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  • » 09/02/2017, 07.26

    HONG KONG-CINA-VATICANO

    Card. Tong: Il futuro del dialogo Sino-Vaticano dal punto di vista ecclesiologico

    Card. John Tong

    Il cardinale di Hong Kong spiega i passi in cui si desidera far muovere il dialogo fra Cina e Santa Sede. A tema la funzione del papa nelle nomine dei vescovi; il cambiamento di visione nell’Associazione patriottica; la possibile integrazione dei vescovi sotterranei nella conferenza episcopale.  Il nuovo articolo a firma  del card. John Tong, dopo quello di alcuni mesi fa su “Comunione della Chiesa in Cina con la Chiesa universale”.

    Hong Kong (AsiaNews) - Ringrazio il Signore perché il mio ultimo articolo sulla Comunione della Chiesa in Cina con la Chiesa universale, che è stato pubblicato dai settimanali diocesani di Hong Kong nell’agosto 2016, ha ricevuto molte reazioni positive. Il fatto mi ha spinto a raccogliere ulteriormente opinioni di esperti interessati alla Chiesa in Cina, sia ad Hong Kong che altrove, in modo da continuare la discussione teologica. Dopo mesi di preghiera e di riflessione, offro ora alcune mie riflessioni su istanze importanti relative al dialogo tra la Cina e il Vaticano partendo dalla prospettiva teologica. Supplico tutti di continuare a pregare per questo dialogo.

    Il problema centrale: Nomina dei Vescovi

    Da quanto hanno pubblicato varie fonti di notizie, nello scorso anno ci sono stati frequenti contatti tra rappresentanti della Cina e della Santa Sede. Si è formato un gruppo di lavoro, tramite il quale entrambe le parti hanno cercato di risolvere i problemi che si sono accumulati. Il problema centrale da risolvere è la nomina dei Vescovi. Dopo parecchi incontri, è stato riportato il raggiungimento di risultati preliminari, che fanno sperare per un eventuale accordo sulla modalità di nomina dei Vescovi. Secondo la dottrina cattolica, il Papa deve rimanere l’ultima e la più alta autorità nel nominare i Vescovi. Se al Papa spetta l’ultima parola sulla dignità e idoneità di un candidato episcopale, l’elezione da parte di una data Chiesa locale risulta solamente un modo di esprimere raccomandazioni della Conferenza episcopale locale.

     Secondo quanto si dice, la preoccupazione principale del Governo è che il candidato episcopale sia patriottico e non tanto se ami e sia fedele alla Chiesa: per questo, credo che tale accordo sulla nomina dei Vescovi non differirà molto dai modi pratici presenti usati dalle due parti.

    Problemi consecutivi

    L’Accordo Sino-Vaticano relativo alla nomina dei Vescovi risulterà la chiave del processo e un pietra miliare del cammino verso la normalizzazione dei rapporti tra la Cina e il Vaticano. Ma non è per nulla la meta finale. Entrambi le parti dovranno continuare ancora il dialogo sulla base della fiducia reciproca e pazientemente risolvere gli altri ostacoli che sussistono. Questi problemi si sono accumulati per decenni, per cui non è realistico, se non impossibile, aspettarsi che vengano risolti nottetempo.  Alcuni dei problemi che rimangono da risolvere si possono suddividere nei seguenti: il primo è come risolvere il problema dell’Associazione patriottica cattolica cinese (Apcc); il secondo è come trattare i sette Vescovi illegittimi che sono stati nominati e ordinati democraticamente, in violazione del Diritto Canonico; il terzo problema è come favorire il riconoscimento da parte del Governo dei 30 e più Vescovi della comunità non ufficiale.

    La Cina e il Vaticano hanno preoccupazioni diverse: il Governo cinese è interessato ai problemi dal punto di vista e a livello politico, mentre il Vaticano si preoccupa maggiormente dei problemi di natura religiosa e pastorale. Conseguentemente, sono diversi l’ordine e l’urgenza dei problemi posti sul tavolo delle trattative. Penso che per risolvere le suddette tre istanze, entrambe le parti debbano negoziare evitando ogni compromesso sui propri principi e sulla propria sincerità.

