13/04/2017, 09.57
IRAN

Iran: l’economia, più dell’islam, ago della bilancia nelle elezioni presidenziali

Al voto il 19 maggio. Dal 1979 il leader uscente ha sempre ottenuto un secondo mandato. A sfidare Rouhani un fedelissimo del grande ayatollah, Ebrahim Raisi, e Hamid Baghaei, ex numero due di Ahmadinejad, che annuncia la propria candidatura fra lo stupore generale. Gli sfidanti accusano Rouhani di aver affossato l’economia; il presidente risponde con dati che indicano “progressi”.

 

Teheran (AsiaNews) - In vista delle elezioni presidenziali in Iran, in programma il 19 maggio prossimo, l’ala conservatrice - frammentata in fazioni spesso in opposizione fra loro - cerca un candidato unitario per battere il presidente uscente Hassan Rouhani, esponente dei moderati. Un compito non semplice, visto che dalla Rivoluzione islamica del 1979 tutti i leader della Repubblica sono stati rieletti per un secondo mandato.

Per scongiurare la debacle del 2013 i conservatori si sono affidati alle primarie, tenute il 9 aprile scorso, che hanno decretato come principale sfidante di Rouhani un fedelissimo dell’ayatollah Ali Khamenei: Ebrahim Raisi. Definito il “cavaliere” della guida spirituale e massima istituzione sciita dell’Iran, egli è un esponente della linea dura che si oppone all’attuale leadership. Raisi è alla guida della potente fondazione caritativa Astan Quds Razavi, è il guardiano del mausoleo dell’imam Reza, uno dei luoghi più importanti per i pellegrini sciiti a Mashaad, città del nord-est e terra natale del candidato presidente.

Nel recente passato era emerso anche il suo nome come potenziale sostituto del 77enne ayatollah Khamenei. Per questo Raisi avrebbe temporeggiato prima di accogliere la candidatura. Una sconfitta alle presidenziali, infatti, diminuirebbe di molto le sue possibilità di aspirare - in futuro - alla carica più alta e prestigiosa del Paese. Il suo profilo rassicura i conservatori e attira l’attenzione della parte più “religiosa” dell’elettorato, anche se la sua figura non sembra - per ora - in grado di assicurarsi la maggioranza dei consensi.  Discendente - così si narra - del Profeta e ritratto col suo turbante nero, il 56enne leader conservatore ha fatto carriera nella magistratura sino a diventare, nel 2014, il procuratore generale dell’Iran.

Un altro possibile sfidante fra gli ultraconservatori è Hamid Baghaei, stretto collaboratore dell’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad. E proprio Ahmadinejad è tornato al centro della scena politica annunciando ieri, fra lo stupore generale, la propria registrazione nelle liste dei candidati alle presidenziali. Contravvenendo alle indicazioni di Khamenei, che aveva “bloccato” la corsa al terzo mandato ritenendo la sua figura è troppo “divisiva”, il leader ultraconservatore torna in pista e definisce le parole pronunciate dalla guida suprema “solo un consiglio”. A sostenerlo la frangia più radicale ed estremista della leadership iraniana, che vuole un “uomo forte” da contrapporre a Donald Trump.

Ora spetta al Consiglio dei Guardiani della Costituzione valutare le candidature e annunciare, il prossimo 27 aprile, la lista ufficiale dei candidati.

Tuttavia, più che sull’afflato religioso Raisi e Baghei (e lo stesso Ahmadinejad) per sconfiggere Rouhani intendono puntare su temi come povertà e corruzione, accusando il presidente uscente di aver peggiorato la situazione economica del Paese. Anche l’accordo sul nucleare, secondo queste voci critiche, non avrebbe impresso quella accelerata tanto auspicata a fronte di un parziale abbandono del programma atomico e di “concessioni” alla comunità internazionale.

Il tema economico sarà centrale nella prossima campagna elettorale e non è un caso che, proprio in questi giorni e ancor prima di annunciare una ricandidatura, il presidente Rouhani abbia tenuto una conferenza stampa in cui ha difeso con forza i risultati ottenuti sotto il suo mandato. Respingendo le critiche dei conservatori, il capo di Stato ha parlato di miglioramenti tangibili nei settori agricolo, sanitario, energetico e nella diffusione di internet.

“In ogni elemento preso in esame - ha dichiarato Rouhani - le cifre ci mostrano che dopo [l’accordo nucleare] vi è maggiore spazio di movimento e di progressi” in campo economico. L’acquisto di velivoli grazie ai contratti siglati con Boeing e Airbus permetteranno di far restare nelle casse del Paese i 4 miliardi di dollari che gli iraniani spendono per viaggiare.

Egli non ha risparmiato dure critiche agli Stati Uniti per aver imposto sanzioni all’Iran e aver attaccato una base aerea in Siria, uno degli alleati chiave di Teheran, in risposta a un presunto attacco chimico da parte di Damasco contro ribelli e jihadisti nella provincia di Idlib. Egli ha definito “irragionevoli” le sanzioni imposte da Donald Trump in questo inizio di mandato e ha accusato Washington di agire “come se pensasse di essere il leader del mondo”. Di contro, Rouhani tende la mano al rivale storico nella regione, l’Arabia Saudita, sottolineando che Teheran è “pronta a migliorare i rapporti” con Riyadh, nel caso in cui vengano “fermati gli attacchi” nel vicino Yemen.

 

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