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    » 18/01/2007, 00.00

    VATICANO - CINA

    Incontro in Vaticano sulla Chiesa in Cina

    Bernardo Cervellera

    Domani inizia un incontro di alcuni dicasteri vaticani sulla situazione della Chiesa in Cina. A tema le ambiguità di Pechino; i vescovi ordinati in modo illecito; l’unità della Chiesa ufficiale e sotterranea e, soprattutto, come eliminare l’influenza dell’Associazione Patriottica.

    Roma (AsiaNews) – Un incontro “privato” e “sub secreto” è stato indetto dal Vaticano a partire dal 19 gennaio. Esso sarà preceduto stasera da una cena comune nel collegio santa Marta. A tema vi è la situazione della Chiesa in Cina e i rapporti fra la Santa Sede e il governo cinese.  All’incontro partecipano i vertici della Segreteria di stato e della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, oltre a diverse personalità legate alla missione verso la Cina: il card. Joseph Zen, vescovo di Hong Kong; il card. Paul Shan, vescovo emerito di Kaohsiung (Taiwan); mons. José Lai Hung-seng, vescovo di Macao. Da Hong Kong sono giunti anche mons. John Tong, vescovo ausiliare, e il dott. Anthony Lam, esperto dell’Holy Spirit Study Centre, il centro diocesano di teologia e di documentazione sulla Cina.

     L’ambiguità del governo cinese

     Secondo voci raccolte da AsiaNews, il problema non è tanto quello annoso dei rapporti diplomatici, ma la situazione che si è prodotta con le 3 ordinazioni episcopali illecite avvenute durante il 2006.

    Esse sono avvenute in un momento di distensione, preceduti da una serie di segnali positivi del governo cinese, disposto a voler ricostruire i rapporti diplomatici. Né va dimenticato il fatto che ormai le ordinazioni episcopali procedevano secondo un accordo non scritto fra governo e Santa Sede, come nel caso delle ordinazioni di Suzhou, Shanghai, Xian, Wanxian, Shenyang.

     Le ordinazioni illecite di Kunming (30 aprile), Anhui (3 maggio) e Xuzhou (30 novembre) sono invece avvenute con un intervento molto pesante dell’Associazione Patriottica (Ap) e del Ministero degli affari religiosi. All’ultima ordinazione – a cui secondo alcune fonti erano presenti Liu Bainian, vice presidente dell’Ap, e  Ye Xiaowen, direttore dell’Ufficio affari religiosi, giunti da Pechino – l’Ap ha rapito due vescovi per farli presenziare al rito, ha minacciato candidato e vescovi concelebranti di ridurli in miseria e di colpire le loro famiglie se non si fossero sottoposti alla cerimonia; ha promesso soldi a tutti i fedeli per farli partecipare al rito.

     Pressioni, minacce, ricatti e menzogne  - in alcuni casi l’Ap ha proclamato in pubblico di essere d’accordo con la Santa Sede - sono avvenuti anche nelle altre ordinazioni, tanto che la Santa Sede ha denunciato queste operazioni come una “grave violazione della libertà religiosa”.

    Dopo tutte queste ordinazioni, l’ambasciatore cinese a Roma è giunto fino a “scusarsi” con il Vaticano, ma il problema per la Santa Sede è quello di capire quale fiducia dare a un governo che da una parte promette distensione, dall’altra permette – se non approva – pesanti violazioni ai diritti umani e religiosi.

     Il peso della scomunica

    All’interno della Chiesa il problema è come trattare i vescovi ordinati in modo illecito e quelli che hanno partecipato alle cerimonie. Le dichiarazioni vaticane contro le ordinazioni ( 4 maggio 2006; 2 dicembre 2006) citano la scomunica latae sententiae, ma lasciano aperta la possibilità che esse siano avvenute nella non piena volontà e nella costrizione dei diretti interessati, salvando in qualche modo la (buona) fede dei nuovi pastori.

