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  • » 12/06/2017, 10.03

    CINA

    Il rapporto religione-Stato: eredità del passato confuciano, dubbio del presente anti-religioso

    Lai Pan-chiu

    Nella Cina premoderna l’imperatore era il capo supremo della religione confuciana, con un mandato divino, e controllava in modo autoritario le religioni. La Cina di oggi eredita il controllo su istituti e fedeli, ma sostituisce la teoria marxista al divino.

    Hong Kong (AsiaNews) – A causa della fenomenale crescita delle religioni e dalle complessità della relazione religione-Stato, questo tema è diventato un’importante area di ricerca per gli esperti di studi religiosi e di studi cinesi. Data la radicale divergenza sul rapporto religione-Stato nelle tradizioni cinesi e cristiane, le tensioni fra i cristiani e il governo contemporaneo cinese sono in una certa misura inevitabili. Tuttavia, considerando le alternative pluralistiche all’interno della tradizione cristiana e la significativa differenza fra il governo della Cina comunista e della Cina premoderna, sussiste anche la teorica possibilità di sviluppare un rapporto più stabile e pacifico fra lo Stato e le Chiese cristiane.

    A riguardo delle tradizioni religiose cinesi, la prima cosa che va detta è che lo Stato nella Cina premoderna non era interamente laico. In effetti, la religione ha giocato un ruolo importante nella legittimazione del governo tradizionale cinese. Forse si potrebbe anche dire che nella Cina premoderna, lo Stato stesso era a sua volta un’istituzione religiosa con l’imperatore come suo primo indovino e primo sacerdote. Il mandato divino doveva essere guadagnato e mantenuto non per nascita, ma per buone azioni o meriti, e nel celebrare importanti rituali religiosi in maniera appropriata, governando l’impero con efficacia. Quando c’è un disastro naturale, il re potrebbe dover compiere rituali e offrire preghiere per il suo popolo, inclusa la confessione e l’offerta al Cielo di portare il peso della colpa per il bene del suo popolo. Quindi, si suppone che lo Stato abbia il diritto di decidere quale è la vera religione permessa, e di distruggere tutte le eresie e le fedi oscene, che sono più o meno l’equivalente di quelle che nella Cina contemporanea sono etichettate come “culti malvagi”.

    Questo modello di “subordinazione della religione allo Stato” non si esprime solo nello stabilimento statale di uno specifico dipartimento per supervisionare e controllare le religioni permesse dal governo. Il controllo o intervento dello Stato ricopre non solo gli aspetti istituzionali e di personale, compresi il numero di templi, monaci e suore, ma le divinità da adorare. Infatti, oltre alla soppressione, lo Stato può anche assorbire la devozione di certe divinità originate a livello locale nel pantheon del culto statale. Per esempio, Mazu in passato era la dea che si credeva in grado di proteggere e salvare i pescatori o le persone che viaggiano per mare, ed era molto adorata nei villaggi costali della Cina sud-est. Lo Stato allora approvò il culto conferendogli vari titoli onorari associati alla funzione di proteggere la nazione e addirittura rendendo Mazu oggetto ufficiale di culto statale. La misura di assorbimento può naturalmente essere applicata non solo agli oggetti di adorazione, ma anche ai leader religiosi e alle organizzazioni religiose. Più importante ancora, questo modello era accettato dai leader religiosi, compresi i buddhisti. Il famoso monaco buddhista Dao’an scrisse: “Senza affidarci all’imperatore, è difficile promuovere le questioni della dharma” ed è arrivato a dire che “l’imperatore è il capo della religione”. Anche durante il periodo repubblicano, molti buddhisti si sono sforzati di riformare il buddhismo e alcuni di loro hanno cercato il sostegno del governo.