    Il futuro dell’Associazione patriottica cattolica cinese

    Non pochi di coloro che sono interessati ai rapporti tra la Cina e il Vaticano considerano il problema dell’Apcc impossibile da rimuovere come una grande montagna che separa le due parti. Inoltre, altri membri della Chiesa ripetutamente manifestano la preoccupazione che, dal momento che l’istanza dell’Apcc non è neppure menzionata nel dialogo tra la Cina e il Vaticano, Roma abbia rinunciato ai principi dottrinali della fede. La loro ragione è l’Apcc sostiene i principi dell’autonomia, indipendenza e auto-amministrazione della Chiesa,1 oltre all’elezione e ordinazione democratica dei Vescovi,2 mentre Papa Benedetto XVI, nella Lettera ai Cattolici in Cina,  ha dichiarato che quei principi sono  inconciliabili con la dottrina cattolica e l’Apcc è un’istituzione governativa, e come tale è incompatibile con la fede cattolica.3

       Possiamo considerare i rapporti tra il principio dell’autonomia, indipendenza e auto-amministrazione della Chiesa, e l’attuazione dell’elezione e ordinazione democratica dei Vescovi come rapporti tra teoria e pratica, cioè il primo come principio teorico e il secondo come sua attuazione pratica. In realtà, entrambi sono il prodotto di condizioni politiche specifiche e di pressione politica: non sono richiesti dalla natura della Chiesa cattolica in Cina né dalle sue esigenze interne. Le due comunità della Chiesa cattolica in Cina, sia quella ufficiale che non ufficiale, ricercano positivamente la comunione ed esprimono la loro unione con la Chiesa universale. Infatti, anche i Vescovi che sono stati ordinati senza l’accordo del Sommo Pontefice si sono dati da fare a spiegare al Santo Padre la loro situazione, a chiedergGli il perdono e l’accettazione. Ovviamente, se tutte le richieste sono assecondate, la Chiesa sarà misericordiosa, li perdonerà e accoglierà volentieri, affiderà loro persino l’autorità di amministrare la diocesi. Il dialogo tra la Cina e il Vaticano, di fatto, significa che ci sono già stati cambiamenti nella politica di Beijing verso la Chiesa cattolica, permettendo al Santo Padre un ruolo più decisivo nella nomina e ordinazione dei Vescovi cinesi. Così, l’Apcc, senza l’elezione e l’ordinazione democratica, non è più come nel passato l’Associazione  della Chiesa autonoma e indipendente, ma diventa cio` che il suo nome letteralmente significa, cioè veramente un’Associazione patriottica: un’istituzione volontaria di massa, che unisce clero e fedeli che amano la patria e la Chiesa in servizi sociali.4

    Per questo, secondo la mia opinione, l’orientamento futuro dell’Apcc dovrebbe essere di “incoraggiare clero e fedeli a manifestare la loro preoccupazione per il bene sociale, a realizzare opere di carità sociale e iniziative di benessere sociale.”5

    L’istanza dei sette Vescovi illegittimi

     Un altro ostacolo nei rapporti tra la Cina e il Vaticano è l’istanza dei Vescovi illegittimi. Dei sette Vescovi (il mio precedente articolo parlava di otto, ma uno è morto all’inizio del 2017), secondo il Diritto canonico, tre sono stati scomunicati ufficialmente, ma anche gli altri quattro sono caduti in stato di scomunica riservata alla Santa Sede. A riguardo di questi Vescovi, che sotto l’appoggio delle autorità cinesi hanno accettato di essere ordinati democraticamente senza l’approvazione della Santa Sede, cadendo così nello stato di scomunica, la difficoltà di accettarli secondo la prospettiva della Chiesa consiste innanzitutto nel fatto che la loro elezione e ordinazione democratica viola gravemente il Canone 1382 del Diritto canonico, che stipola “Il Vescovo che senza mandato pontificio consacra qualcuno Vescovo e chi da esso ricevette la consacrazione incorrono nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica”; e, in secondo luogo, perché sono accusati di problemi di condotta morale.

