12/01/2017, 14.49
INDONESIA
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L’evangelizzazione nelle aree remote di Kalimantan, dove la missione vince le avversità

di Mathias Hariyadi

Insieme al vescovo mons. Pius Riana Prapdi abbiamo visitato le comunità più isolate e lontane della diocesi di Ketapang. Per raggiungerle bisogna percorre tragitti impervi in auto e in barca, quando il fiume è navigabile. L’avvento della modernità ha stravolto l’ecosistema e il modello di vita tradizionale. Il vescovo: forte motivazione e volontà, per superare sfide “inimmaginabili”.

 

Jakarta (AsiaNews) - Una diocesi sperduta in un’area remota dell’isola di Kalimantan, dove sacerdoti (e vescovo) arrivano ogni tre, quattro mesi e solo se le condizioni del fiume lo permettono, dopo centinaia di chilometri per strade impervie e fiumi a malapena navigabili. Il corrispondente di AsiaNews ha compiuto un viaggio, assieme al vescovo mons. Pius Riana Prapdi, in alcune parrocchie fra le più lontane e inaccessibili fra la fine del 2016 e i primi giorni del nuovo anno. Ha incontrato i nativi e ha raccolto le problematiche e le sfide di una terra in cui la missione richiede “una grande motivazione e una mentalità forte”. 

Ecco, di seguito, il racconto di questo viaggio:

Anche per i cattolici indonesiani di Kalimantan - e questo vale ancor più per Java e le altre isole sparse per il Paese - la diocesi di Ketapang, nella provincia di West Kalimantan, è un luogo di cui gran parte della popolazione non conosce nulla al riguardo. Non sembrano avere conoscenza alcuna di questa vasta diocesi, di cui la gran parte del territorio si trova in zone remote e difficilmente raggiungibili. E se anche ne hanno una conoscenza minima, le loro storie sono limitate “all’area centrale” di Ketapang. Tuttavia, la diocesi di Ketapang non è solo il distretto centrale che, anzi, assomiglia molto più a un sotto-distretto nello Java.

Situata all’estrema periferia meridionale della provincia di West Kalimantan, la gran parte della diocesi di Ketapang è in tutto simile allo Java centrale e metà della provincia di West Java. Con le sue 329 “stazioni” - territori equiparabili a parrocchie, come vengono indicati dalla maggioranza dei cattolici indonesiani - nemmeno l’attuale vescovo mons. Pius Riana Prapdi è riuscito a visitarle tutte  da che ha iniziato, quattro anni or sono, a guidare la diocesi. “Spero di riuscire a coronare il mio sogno di visitare tutte le ‘stazioni’ entro la fine del 2017” racconta il prelato ad AsiaNews, nel corso del viaggio, durato sette giorni, nelle aree remote della diocesi per visitare due parrocchie: la chiesa parrocchiale di Sepotong e quella di Sandai, dal 28 dicembre al 3 gennaio 2017.

Grande motivazione e una mentalità forte 

Già, alla fin fine si tratta solo di due parrocchie. Ma per raggiungere alcune ‘stazioni’ della parrocchia della Sacra Famiglia di Sepotong e un’altra stazione a Sandai, non servono solo grandi motivazioni e una volontà ferrea, ma anche una mentalità di ferro di quanti intendono partecipare a questa missione nelle aree remote.

Per raggiungere queste diverse destinazioni, lontane fino a 350 km dal centro di Ketapang, abbiamo dovuto viaggiare a bordo di una jeep Toyota Hilux 4x4, affrontando e vincendo la sfida posta da strade sdrucciolevoli e infangate che attraversano la giungla. Il viaggio sulla terraferma cede poi il passo a ore di canoa, spinta da un piccolo motore da 15HP, per arrivare fino ai punti più sperduti con possono essere raggiunti solo via fiume, e solo nella stagione delle piogge quando il livello dell’acqua consente la navigazione. In caso contrario, queste zone remote non possono essere raggiunte in alcun modo.

AsiaNews si è unita al vescovo mons. Pius Riana Prapdi in questo viaggio, col prelato che ci ha offerto una grande opportunità per vedere una realtà completamente diversa rispetto a Java. Qui, nelle aree remote a Ketapang, la missione pastorale può essere fatta solo con una forte motivazione e volontà, oltre che una mentalità di ferro in grado di affrontare e superare le sfide “inimmaginabili” che si frappongono lungo il percorso, cose che a Java non succederebbero: navigare il fiume a bordo di una canoa per ore, così come viaggiare lungo una strada fangosa in mezzo al “nulla”.