    Visto da una prospettiva storica, le politiche religiose del regime comunista cinese sono di facile comprensione e tuttavia discutibili. Sono comprensibili perché seguono le “abitudini” ereditate dalla Cina premoderna. Sono discutibili perché data la posizione ateistica del marxismo, il governo non dovrebbe appellarsi a nessuna divinità per legittimarsi. Anche se la teoria del diritto divino del re è stata respinta, rimane possibile legittimare il regime comunista presentando una teoria marxista della storia come la verità della storia. Ad ogni modo, con la posizione anti-religiosa proclamata dal marxismo, l’assorbimento o incorporazione della religione nello Stato è diventata molto più difficile che nella Cina premoderna. I rapporti religione-Stato nella Cina premoderna erano in modo significativo influenzati dal confucianesimo, che sosteneva ed era sostenuto da un sistema gerarchico socio-politico basato sulla discendenza. I seguaci dovevano essere obbedienti all’imperatore che rappresentava il pinnacolo della gerarchia. Uno dei seri problemi è che sulla base della teoria del diritto divino dell’imperatore, si credeva che l’imperatore avesse l’autorità di governare su qualsiasi cosa all’interno del proprio regno in assenza di qualsiasi meccanismo di controllo e contrappeso per limitare quest’autorità totalitaria. Le religioni, in particolare quelle di origine straniera, che non dipendono da questo sistema socio-politico di discendenza, erano spesso oggetto di sospetti, controllo o anche soppressione.

    Le tensioni nel rapporto Stato-Chiesa in Cina sono abbastanza simili e discendono da quelle del mondo occidentale. La scelta dei vescovi cattolici in Cina ripete i problemi di investitura dell’Europa medievale. Le modalità esatte sono oggetto di negoziato con lo Stato. Comunque, la Chiesa cattolica come linea di principio rigetta l’interferenza statale. Il caso del protestantesimo è relativamente più complicato perché le pratiche variano da confessione a confessione. Sotto il governo comunista, le Chiesa protestanti nella Cina continentale sono divenute post-confessionali nel senso che tutte le Chiese protestanti sono raccolte nel Movimento delle tre autonomie e nel Consiglio cristiano della Cina. La loro specifica visione teologica sulla relazione Stato-Chiesa influenza il reale rapporto fra le Chiese protestanti e il governo comunista.

    Il modello di “subordinazione della religione allo Stato” sembra inaccettabile per le Chiese protestanti perché viola il principio di separazione fra Chiesa e Stato. In ogni modo, il caso della Chiesa d’Inghilterra può essere evidenziato come esempio famoso per il riconoscimento del re o della regina come capo supremo in Terra. Nella fattualità, lo Stato può avere certi diritti o influenze nelle questioni ecclesiali, inclusa la scelta del clero. Come è accaduto, il vescovo Ding Guangxun è stato consacrato vescovo anglicano molto tempo prima di diventare leader sotto il governo comunista. In modo simile, l’attuale arcivescovo anglicano di Hong Kong ha accettato la nomina politica di servire come membro della Conferenza consultiva politica del popolo della Cina. Tuttavia, molti anglicani hanno rifiutato il modello e lasciato la Chiesa d’Inghilterra. Quindi, subordinare un singolo istituto clericale allo Stato potrebbe non essere una soluzione efficace. Per principio, il capo di Stato della Cina comunista deve essere un ateo e non un cristiano. Pertanto, è piuttosto difficile concepire, sia per la prospettiva comunista che cristiana, come questa persona possa essere proclamata “Capo supremo in terra” della Chiesa in Cina.

    L’esperienza dei cristiani cinesi contemporanei nella Cina continentale mostra che è di fondamentale importanza, prima, sviluppare lo Stato di diritto che limiti il potere amministrativo. Esso potrebbe garantire legalmente e proteggere con efficacia i diritti civili di libertà religiosa, e sviluppare un rapporto più sano fra Stato e religioni, in particolare cristianesimo, nella Cina contemporanea.

    Tratto da Institute of Sino-Christian Studies News, autunno 2016. Traduzione dall’inglese a cura di AsiaNews

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