      La natura delle offese derivate dall’elezione e ordinazione democratica e dai problemi di condotta morale è differente e, conseguentemente anche la loro prova concreta. L’atto dell’elezione e ordinazione democratica è pubblico e chiaro, per cui l’offesa è definitiva. Ma l’accusa di condotta immorale richiede di prove più chiare e di maggiore evidenza.

    In condizioni di rapporti instabili tra la Cina e il Vaticano, la Santa Sede non può mandare suoi rappresentanti a fare investigazioni dirette, ma deve per questo intento fidarsi della ricerca e delle prove da parte delle istituzioni ufficiali cinesi, e questo  richiede indubbiamente tempi lunghi. Se la Santa Sede e Beijing si accordassero sulla possibilità di trattare le violazioni dei sette Vescovi illegittimi in modo separato, dapprima il problema della loro ordinazione illegittima  e poi delle altre possibili offese morali, il modo di procedere sembrerebbe molto più conveniente.

    Come precondizione del perdono di un Vescovo consacrato illegittimamente e dei partecipanti alla sua consacrazione illegittima (inclusi consacranti e consacrati), si richiede che manifestino il pentimento.

    L’atto illegittimo della consacrazione sfida il principio fondamentale che il Santo Padre è l’autorità suprema e finale nella scelta dei candidati a vescovo delle Chiese locali. Per questo, come precondizione del perdono  di una consacrazione illegittima, chi ha commesso la violazione deve di sua iniziativa sottomettere la richiesta di perdono e di obbedienza al Santo Padre, mostrando la sua volontà di essere in comunione con la Chiesa universale.

    Secondo rapporti affidabili, tutti e sette i Vescovi ordinati illegittimamente hanno mandato la loro richiesta al Santo Padre, esprimendo la loro volontà di obbedirgli incondizionatamente e chiedendo l’assoluzione della scomunica in cui sono caduti. Dato questo atteggiamento di pentimento, la possibilità che il Santo Padre conceda loro il perdono è molto probabile.

    Ma c’è un particolare che deve essere chiarito: il perdono dell’elezione e consacrazione illegittima non equivale a riconoscere loro l’autorità di amministrare una diocesi. Concedere o no la giurisdizione su una diocesi dipende da altre condizioni richieste da questo ufficio: ad esempio, se nella diocesi esiste già un altro vescovo nominato dalla Santa Sede, o se i suddetti Vescovi presentano problemi di condotta morale. Solo il vescovo che sia conforme alle richieste della fede cattolica, della morale, del diritto canonico è idoneo di ricevere la giurisdizione amministrativa di una diocesi. Considerando tutti questi aspetti per l’idoneità all’impegno in questione, saranno richiesti parecchio tempo e pazienza alla Cina e al Vaticano prima di prendere una decisione definitiva a riguardo dei suddetti sette Vescovi illegittimi.

    Promuovere il riconoscimento del Governo dei Vescovi non ufficiali

    Il problema più difficile nel dialogo tra la Cina e il Vaticano è forse il riconoscimento da parte delle Autorità cinese dei 30 e più Vescovi non ufficiali, oltre naturalmente il caso dei Vescovi detenuti.

     La legittimità della Conferenza episcopale della Chiesa in Cina richiede l’inclusione di tutti i Vescovi legittimi e non solo una parte di loro. Per questo, in modo da formare un Conferenza episcopale che abbia legalità e autorità, è necessario che vi entrino a far parte anche i Vescovi non ufficiali. Questo richiede che Beijing riconosca ufficialmente l’identità episcopale di costoro e la loro autorità di amministrare la diocesi. Indubbiamente, Roma sottoporrà tale richiesta. Ciononostante, non è sicuro se Beijing intende riconoscere la loro identità episcopale e l’autorità amministrativa dei Vescovi della comunità non ufficiale. Questo sarà perciò un argomento maggiore per il dialogo futuro delle due parti.

    Di fatto, però, il problema del riconoscimento dei Vescovi non ufficiali non è un vicolo cieco, dal momento che anche l’esistenza della comunità non ufficiale è un prodotto di condizioni politiche e storiche speciali. La mancanza di mutua fiducia tra Roma e Beijing ha portato anche indirettamente alla mancanza di fiducia tra il Governo e i Vescovi della comunità non ufficiale, che persistevano sui principi della Chiesa.

