22/12/2018, 08.06
UCRAINA-RUSSIA
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Konstantin Sigov: La Chiesa a Kiev, carità locale e cristianesimo mondiale

di Caterina Zakharova

Il grande studioso ucraino difende l’elezione del metropolita Epifanyj e l’autocefalia come un’uscita “dall’Egitto post-sovietico” e dalla “schiavitù ideologica” sotto Mosca. Affrontare i problemi della popolazione, in una situazione di guerra che dura da cinque anni, servirà a unirsi anche con sacerdoti e vescovi del Patriarcato di Mosca. Le congratulazioni di Shevchuk e l’ira di Kirill.

Kiev (AsiaNews) – La nuova Chiesa autocefala di Kiev deve maturare in una carità “essenziale” ed “elementare” verso le persone che soffrono per la guerra russo-ucraina che dura da 5 anni; e respirare l’aria del “cristianesimo mondiale” per “risolvere le pesanti problematiche sociali” che le stanno davanti. Konstantin Sigov spiega così il suo apprezzamento per il passo compiuto dalla Chiesa ortodossa ucraina, con l’elezione del metropolita Epifanyj lo scorso 15 dicembre. Nella nascita della nuova Chiesa indipendente dal patriarcato di Mosca, egli vede un’uscita “dall’Egitto post-sovietico, dalla zona della schiavitù ideologica”. La carità effettiva, e non a parole, servirà a superare l’etnocentrismo e a costruire l’unità del mondo ortodosso e cristiano. Per ora sembrano dominare le divisioni. Ieri l’arcivescovo maggiore degli ucraini greco-cattolici Sviatoslav Shevchuk ha inviato un messaggio di congratulazioni, preghiere e sostegno per la missione di Epifanyj. Intanto, il patriarcato di Mosca ha diffuso a tutte le Chiese ortodosse locali in cui definisce come “fuorilegge” il concilio di Kiev e parla di “legalizzazione dello scisma” ad opera del patriarcato di Costantinopoli.

Sigov, 56 anni, è fra gli intellettuali di punta dell’Ucraina e una personalità ecumenica d’eccezione. Filosofo, professore universitario, direttore del Centro per le ricerche europee umanistiche presso l’Università Nazionale Accademia di Kiev Mohyla.

 

Professore, cosa è avvenuto il 15 dicembre per la Chiesa in Ucraina?

Il concilio della Chiesa Ortodossa locale avvenuto a Kiev è una tappa importante per l’uscita dalla zona di inerzia, dall’influenza storica dell’impero sovietico, per dirla con il lessico biblico: “dall’Egitto post-sovietico”, dalla zona della schiavitù ideologica.

La votazione segreta del concilio è stata la cartina di tornasole. La vecchia guardia dell’episcopato ha cercato di far passare la votazione palese per alzata di mano, sotto lo sguardo dell’autorità e con il ricatto delle misure che avrebbero potuto colpire chi avesse votato in modo “sbagliato”. Si è riusciti a superare questa tentazione, questa libertà reale e il superamento della paura sono un precedente importante per la futura vita della Chiesa.

Il Metropolita Epifanyj in qualità di nuovo capo della Chiesa andrà il 6 gennaio a Costantinopoli, dove il Patriarca Bartolomeo, gli consegnerà il Tomos (l’Atto ufficiale) dell’autocefalia per la Chiesa ortodossa ucraina. La scorsa domenica, il 16 dicembre, il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo ha aggiunto all’elenco dei 14 primati delle Chiese ortodosse locali un altro nome, ha cominciato a pregare anche per il capo della Chiesa ortodossa ucraina. La famiglia delle Chiese locali ortodosse ora è composta da 15 sorelle.

Questo passo non rischia di aumentare la divisione?

Si sa bene quanto i rapporti tra le Chiese ortodosse siano tutt’altro che idilliaci. Ma è importante sottolineare che la natura delle divergenze tra queste Chiese non ha niente a che fare con la sovranità degli Stati. Da un punto di vista teologico tutte le Chiese ortodosse compongono l’indivisibile Corpo di Cristo. La Sua unità è più profonda di qualsiasi differenza etnica, politica e linguistica. Lo scarto tra la verità dogmatica e le vicissitudini storiche continua ad essere una sfida per la coscienza di ogni cristiano, un appello per il superamento delle divisioni.

