20/06/2016, 12.37
INDONESIA – CINA
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Jakarta fa fuoco su un peschereccio di Pechino: sale la tensione nel mar Cinese meridionale

L’incidente è avvenuto nei pressi delle isole Natuna. Secondo fonti cinesi un pescatore sarebbe rimasto ferito e altri sono stati arrestati. L’Indonesia promette di “difendere la nostra area”. La Cina continua a militarizzare le acque contese con i Paesi del sud-est asiatico. Gli Stati Uniti conducono esercitazioni militare con Manila; Hanoi denuncia gli attacchi ai propri pescherecci.

 

Jakarta (AsiaNews) – Sale di nuovo la tensione nel mar Cinese meridionale dopo che Pechino ha accusato l’Indonesia di aver aperto il fuoco contro un suo peschereccio. L’incidente sarebbe avvenuto lo scorso 17 giugno nei pressi delle isole Natuna (all’estremo sud della regione marittima) e il bilancio cinese parla di un pescatore ferito e di alcuni arrestati. Jakarta ha confermato di aver sparato alcuni colpi contro navi battenti bandiera cinese, ma ha negato il ferimento. Non è chiaro se i pescatori siano ancora detenuti in Indonesia.

L’incidente è il terzo che si verifica quest’anno nelle isole Natuna, che Pechino riconosce come proprietà di Jakarta ma anche come “un terreno di pesca tradizionale per i cinesi”. Yusuf Kalla, vice-presidente indonesiano, ha affermato che l’azione di avvertimento è stata compiuta “per proteggere la nostra area” e che l’Indonesia “continuerà ad essere risoluta” in questo.

Il caso si inserisce nella disputa per il mar Cinese meridionale, che nasce dalla rivendicazione del governo cinese di una fetta consistente di oceano comprendente le isole Spratly e Paracel. Queste zone sono contese da Vietnam, Taiwan, Filippine, Brunei e Malaysia (quasi l’85% dei territori). Il valore commerciale dei prodotti in transito ogni anno nell’area si aggira attorno ai 5mila miliardi di dollari. Lì Pechino ha avviato la costruzione di una serie di isole artificiali con impianti militari. L’Indonesia non partecipa alla disputa, ma da tempo lamenta la pesca illegale condotta dai battelli cinesi nelle sue acque.

Pechino giustifica le sue pretese affermando che i propri pescatori “furono i primi” a raggiungere gli arcipelaghi contesi. Secondo la Cina ci sarebbero resoconti storici che testimoniano il fatto, anche se non sono mai stati resi pubblici.

Per contrastare la “militarizzazione” di Pechino nel mar Cinese le Filippine hanno promosso una vertenza internazionale al tribunale Onu. La prima sentenza dovrebbe arrivare ad estate inoltrata ed è probabile che sia sfavorevole alla Cina, che però ha già dichiarato che non ne terrà conto.

Nelle ultime settimane sono accaduti alcuni fatti che rischiano di favorire un’ulteriore escalation delle violenze nei territori contesi. Il 9 giugno scorso il governo giapponese ha convocato l’ambasciatore cinese per protestare dopo l’ingresso di una nave da guerra di Pechino nelle “acque contigue” che circondano alcune isole reclamate da entrambi i Paesi.

Negli ultimi giorni due portaerei americane hanno iniziato esercitazioni militari con le truppe filippine, coinvolgendo 12mila soldati di marina e 140 velivoli. A fine maggio due arei militari cinesi hanno compiuto un’intercettazione “insicura” di un aereo spia degli Stati Uniti, in volo sopra le acque del mar Cinese meridionale.

Il 16 giugno un areo della guardia costiera vietnamita è sparito dai radar mentre era alla ricerca di un jet scomparso nel nord del Paese, vicino al confine con la Cina.

Secondo fonti di Hanoi, i cinesi stanno addestrando 350mila paramilitari per equipaggiare con armati 50mila navi da pesca, in grado di attaccare e affondare i pescherecci della concorrenza. 

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