    Una volta raggiunto un accordo tra Cina e Vaticano sul modo di nominare i Vescovi, si sarà sviluppato un buon grado di fiducia tra le due parti, ed i Vescovi non ufficiali non saranno più considerati nemici od oppositori del Governo insistendo sui principi della Chiesa, per cui l’impressione delle Autorità cinesi nei loro confronti si cambierà.  Inoltre, i Vescovi delle comunità non ufficiali in Cina, di fatto, sono cittadini esemplari di amore per la patria: hanno scelto di seguire una via diversa dai Vescovi ufficiali a motivo della loro comprensione della dottrina e delle richieste della fede cattolica. Recentemente, l’atteggiamento del Governo nei confronti delle comunità non ufficiali, paragonato agli anni ottanta, è cambiato notevolmente. Sebbene che per la maggioranza dei loro Vescovi, non viene riconosciuta la loro identità episcopale e la loro autorità di amministrare la diocesi, possono però di fatto compiere la maggior parte del loro ministero pastorale. Credo che, con il progredire della fiducia vicendevole tra Roma e Beijing, aumenterà anche la fiducia tra i Vescovi non ufficiali e il Governo. La chiave per la soluzione del problema dei Vescovi non ufficiali risiede nella fiducia dei singoli Vescovi con le Autorità civili. Beijing forse richiederà loro di dichiarare esplicitamente la loro volontà di osservare la Costituzione, le leggi e la politica religiosa: solo se il Governo non richiede loro l’autonomia e la dipendenza della Chiesa, come anche l’elezione e l’ordinazione democratica dei Vescovi, le suddette  richieste non presentano nessuna difficoltà per i Vescovi non ufficiali, dal momento che sono buoni cittadini e insegnano ai loro fedeli di comportarsi nello stesso modo. Sviluppare la fiducia vicendevole richiede tempo, pazienza e soprattutto dimostrazione in atti pratici, per cui dobbiamo dare tempo a Roma e a Beijing  per risolvere questo problema nei loro contatti.

    ‘Aspettare la libertà completa’ o ‘afferrare la libertà necessaria’?

    Dopo anni di dialogo e di trattative, la Cina e il Vaticano hanno raggiunto un  certo consenso sul problema chiave della modalita` di nomina dei Vescovi: questo accordo è un notevole progresso. L’analisi precedente dimostra che il raggiungimento di tale accordo può considerarsi una pietra miliare nei rapporti delle due parti  dal 1951. Sulla base di tale accordo, si troverà la soluzione dei problemi del futuro dell’Apcc, della legittimità dei Vescovi illeciti della Chiesa ufficiale, del riconoscimento dei Vescovi clandestini e della formazione della Conferenza episcopale della Chiesa in Cina. D’ora in avanti la Chiesa cattolica in Cina non dovrà più registrare la divisione e il contrasto tra comunità ufficiali e clandestine. Al contrario, entrambi i tipi di comunità avanzeranno gradualmente verso la riconciliazione e la comunione sia dal punto di vista della legge, che della cura pastorale e dei rapporti umani. La Chiesa in Cina  si impegnerà tutta insieme nella diffusione del Vangelo del Signore sul suolo cinese.

    Esiste tuttavia una posizione pessimista  riguardo al successo dell’Accordo tra la Cina e il Vaticano.  Sottolinea che il caso della Chiesa cattolica in Cina non è un’istanza individua, ma è strettamente collegata con i problemi relativi alle minoranze etniche e alle altre Religioni: per esempio,  con il problema del Tibet, del Xinjiang e quello dell’autonomia delle minoranze nazionali. Il Governo cinese non intende e non può ignorare questi problemi e trattare solo quelli della Chiesa cattolica. Se le Autorità cinesi non preparano un piano globale per risolvere tutti questi problemi, gli sarà difficile trattare solo con la Chiesa cattolica o raggiungere un accordo con il Vaticano in modo da garantire la libertà religiosa soltanto della Chiesa cattolica.

