05/08/2008, 00.00
CINA - INDIA
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L’Organizzazione mondiale del commercio cerca di riprendere le trattative

Il direttore generale dell’Omc presto a New Delhi per sondare il terreno. Esperti: per India e Cina è irrinunciabile l’autosufficienza alimentare. Solo quando l’Occidente lo capirà, si potrà cercare un accordo.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Pascal Lamy, direttore generale dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), sarà in India il 12 agosto per discutere con gli industriali locali come riprendere le trattative per eliminare gli ostacoli al libero commercio, dopo il fallimento dei colloqui a luglio a Ginevra. E’ anche in discussione il nuovo ruolo di New Delhi e Pechino, emergenti potenze mondiali, in bilico tra la difesa degli interessi interni e l’attenzione alle esigenze mondiali.

La rottura del 29 luglio è in gran parte dipesa dal rifiuto di India e Cina di eliminare misure di tutela per la propria agricoltura (specie per cotone, riso, zucchero), come chiesto dagli Stati Uniti. I due Paesi, nel trovarsi alleati, hanno risposto che debbono anzitutto tutelare i loro poveri agricoltori, molti ai limiti della sussistenza.

Ritorcono che anche Stati Uniti ed Europa proteggono la propria agricoltura, anzitutto con sussidi, ad esempio per il cotone, così da essere competitivi rispetto ai prodotti africani. Chiedono, comunque, di mantenere misure di protezione per i loro contadini.

Gli Stati Uniti hanno soprattutto insistito per la liberalizzazione del commercio degli alimenti, come il grano, anche quale risposta ai recenti aumenti dei prezzi. Ma in questo modo il grano occidentale potrebbe invadere l’Asia del sud e dell’est, con grave danno dei contadini locali, che non potrebbero competere e perderebbero così l’unica fonte di sussistenza.

Kamal Nath, ministro al Commercio e capo della delegazione indiana all’Omc, ha insistito che “è irrinunciabile la sicurezza del tenore di vita” dei “deboli contadini poveri”. La Cina ha 750-800 milioni di contadini, circa il doppio degli abitanti dell’Unione europea, ed in molti vivono con poco più di un dollaro al giorno.

Peraltro si teme che l’invasione delle derrate occidentali otterrebbe solo una momentanea diminuzione dei prezzi, dato che “eliminerebbe” molti agricoltori locali dell’Asia con diminuzione della produzione globale. Senza dimenticare i costi del trasporto e i conseguenti problemi anche di tutela ambientale. E ricordando che gli attuali aumenti di prezzo appaiono dovuti a manovre speculative, piuttosto che ai non elevati incrementi di domanda di cibo: ad esempio, il pane di recente è aumentato del 10% mentre il grano solo del 3%.

Esperti osservano che Cina e India non possono rinunciare all’autosufficienza alimentare. L’analista Meng Zhou osserva che “le recenti proteste per il cibo in molte contee hanno evidenziato ai leader cinesi che la sicurezza alimentare deve essere garantita dall’interno”, mentre “dipendere delle importazioni vorrebbe dire non poter garantire la stabilità”.

Per questo il ministro cinese al Commercio Chen Deming ha accusato gli Usa di pretendere  “un prezzo alto come il cielo”.

Peraltro entrambi i Paesi hanno anche necessità di un mercato libero, dove Pechino ha potuto vendere le proprie manifatture e attirare investimenti esteri, mentre anche l’India ha necessità di grandi investimenti stranieri per proseguire la crescita. Per questo hanno necessità di riprendere i colloqui e portarli avanti. Ma dopo avere chiarito all’Occidente cosa sia per loro irrinunciabile. (PB)

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