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    » 08/07/2011, 00.00

    CINA

    Il crollo dell’economia della Cina



    Accelera l’inflazione, grandi banche cinesi perdono in borsa dopo che Moody’s ha detto che sono piene di “cattivi crediti”. Appare irreversibile la crisi del “boom economico” cinese. Esperti: occorre cambiare subito il modello di sviluppo, aumentando i diritti economici dei cittadini rispetto allo Stato.
    Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Inflazione a giugno oltre il 6%; gravi perdite in borsa per le grandi banche cinesi, dopo che il 5 luglio l’agenzia Moody’s ha espresso il timore che siano piene di crediti non recuperabili: crolla lo sviluppo cinese fondato sulla centralità dello Stato e sulla crescita infinita. Esperti avvertono che, per evitare un’iperinflazione non controllabile, occorre ridurre il peso dei governi e delle grandi aziende statali e ridare centralità ai diritti economici dei cittadini.

    Analisti ritengono che la crisi dell’economia cinese è ormai irreversibile: ha sviluppato industrie e infrastrutture, ma senza preoccuparsi di garantire a 1,3 miliardi di persone sanità, sicurezza sociale, pensione. Pechino ha fondato tutto sul mito di una crescita infinita, trainata dalle crescenti esportazioni e dalla produzione con manodopera a basso prezzo. Quando l’esportazione ha rallentato per la crisi finanziaria mondiale del 2009, il governo ha stimolato l’economia con finanziamenti per 586 miliardi di dollari: i finanziamenti sono stati erogati tramite le banche e i loro prestiti sono aumentati nel 2009 di 1.400 miliardi di dollari rispetto al 2006, l’aumento del denaro circolante è stato stimato del 29%. Ma questa massa di denaro (che ha avuto inevitabili ricadute inflattive) è stata solo in parte diretta a fini produttivi, mentre grandi fondi sono stati invece utilizzati per pure speculazioni (come l’acquisto di titoli azionari o di immobili).

    Lo sviluppo cinese è avvenuto a carico della popolazione e per arricchire i leader politici locali. Secondo uno studio di Gary Shilling, esperto economico e presidente dell’azienda di analisi e previsioni economiche e finanziarie A. Gary Shilling & Co., nel 2009 i 110 milioni di cinesi più abbienti erano l’8% della popolazione attiva (circa 700 milioni di persone), ma possedevano il 35% della ricchezza. La gran massa della popolazione non gode di assistenza medica gratuita o di pensione e dedica – sempre secondo quanto indica Shilling, in un articolo su Bloomberg - circa il 30% del redditi a spese sanitarie o per gli anziani. L’economista Andy Xie osserva che il reddito da lavoro di 1.3 miliardi di persone rappresenta solo il 40% del Pil.

    Al momento attuale, le esportazioni si contraggono per le crisi di Stati Uniti ed Europa; gli investimenti esteri si spostano verso Paesi come Vietnam e Pakistan dove la mano d’opera è meno costosa. La crescita delle esportazioni cinesi rallenta (dal 21% medio annuo del decennio scorso al 9,5% previsto nel 2011), ma Pechino non può più “stampare denaro” per spingere la crescita se non vuole una iperinflazione: l’inflazione a giugno è prevista del 6,2%; quella alimentare sarà circa il doppio (+11,7% a maggio). Peraltro i governi locali hanno usato parte dei molti finanziamenti erogati per fini speculativi, acquistando immobili e così alimentando una forte bolla speculativa immobiliare, che se esplode rischia di travolgere non solo il risparmio privato ma anche i bilanci pubblici.

    Il governo ha stimato debiti di governi locali e provinciali verso istituti finanziatori per 10.700 miliardi di yuan. Ma Moody’s il 5 luglio ha detto che il debito è pari ad almeno 12 mila miliardi di yuan (circa 1.800 miliardi di dollari) e ha ammonito che una quota tra l’8% e il 10% potrebbe essere di difficile riscossione, anche per il timore che molte somme siano state utilizzate per rischiose operazioni speculative, come investimenti immobiliari. “Non è chiaro – conclude l’agenzia – come [le banche] o le autorità cinesi pensino di affrontare il problema”. Nei giorni successivi l’annuncio, alcune grandi banche cinesi hanno avuto pesanti perdite in borsa.

    In questa situazione di crisi aperta, l’economista Andy Xie osserva oggi sul South China Morning Post che “il rallentamento della crescita cinese è positivo. E’ ormai troppo dipendente dalle spese dei governi locali con denaro prestato e dalla speculazione immobiliare. In questo sistema, una maggiore crescita porta a maggiori problemi pratici [per la popolazione]. Una minore crescita almeno significa che l’economia non precipita in modo maggiore”.

    Ora occorre – prosegue Xie - “cambiare il modello [di sviluppo] per portare benefici a una maggior parte della popolazione; usare meno risorse e inquinare meno. L’attuale modello di sviluppo beneficia in modo sproporzionato quei pochi che controllano i beni pubblici e i programmi di spesa”. Occorre invece dare più sicurezza sociale alla popolazione, che vede ogni giorno aumentare il costo della carne di maiale e diminuire il proprio potere d'acquisto.
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