    Attualmente, le condizioni sociali e politiche della Cina non assicurano e non provano ancora veramente l’attuazione della libertà di religione: ad esempio, la libertà di predicazione della fede,  la libertà di aprire istituzione educative,  l’attuazione complete della restituzione delle proprietà delle Religioni. In questo modo l’eventuale Accordo tra Cina e Vaticano non avrebbe un grande significato, per cui la Santa Sede non dovrebbe agire in fretta.

    Nella suddetta posizione ci sono alcuni punti discutibili. Innanzitutto, è vero che la libertà religiosa dei fedeli cattolici in Cina è strettamente legata alla libertà e alla pratica della popolazione in tutta  la società cinese.  Il miglioramento della libertà di tutti in Cina benefica senza dubbio l’espansione anche della libertà religiosa della Chiesa cattolica, ma è inappropriato unire i problemi dei cattolici con quelli del Tibet e  Xinjiang. In Tibet e Xinjiang non solo ci sono problemi di libertà religiosa, ma ci sono problemi politici più seri, quelli dei separatisti, che mantengono idee e concetti diversi dal Governo cinese centrale riguardo al territorio, della sovranità e dei rapporti tra gruppi etnici. Per questo, essi lottano per la separazione e per l’indipendenza.

    La trasformazione democratica della società cinese contribuirà forse in un certo grado a indebolire la volontà di qualche separatista nella lotta per la separazione e l’indipendenza, ma non eliminerà il problema alla sua origine. Le nazioni occidentali, come Spagna, Scozia e Irlanda del Nord, non hanno il problema della libertà hanno però il problema del separatismo etnico e devono affrontare persino la minaccia degli attacchi terroristici.  I problemi dei cattolici in Cina  non riguardano il territorio o la sovranità. I fedeli cattolici cinesi sono generalmente patriottici, buoni cittadini, che non intendono impegnarsi in attività politiche. Sono persone che non minacciano la stabilità sociale e politica del paese: le Autorità cinese capiscono perfettamente questo. Di conseguenza, non mettono insieme sullo stesso livello i problemi della Chiesa cattolica con quelli del Tibet e Xinjiang. I cattolici cinesi non dovrebbero neppur loro paragonare i propri problemi con quelli del Tibet e Xinjiang. Non sembra ragionevole, quindi, asserire che la soluzione dei problemi della Chiesa cattolica in Cina dipendano dall’eventuale soluzione dei problemi del Tibet e Xinjiang.

    Come istituzione religiosa, la Chiesa cattolica in Cina non è di natura politica né ha ispirazioni politiche. Non intende partecipare in qualsiasi istituzione politica o promuovere il progresso politico della nazione. Cerca di vivere e di testimoniare la sua fede sul suolo cinese. Per questo, la preoccupazione della Santa Sede e della Chiesa cattolica in Cina è di avere spazio sufficiente per la libertà religiosa e per praticare la sua fede.

      La Chiesa cattolica ha un suo sistema amministrativo particolare: la gerarchia ecclesiastica. I problemi che la Chiesa cattolica affronta in confronto con le altre Religioni presentano similarità e differenze. Similarità sono presenti in tutte le Religioni in Cina (compresa la Chiesa cattolica) nei modi di propagare la fede, nel gestire istituzioni educative, nell’attuare la restituzione delle proprietà, mancano di libertà e di spazio sufficiente. Ma a differenza delle altre Religioni in Cina, la Chiesa cattolica deve affrontare una suo problema specifico, cioè la nomina dei Vescovi, problema che non esiste per le altre Religioni. Nel passato, a causa della mancanza di fiducia di Beijing nella Santa Sede, non le ha permesso di nominare i Vescovi locali della Chiesa cattolica in Cina, e ha adottato la politica della loro elezione e ordinazione democratica.

    Questo elemento problematico manca nelle altre Religioni. Quando Beijing tratta questo problema unico alla Chiesa cattolica, non coinvolge le altre Religioni e non cambia sostanzialmente la sua politica verso di esse. Il problema rimane per la Santa Sede e la Chiesa cattolica in Cina che sperano urgentemente di risolverlo senza intenzione di coinvolgere le altre Religioni. Per questo non è ragionevole mischiare i problemi della Chiesa cattolica con quelli delle altre Religioni, dal momento che non hanno nessuna implicanza reciproca.

