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  • » 09/02/2017, 11.50

    VATICANO-CINA-HONG KONG

    L’articolo del card. Tong sul dialogo Cina-Santa Sede fra gioia e sgomento

    Bernardo Cervellera

    L’ottimismo del vescovo di Hong Kong sul cambiamento del metodo delle nomine episcopali e sulla funzione dell’Associazione patriottica. Ma non è chiaro se è un cambiamento nei fatti o solo nominalistico, nelle parole. I vescovi sotterranei sono patriottici e amano il loro Paese, ma il Partito li sospetta. Libertà “essenziale” nelle nomine episcopali, ma i vescovi non sono liberi di svolgere il loro ministero. Vescovi patriottici controllati nelle loro visite con membri della Chiesa universale. Le “cimici” (microfoni nascosti) negli uffici episcopali.

    Roma (AsiaNews) - Suscita gioia e sgomento il nuovo articolo a firma del card. John Tong di Hong Kong sui rapporti fra Cina e Vaticano. Dopo l’articolo pubblicato lo scorso agosto su “Comunione della Chiesa in Cina con la Chiesa universale”, oggi egli ha diffuso un nuovo capitolo sul dialogo fra Cina e Santa Sede dal titolo “Il futuro del dialogo Sino-Vaticano dal punto di vista ecclesiologico”.

    La gioia deriva dall’ottimismo unito a un senso di pragmatismo (tipico della mentalità cinese) che si respira nelle pagine. Secondo il card. Tong tutto potrà essere messo a posto: il papa riconosciuto come autorità suprema della Chiesa; il cambiamento dell’Associazione patriottica (Ap) da strumento di controllo al quale è obbligatorio iscriversi a organismo “volontario”; la riconciliazione dei 7 vescovi illeciti (erano 8 ma uno è morto lo scorso 4 gennaio); il riconoscimento futuro dei vescovi sotterranei; la libertà religiosa “essenziale” garantita dal governo alla Chiesa cattolica (da tenere separata dalla libertà religiosa – e in parte politica – dei musulmani dello Xinjiang e dei buddisti del Tibet).

    Lo sgomento viene dall’andare più a fondo leggendo le diverse soluzioni prospettate alla difficile esistenza della Chiesa in Cina. Molto giustamente il card. Tong afferma che il nodo delle questioni “ecclesiologiche” - che investono la natura cattolica della Chiesa, senza di cui essa non può vivere - è la questione delle nomine dei vescovi. Sono secondarie le questioni sulla libertà di aprire scuole, il ritorno dei beni sequestrati alla Chiesa (sebbene lo imponga la legge cinese), il poter diffondere la propria fede. Il card. Tong chiama queste espressioni “una libertà completa” di cui, per “realismo” si può fare anche a meno, almeno per adesso.

    Un cambio solo a parole?

    Ma proprio la questione cruciale delle nomine dei vescovi risulta non chiara, se non addirittura ingannevole. Per il card. Tong “il Papa deve rimanere l’ultima e la più alta autorità nel nominare i Vescovi” e “l’elezione [di un candidato] da parte di una data Chiesa locale risulta solamente un modo di esprimere raccomandazioni della Conferenza episcopale locale”. Di fatto, però, sta succedendo che il Consiglio dei vescovi cinesi – imbeccato dall’Associazione patriottica e dal ministero degli affari religiosi – sceglie il candidato e al papa resta solo la benedizione finale: un po’ poco per “la più alta autorità”. Secondo fonti cinesi di AsiaNews vicine al dialogo, il governo vuole addirittura che il papa abbia solo potere di veto, ma “motivato”. E se i motivi non sono accettabili, il Consiglio dei vescovi ha diritto a procedere lo stesso all’ordinazione del candidato proposto. Non si comprende quindi se quanto dice il card. Tong è una speranza, o se è un modo di leggere la situazione presente, in cui cambiano le parole, dicendo che il papa sceglie il candidato, ma la realtà è l’indipendenza delle nomine. E lo stesso cardinale ammette che l’accordo “sulla nomina dei Vescovi non differirà molto dai modi pratici presenti usati dalle due parti”!

    Le acrobazie sulla “volontaria” Associazione patriottica

    L’acrobazia delle parole è evidente anche sul tema dell’Ap in cui si afferma che ad essa è tolto il potere di “elezione e ordinazione democratica” dei vescovi e per questo essa diventa “ciò che il suo nome letteralmente significa, cioè veramente un’Associazione patriottica: un’istituzione volontaria di massa, che unisce clero e fedeli che amano la patria e la Chiesa in servizi sociali”. Non è molto chiaro se queste parole sono un desiderio, un sogno, una realtà, o solo una finzione linguistica. Fino ad ora l’Ap è per statuto un’associazione  ”volontaria”, ma tutti i vescovi ufficiali sono costretti a iscriversi. Chi ha osato dimettersi – come mons. Taddeo Ma Daqin di Shanghai – è stato subito messo agli arresti domiciliari. E anche ora che è stato re-iscritto, rimane costretto all’isolamento nel seminario di Sheshan, strappato – almeno dal punto di vista dell’Ap – del titolo di “vescovo”, dato che viene identificato solo come “padre Ma”.

