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  • » 19/10/2017, 15.08

    SIRIA

    Io, medico cristiano ad Aleppo, vicino alle vittime della guerra



    Nabil Antaki parla di grandi segnali di speranza. Centinaia di volontari lavorano giorno e notte per garantire la sopravvivenza agli altri. Membro laico dei Maristi blu è uno dei pochi dottori rimasti in città. La fede in Cristo è “forza per restare”. In Siria l'80% della popolazione non ha cure sanitarie. il 70% dei medici specialisti sono emigrati.

    Aleppo (AsiaNews) -  Le centinaia di volontari che hanno lavorato giorno e notte per garantire la sopravvivenza degli altri, sono molti degli abitanti di Aleppo, “veri campioni di resistenza”. È quanto racconta Nabil Antaki, medico cristiano specializzato in gastroenterologia, in prima fila nell’opera di soccorso alle centinaia di migliaia di vittime della guerra in Siria, che da oltre sei anni insanguina il Paese. Nabil è un membro laico dell’ordine dei frati Maristi ed è uno dei pochi dottori rimasti in città, nonostante le violenze del conflitto. “La situazione del sistema sanitario - racconta - nell’ultimo anno è migliorata”, anche se restano “pesanti” gli effetti dell’embargo e delle sanzioni, cui si somma la fuga all’estero del “70% dei medici specialisti e il 60% dei medici generici”. 

    Il dottor Antaki è nato ad Aleppo, è sposato e ha due figli che vivono negli Stati Uniti. Laureato all’università di san Giuseppe a Beirut (Libano) e specializzatosi in Canada., Ha fondato assieme alla moglie l’associazione dei “Maristi blu”, una realtà che opera nel settore medico e si occupa di indigenti.

    Qual è la situazione della sanità oggi, in Siria, dopo sei anni di guerra?

    Nell'ultimo anno la situazione è migliorata. Tuttavia, continuiamo a soffrire i pesanti effetti causati dall'embargo e dalle sanzioni contro il Paese. Per fortuna le aziende farmaceutiche hanno ripreso a funzionare con un certo ritmo, grazie all'importazione di prodotti di base dall'India. Inoltre, anche gli ospedali ricominciano a garantire una qualità del livello generale che si può definire accettabile, per via dell'acquisto di equipaggiamenti e strutture mediche di fabbricazione cinese. 

    Dottori e ospedali sono stati uno dei principali obiettivi del conflitto, ad Aleppo e in tutto il Paese. Come ha vissuto il suo lavoro e la sua "missione" di medico in tempo di guerra?

    Dal luglio del 2012 a dicembre 2016 Aleppo, la seconda città della Siria e capitale economica,  con Raqqa e Dier el-Zor, è stata l'epicentro della guerra e il luogo in cui si sono registrate le peggiori sofferenze. I bombardamenti quotidiani degli eserciti ribelli sui quartieri civili di Aleppo ovest hanno causato, ogni giorno, numerose vittime. Il 70% dei medici specialisti e il 60% dei medici generici hanno lasciato il Paese. Molti ospedali hanno riportato danni gravissimi, sono stati distrutti o incendiati. Oggi non vi sono che due soli ospedali pubblici in servizio per la città. Ecco perché fin dal dicembre 2012, assieme a colleghi medici e chirurghi dell'ospedale di san Luigi, appartenente alle suore di San Giuseppe dell'Apparizione, e in collaborazione con la mia associazione "Maristi blu", abbiamo avviato un progetto chiamato "I civili feriti dalla guerra". Con questa iniziativa abbiamo voluto curare tutti i civili colpiti da atti di guerra. Questa è la migliore struttura della città; essa fornisce i trattamenti migliori e garantisce le maggiori possibilità di sopravvivenza. Abbiamo trattato migliaia di feriti e salvato la vita di moltissime persone. 

    La nostra missione è anche quella di curare e operare i malati - non solo i feriti - in modo gratuito. L'80% circa della popolazione non ha più i mezzi per curarsi o coprire le spese sanitarie. 

    La fede l'ha aiutata, e come, ad affrontare la guerra e vivere la quotidianità?

    La mia fede in Cristo mi ha dato la forza di restare in Siria, e ad Aleppo, sebbene avessi la possibilità di lasciare il Paese, come hanno fatto molti dei miei colleghi medici. Avrei potuto andare a vivere negli Stati Uniti o in Canada, dove peraltro già vivono i miei figli. Insieme a mia moglie, abbiamo deciso che dovevamo restare per prenderci cura dei malati, aiutare le famiglie a sopravvivere, e la nostra presenza qui sarebbe stata una fonte di speranza per tutte le famiglie [cristiane e musulmane] che sono rimaste.

    Dottor Antaki, per la sua professione avrà certo vissuto momenti di grande intensità e commozione. Vi sono episodi che sono rimasti impressi nella sua memoria?

    Certo, ci sono moltissimi avvenimenti che si sono impressi in modo indelebile nella mia memoria: la morte di mio fratello maggiore, ucciso dai ribelli nell'agosto del 2013. Lo sfollamento di tutte le famiglie cristiane - stiamo parlando di circa 300 nuclei - dal quartiere di Jabal Al Sayde il Venerdì Santo dello stesso anno. E ancora, il decesso di un mio collega ucciso da un razzo mentre usciva dall'ospedale e l'arrivo di un centinaio di persone, tutte di fede cristiana, giunte all'improvviso nella nostra sede dei Maristi blu in fuga dai bombardamenti. 

    Quali i segni di speranza?

    In questa situazione di così grande drammaticità, che abbiamo vissuto nel corso degli ultimi anni, vi sono state comunque momenti di grande speranza. Fra questi ricordo le centinaia di volontari che hanno lavorato giorno e notte per garantire la sopravvivenza agli altri. Sto parlando anche e soprattutto della maggioranza degli abitanti di Aleppo. Sono persone che hanno perso tutto: casa, auto, negozi, attività, fabbriche, lavoro, che hanno perduto persone a loro care - mogli, donne, figli, fratelli e sorelle - e che hanno accettato di fare un lavoro qualsiasi pur di sopravvivere. Persone che hanno vissuto all'interno di case distrutte, soffrendo il freddo d'inverno, non avendo alcun mezzo per potersi scaldare, e che nonostante tutto trovavano sempre la forza per dire: "Grazie, mio Dio".

    C'è ottimismo per il futuro di Aleppo?

    Oggi noi siamo più ottimisti rispetto al passato. La vita quotidiana è migliorata, grazie anche al ritorno della fornitura di acqua e di elettricità, anche se resta pur sempre razionata, nonostante la fine dei bombardamenti su Aleppo. A livello nazionale, la ormai prossima eliminazione di Daesh [acronimo arabo per lo Stato islamico, SI] è una grande fonte di ottimismo. Alcuni accordi locali di de-escalation del conflitto e i piani di evacuazione dei ribelli da alcune zone lasciano filtrare un barlume di speranza per una fine della guerra ormai prossima. 

    In passato ha raccontato di una Aleppo "né in guerra, né in pace". Vi sono cambiamenti?

    No, nulla è cambiato di sostanziale in queste ultime settimane. Siamo sempre in attesa di colloqui seri e di prese di posizione chiare delle potenze mondiali in un'ottica di pace stabile e duratura in Siria.(DS) 

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