     Le dichiarazioni vaticane dicono pure che  esse creano “divisioni nelle comunità diocesane” e tormentano “la coscienza di molti ecclesiastici e fedeli”. Fino ad ora la Santa Sede ha scusato tutti, ma fra i fedeli, i sacerdoti e i vescovi cinesi vi sono molti che si chiedono se non è giunto il tempo di rispondere alle pressioni dell’Ap con maggiore decisione. E pur non abbandonando i vescovi implicati, suggerire ed esigere che essi non esercitino il ministero per alcuni anni.

     Il problema è ancora più acuto nella chiesa sotterranea: i suoi vescovi, per essere fedeli alla Santa Sede, hanno subito per decenni prigionia e torture, rapimenti, controlli serrati e isolamento. Alcuni fedeli della chiesa clandestina, scrivendo ad AsiaNews hanno detto: “Non è tempo che anche i sacerdoti della Chiesa ufficiale abbiano il coraggio di soffrire per la fedeltà alla Santa Sede, come è nella tradizione di tanti martiri della Chiesa in Cina?”.

    È possibile che la Santa Sede dia in questo campo indicazioni più precise, per tenere più uniti i due rami della Chiesa - quella ufficiale e quella sotterranea – che negli ultimi 10 anni si sono sempre più riconciliate. Alcuni cattolici e vescovi della Cina hanno perfino chiesto che vi sia una lettera del Papa sull’unità della Chiesa in Cina.

     Eliminare l’Associazione Patriottica

     In ogni caso, governo cinese e Santa Sede si trovano di fronte a un bivio per valutare quale sia la funzione dell’Ap. Essa, nata come organismo di controllo delle attività religiose, è ormai divenuta la “proprietaria” della vita della Chiesa, colei che gestisce ordinazioni di vescovi e preti, insegnamento nei seminari, trasferimenti di personale, finanze e proprietà della Chiesa, venendo a snaturare la stessa esperienza spirituale delle comunità. Va oltretutto ricordato che l’Ap ha come punto del suo statuto il fine di creare una Chiesa nazionale, indipendente e separata dal papa.

     La dichiarazione vaticana del 2 dicembre 2006 afferma che l’ordinazione illecita (di Xuzhou) è “frutto e conseguenza di una visione della Chiesa, che non corrisponde alla dottrina cattolica e sovverte principi fondamentali della sua struttura gerarchica”. Ma questo si può applicare a tutta l’attività dell’AP. Secondo alcuni cattolici cinesi è giunto il tempo di rifiutare in blocco, per tutti - cattolici ufficiali e sotterranei -  l’appartenenza all’Ap, ferma restando  la volontà di registrare tutte le comunità presso il governo. A tutt’oggi alcuni vescovi sotterranei  stanno tentando questa strada: si fanno registrare presso il governo, ma rifiutano di aderire all’Ap. Ma non sempre tutto ciò è tranquillo.

    Da parte del governo – e soprattutto dal Ministero degli Esteri – si capisce come la struttura dell’Ap sia divenuta ormai obsoleta e un peso. Non passa giorno senza che qualche governo straniero accusi la Cina di violare i diritti religiosi delle comunità, e questo diventa una pubblicità negativa a un Paese che vuole mostrarsi moderno e aperto, e che vuole avere successo alle prossime Olimpiadi 2008. L’Ap è divenuta una fonte di tensioni in molte regioni della Cina, fino a tradire l’idea della “società armoniosa” tanto cara al presidente Hu Jintao. É anche vero che l’Ap è una delle strutture più tradizionali del maoismo, la cui nascita si fonde con la storia del Partito comunista. Per molti membri del Partito, attaccare l’Ap o emarginarla significa criticare se stessi.

     Alcuni nella Chiesa pensano che il Vaticano non dovrebbe aprire alle relazioni diplomatiche con Pechino fino a che la Chiesa non godrà di piena libertà religiosa, libera dall’oppressione dell’Ap. Altri suggeriscono di aprire i dialoghi con la Cina e lentamente annullare l’influenza nefasta dell’Associazione.

     É probabile che nell’incontro vaticano di questi giorni, tutti i problemi qui elencati verranno solo abbozzati. Un fatto certo – confermato da personalità vicine all’incontro – è il varo di una Commissione permanente per affrontare il dossier Cina.

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