22/05/2008, 00.00
LIBANO
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L’accordo di Doha: un compromesso frutto di una congiuntura favorevole

di Fady Noun
L’intesa tra maggioranza ed opposizione permetterà l’elezione del capo dello Stato e la creazione di un governo di unità nazionale. Ma restano aperti numerosi problemi, come il rapporto tra lo Stato e Hezbollah e la normalizzazione delle relazioni con la Siria.
Beirut (AsiaNews) – Come San Tommaso, i libanesi vogliono toccare per credere. La loro storia tormentata, piena di sorprese ha insegnato a non gridare troppo presto vittoria. E, al momento, per loro l’accordo tra maggioranza ed opposizione firmato allo Sheraton di Doha, dopo una notte passata in bianco, resta un progetto vago da verificare alla prova dei fatti. Ci si diverte anche a sottolineare, nei salotti di Beirut, che l’intesa è stata raggiunta alla vigilia della festa di Santa Rita, patrona dei casi disperati, molto popolare tra i cristiani del Libano.
 
L’uscita dalla crisi, afferma il segretario generale della Lega Araba, Amr Moussa, che gusta alla fine il frutto dei suoi sforzi, non è un compromesso di dimensione solo locale, ma riveste anche una dimensione regionale e vi hanno contribuito potenze come l’Egitto, l’Arabia Saudita, la Giordania e Damasco, senza contare gli Stati Uniti. L’esistenza di negoziati indiretti ad Istanbul tra Israele e Siria non vi è estranea. E’ una realtà ambigua, una congiuntura della quale oggi non si colgono che i vantaggi.
 
Il Libano riparte così su delle basi relativamente solide per ricostruire le sue istituzioni paralizzate da mesi. Domenica prossima avrà un presidente, dopo sei mesi di mancanza di un capo dello Stato e 18 mesi di una crisi senza precedenti, che ha sfinito i nervi del Paese, l’ha impoverito e l’ha portato sulla soglia di una nuova guerra civile. E’ un successo che nessuno può negare, anche se i libanesi non osano crederci del tutto.
 
Molto cammino resta da fare per mettere il Paese al sicuro da una ricaduta. Le reali difficoltà cominceranno subito dopo l’elezione del generale Michel Suleiman, candidato all’unanimità alla presidenza della Repubblica, con la nomina di un nuovo premier e soprattutto per la formazione del governo di unità nazionale e la messa a punto di una “dichiarazione ministeriale”, come in Libano si chiama il programma di governo.
 
Il nuovo premier sarà scelto nei ranghi della maggioranza parlamentare, come concordato a Doha. Si parla di una conferma di Fouad Siniora, il premier uscente, che nel corso della crisi ha dato prova delle sue qualità di statista. Si avanza anche il nome di Saad Hariri, uno dei capifila della maggioranza, figlio del primo ministro Rafic, assassinato nel febbraio 2005 e capo del potente gruppo del Futuro, espressione per lo più della componente sunnita.
 
Maggiori difficoltà offrirà la formazione del nuovo governo, che darà certamente luogo a tensioni fra maggioranza ed opposizione, ognuna delle quali vorrà accaparrarsi i ministeri importanti: difesa, interni, esteri e giustizia. L’importanza di quest’ultimo si spiega con il tribunale internazionale incaricato di giudicare gli assassini di Hariri. Proprio ora esso viene insediato all’Aja ed entrerà in funzione tra qualche mese.
 
Quasi certamente il portafoglio degli Interni non andrà né alla maggioranza né all’opposizione, ma ad una personalità scelta dal nuovo presidente della Repubblica. Si tratta infatti del ministero che organizzerà le cruciali elezioni legislative della primavere del 2009, che dovranno portare alla Camera una nuova maggioranza, che nessuno contesterà, ed aprire il ciclo di una nuova alternanza democratica, diversa dai “governi di unione nazionale”, che sono di fatto dei parlamenti in miniatura.
 
La “dichiarazione ministeriale” sarà il riflesso del dibattito che agita tutto il Paese: quale Libano vogliono i libanesi? Quale rapporto va stabilito tra lo Stato e Hezbollah, che è più di un partito, è un progetto di società e un progetto di Stato e che dispone di una forza armata di molte decine di migliaia di combattenti e di un armamento che l’esercito libanese neppure si sogna. Perché la dichiarazione di Doha ha creato le condizioni di una ripresa della vita politica in Libano, ma non ha affrontato il problema di fondo, che resta intero, così come altre grandi questioni che sono la normalizzazione dei rapporti con la Siria e lo smantellamento di due basi di palestinesi armati pro-siriani. Del resto, Siniora ha chiesto l’aiuto della Lega Araba per sistemare queste questioni, indispensabili alla stabilità del Paese, e lo stesso Qatar ha promesso che in caso di necessità non farà mancare il suo aiuto.
 
Come si vede, per salvare la sua anima e la sua democrazia minacciata, il Libano non è alla fine delle sue pene.  
 
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