    In più, queste parole del card. Tong non tolgono la realtà di un dominio dell’Ap sulla vita e sulla pastorale dei vescovi. Provate a incontrare il vescovo di Pechino e vi manderà via perché non può incontrare senza permesso un prete straniero. Provate a parlare con un vescovo dell’Ap e cercherà di incontrarvi fuori del suo ufficio, all’aperto, per non essere ascoltato dalle “cimici” (microfoni nascosti) inserite in ogni dove.

    I vescovi sotterranei

    Da questo punto di vista, il problema della libertà dei vescovi sotterranei è simile a quello dei vescovi ufficiali. Giustamente il card. Tong dice che “l’atteggiamento del Governo nei confronti delle comunità non ufficiali, paragonato agli anni ottanta, è cambiato notevolmente”, ma questo non significa che non ci sia controllo, non vi siano arresti, non vi siano sospetti ingiustificati di “anti-patriottismo”. E ciò anche se vescovi sotterranei come mons. Giulio Jia Zhiguo, si sono dedicati da decenni alla cura della gente, dei malati, dei bambini abbandonati, svolgendo un lavoro a favore della popolazione e in modo davvero patriottico, assolutamente non violento. Il punto è che proprio questo impegno spinge al “sospetto”. Come ha dichiarato il prof. Richard Madsen, sociologo delle religioni, il governo nutre il sospetto che vi siano “troppi attori non-statali” nel fare opere di bene e così “il governo potrebbe sentirsi defraudato della possibilità di ‘aiutare la gente’ e di ‘controllare la gente’ e ciò fa sorgere un potenziale conflitto”: perché il governo esige patriottismo, ma il Partito comunista esige sottomissione totale e non vuole che il suo totalitarismo venga oscurato.

    Del resto, da anni i vescovi sotterranei (e ufficiali) propongono al governo di essere registrati presso il ministero degli affari religiosi, ma non nell’Ap, che vuole costruire una Chiesa nazionale “indipendente” dalla Santa Sede, ma sottomessa in modo totale al potere del Partito. La stessa richiesta è espressa dal card. Tong nel suo capitolo riguardante “il riconoscimento del Governo dei Vescovi non ufficiali”, ma la risposta in tutti questi anni è stata sempre un “no” deciso. Se venisse un “sì” a questa domanda, sarebbe davvero l’inizio di una nuova epoca nei rapporti fra Cina e Vaticano.

     “Libertà completa” e “libertà necessaria”

    L’ultimo capitolo dell’articolo è fra i più intriganti. In esso il card. Tong afferma che a confronto con la questione delle nomine papali dei vescovi, tutti gli altri problemi sono secondari. Ciò è vero perché nelle nomine dei vescovi si tocca l’elemento dogmatico e sacramentale del mistero della Chiesa cattolica. Il problema nasce dal fatto che il card. Tong presenta la “sanatio” del metodo di nomina ed elezione come un fatto compiuto, “questo accordo – egli dice - è un notevole progresso”. Sopra abbiamo esposto le perplessità riguardo a questo metodo che ci sembra solo un nominalistico cambiamento di parole, che non muta la sostanza della questione e riduce la funzione papale alla sola benedizione di qualcosa deciso altrove e da altri.

    Un’altra perplessità è nel ridurre la “libertà essenziale” alla nomina dei vescovi senza preoccuparsi dell’esercizio della loro funzione. È vero che i “modi di diffondere la fede e di gestire istituzioni educative, la restituzione limitata della proprietà non sono una minaccia o non recano danno alla natura della Chiesa cattolica in Cina”. Ma è così anche se un vescovo deve chiedere il permesso per incontrare degli ospiti della Chiesa universale? Se un pastore è costretto ad assentarsi per mesi dalla sua diocesi per subire il lavaggio di cervello sulla politica religiosa del governo-partito? Se un vescovo è obbligato a partecipare a un’ordinazione episcopale illecita, in cui manca il mandato papale? Se ad incontrare un proprio confratello della Chiesa sotterranea rischia boicottaggio e ostacoli al suo ministero?

    Forse questa “libertà essenziale” dovrebbe essere un po’ più larga, altrimenti non si capisce la differenza che vi è fra una situazione con accordo e una situazione senza accordo. E allora – come spesso dicono sacerdoti e vescovi ufficiali e sotterranei – “tanto vale procrastinare ogni accordo finché non ci è garantita una vera libertà religiosa”.

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