Il cambiamento avvenuto ha un carattere profondo e irreversibile in forza di tanti fattori storici. Milioni di persone hanno atteso questo evento per decine d’anni, alcuni con paura, altri con speranza. E nonostante tutto, il concilio ha colto di sorpresa persino molti esperti in tutto il mondo. Fino all’ultimo momento i dubbi non hanno abbandonato i politici della Chiesa. Il Rubicone è stato passato. Ora questo passo compiuto è divenuto un fattore che influirà sulla vita di milioni di persone.

Quali prospettive si aprono per la nuova Chiesa ucraina?

Un grande lavoro attende ora ogni singola comunità ecclesiale per separare ciò che è fondamentale da ciò che è secondario; per attualizzare le parole del Vangelo e rinnovare la vita alla sua luce.

La confusione babilonica delle lingue nelle nostre Chiese acuirà la domanda sull’unità, e sulla crisi delle forme della nostra comunione.

Il problema non sta solo nella compromissione della retorica teologica corrente. Tante dichiarazioni sull’unità hanno rivelato di avere dietro il vuoto. Un vuoto che non si può colmare con altri discorsi. L’abisso tra i bei discorsi e le azioni indegne è fin troppo evidente.

La megalomania della geopolitica ha perso qualsiasi connessione con l’espressione umana del “io-tu”.

Non voglio parlare della propaganda neo-imperialista che si è insediata nel lessico religioso. Non voglio analizzare la falsa grandezza degli schemi oppositivi “noi/loro”. Sappiamo bene quanto sia difficile riferire alle nostre società le parole di san Paolo che “non c’è più né greco, né giudeo”, continuando poi l’elenco con “nè russo, nè occidentale, nè postsovietico, nè autoctono, nè migrante” ecc...

Lo svuotamento del vecchio linguaggio ci porta alle cose più essenziali; oggi ritornano attuali per noi le parole evangeliche: “Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto... Malato e in carcere e non mi avete visitato” (Mt. 25, 42-43).

Dobbiamo tornare ai gesti più elementari di umanità, e su questi nascerà la nuova koinè, come aria per la koinonia. Non dimentichiamoci che questi eventi capitano in un Paese che da 5 anni si trova sotto un attacco militare esterno e in cui vi sono più di due milioni di profughi interni. La pratica dell’accoglienza e della cura dell’altro rimane un imperativo per i nostri connazionali.

Per concludere vorrei citare le parole di un sacerdote del Patriarcato di Mosca (Chiesa ucraina), Bogdan Ogulčanskij: “Grazie al suo nuovo status, la Chiesa può imparare a concepirsi come parte integrante dell’ortodossia mondiale, del cristianesimo mondiale. Per la gerarchia episcopale, per i sacerdoti, per i teologi si apre la possibilità di concepire la vita della Chiesa non secondo la dimensione locale, non separatamente ma in collaborazione, in contatto con la ricca esperienza del cristianesimo europeo e del mondo. Ciò darebbe all’ortodossia ucraina la possibilità di realizzare i valori cristiani nella complessa e multiforme società ucraina, usando il dialogo, la collaborazione per risolvere le pesanti problematiche sociali praticando la misericordia cristiana.”

ll capo della Conferenza dei vescovi cattolici ucraini Bronisław Biernacki ha inviato un messaggio al Metropolita Epifanij. Le parole di questa lettera simbolica sono rivolte non solo al Metropolita, ma a tutti noi:  “Che questo compito di grande responsabilità che Le è stato affidato venga instancabilmente illuminato dall’azione e dalla potenza dello Spirito Santo… e il Suo operato nella vigna del Signore porti nuovi frutti di fede, speranza e carità e vita timorata di Dio per i cristiani ucraini”. La comunione e il legame tra ciò che è nostro e ciò che è universale sono il leitmotiv per i cristiani del nostro paese e per gli uomini di buona volontà.

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