutto questo cambi in meglio, per la Cina ma anche per il resto del mondo".

Per quanto riguarda il Tibet, il presidente del Parlamento è chiaro: "La politica cinese degli ultimi 60 anni ha fallito, e questo fallimento ha prodotto le drastiche e disperate auto-immolazioni nella regione. La mancanza di libertà fondamentali e di diritti umani, così come il tentativo di sradicare cultura e religione locale, hanno peggiorato la situazione: vogliamo che la nuova leadership interrompa questo brutale assalto al Tibet".

Per fare questo, conclude, "si può iniziare aprendo le carceri dove patiscono orribili torture i tibetani arrestati con accuse false e politiche. Molti di loro sono lì dalle proteste del 2008, ma ce ne sono altri che sono in prigione da molto più tempo. Speriamo che il nuovo regime scelga di divenire un difensore delle minoranze e voglia rispettare le norme internazionali. Prime fra tutte la libertà di espressione e quella religiosa".

 

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