    In rapporto agli altri aspetti della libertà, la libertà del Santo Padre di nominare i Vescovi è parte del contenuto della libertà religiosa della Chiesa cattolica che deriva dalla sua dottrina e dall’esigenza della sua fede.  Se le mancasse, la Chiesa cattolica in Cina non sarebbe più di sua natura ‘cattolica’. La mancanza della piena libertà dei modi di diffondere la fede e di gestire istituzioni educative, la restituzione limitata della proprietà non sono una minaccia o non recano danno alla natura della Chiesa cattolica in Cina, né a maggior ragione le cambiano la natura rendendola non ‘cattolica.

    Se ora Beijing è pronto a raggiungere un accordo con la Santa Sede per la nomina dei Vescovi, dando alla Chiesa una libertà essenziale anche se non una libertà completa, le permette di conservare la sua gerarchia e quindi di essere una Chiesa cattolica nel senso vero del nome. Forse che la libertà della Santa Sede di nominare i Vescovi non sia ‘vera libertà religiosa’? Forse che la Chiesa cattolica in Cina, a cui condizioni politiche non permettono di godere temporaneamente di una libertà completa nei modi di diffondere la fede, di gestire istituzioni educative, di ricuperare le proprie proprietà, debba attendere lunghi anni e la Santa Sede debba rinunciare a fare un accordo ora con Beijing?

    Se la Chiesa rinuncia alla libertà essenziale di oggi, forse non le sarà concessa maggiore libertà, con il possibile risultato di perdere ogni libertà. La scelta che ci sta in fronte è la seguente: o abbracciare la libertà essenziale e diventare una Chiesa cattolica non perfetta ma vera, per poi fare di tutto nella speranza di ottenere la libertà completa, diventando così perfetta, o rinunciare alla libertà essenziale, e poi, con nulla in mano, attendere nella speranza che un giorno, non si sa quando, si possa ottenere la libertà completa. In tale situazione la Chiesa cattolica in Cina che cosa deve fare? I principi morali della Chiesa ci danno già la risposta: tra due mali, scegliere il male minore. Per questo, sotto le direttive del principio di un sano realismo, che Papa Francesco ci insegna, è chiaro quale sia la via che la Chiesa cattolica in Cina deve intraprendere.

    25 gennaio 2017

    Festa della Conversione dell’Apostolo Paolo

     

    NOTE

     

    [1] Gli Statuti dell’Associazione patriottica cattolica cinese (approvati dalla 7° Assemblea dei Rappresentanti cattolici in Cina nel luglio 2004), c. 1, art. 3; dal sito dell’Amministrazione statale per gli affari religiosi, 2004. http://www.sara.gov.cn/zcfg/qgxzjttxgjgzd/6427.htm

    [2] I Regolamenti per l’Elezione e Ordinazione dei Vescovi in Cina, sotto la Conferenza episcopale della Chiesa cattolica in Cina, approvata dal Governo, sul sito elettronico della Chiesa cattolica in Cina, 2013: http://www.chinacatholic.cn/html1/report/1405/570-1.htm

    [3] Papa Benedetto XVI, Lettera ai Vescovi, sacerdoti, persone consacrate e fedeli laici della Chiesa cattolica in Cina, 2007, no. 7.

    [4] Gli Statuti dell’Associazione patriottica cattolica cinese (approvati dalla 7° Assemblea dei Rappresentanti cattolici in Cina nel luglio 2004), c. 1, art. 2; dal sito dell’Amministrazione statale per gli affari religiosi, 2004. http://www.sara.gov.cn/zcfg/qgxzjttxgjgzd/6427.htm

     [5] Gli Statuti dell’Associazione patriottica cattolica cinese (approvati dalla 7° Assemblea dei Rappresentanti cattolici in Cina nel luglio 2004), c. 2, art. 3; dal sito dell’Amministrazione statale per gli affari religiosi, 2004. http://www.sara.gov.cn/zcfg/qgxzjttxgjgzd/6427.htm

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