Vent’anni senza aver visto un vescovo

Limat, Tanjung Beringin, Selangkut Raya e Merapu sono “stazioni” di Sepotong, nella diocesi di Ketapang. Essi si trovano a monte del fiume Laur. Queste località possono essere raggiunte solo a bordo di una piccola imbarcazione, e solo nel caso in cui il livello delle acque sia sufficientemente “alto”. Un viaggio di due o tre ore a bordo di queste piccole imbarcazioni da quattro posti e il loro bagaglio nella stagione “normale”, quando il livello dell’acqua è alto. Ma durante la stagione secca il livello è troppo basso e per navigare il fiume servono giornate intere, rispetto alle poche ore necessarie quando il livello dell’acqua è tale da consentirlo.

Nel dicembre 2016 le piogge sono cadute con cadenza pressoché quotidiana e hanno permesso al vescovo di organizzare questo viaggio nelle aree remote: un’occasione unica per amministrare i sacramenti della Cresima, dare il via a una nuova cappella e incontrare i cattolici nativi di etnia Dayak, che non vedono il loro vescovo da circa 20 anni.

Il prelato ha celebrato le cresime a Tanjung Beringin, Limat e Selangkut Raya, dove erano presenti decine di bambini, giovani e adulti. A Merapu sono stati avviati i lavori per la costruzione di una nuova cappella, dopo quattro anni di sforzi vani per la costruzione di una semplice chiesa in un villaggio remoto nella giungla.

Incontrare i cattolici nativi Dayak in molte di queste aree remote è stata un’esperienza meravigliosa, perché vivono una fede salda e profonda anche se possono incontrare di rado un vescovo o i sacerdoti di passaggio. Il prete visita le comunità una volta ogni tre o quattro mesi, anche a seconda delle condizioni meteo e del livello delle acque del fiume. In alcune aree, le persone usano moto da fuoristrada sebbene le vie di comunicazione via terra presentano grandi rischi a causa del fango che le rende assai scivolose.

Niente corrente, telefoni muti, privi di acqua corrente

Quali sono le ragioni che rendono necessaria una forte motivazione, oltre che una mentalità di ferro?

Questa non è solo una missione pastorale volta alla cura dei nativi Dayak di fede cattolica, per rendere loro l’Eucaristia, il catechismo e la cresima. Si tratta anche di una prova di resistenza fisica perché nella zona mancano: elettricità, segnale per il telefono cellulare, bagni, acqua pulita, televisione.

Il fiume è il luogo migliore per farsi una doccia, anche se ogni tanto fanno capolino i coccodrilli. L’elettricità viene fornita a livello individuale grazie a generatori presenti in ogni famiglia. Le comunicazioni sono pressoché impossibili per la mancanza di segnale dei telefoni cellulari, a meno che non si vogliano percorrere due ore di cammino nel buio fitto della foresta, per raggiungere una collina circostante. E non è possibile pensare di tornare "a casa” in tutta sicurezza, se non si hanno a disposizione nativi locali come guide.

L’Indonesia ha raggiunto l’indipendenza nel 1945. Tuttavia, in alcune aree del Paese fra cui la provincia di West Kalimantan, dove sorge la diocesi di Ketapang, lo sviluppo infrastrutturale e non è ancora assai precario. Ciononostante, il vescovo mons. Pius Riana Prapdi si è impegnato a titolo personale nella cura di queste persone che non sono ancora raggiunte dallo sviluppo avviato dal governo centrale e locale. Nella sua visita nelle aree remote, il prelato ha promosso non solo i valori del cattolicesimo e non ha celebrato solo i sacramenti, ma ha voluto anche rafforzare la morale della popolazione, in particolare i giovani, per garantire una migliore educazione. Egli ha inoltre portato con sé esperti nel campo della sanità, perché fungessero da insegnanti e infermieri.

Ad esempio nella stazione di Selangkut Ray vi è un solo giovane nativo che ha concluso, di recente, gli studi a Java grazie all’aiuto fornito dal vescovo. “È successo - spiega il prelato ad AsiaNews - che un benefattore  dello Java centrale ha promosso questo programma di studi per questo giovane locale”. È successo in una sola stazione e riguarda una sola persona. Gli altri sono solo studenti delle scuole primarie o di grado inferiore, che poi hanno iniziato a lavorare come operai non specializzati - e sottopagati - in una fabbrica di gomma o nelle piantagioni di palme, a fronte di compensi il più delle volte irrisori.

Agricoltura nomade

In quasi tutti i villaggi, gli abitanti si guadagnano da vivere con l’agricoltura “mobile”. Essi “bruciano” e ripuliscono la giungla e aprono nuovi campi coltivabili. Grazie alla presenza di massicce piantagioni di palme, in mano a grandi corporazioni, la vita quotidiana di questi nativi Dayak è anch’essa in pericolo, visto che le risorse per la sopravvivenza in questa giungla diventano ogni giorno di più limitate: risorse idriche, piante varie e verdure che si potrebbero trovare con facilità nella giungla, frutti, etc.

L’isola di Kalimantan (conosciuta un tempo come Borneo) è meglio nota come secondo “polmone” della terra, dopo la foresta Amazzonica. Assieme all’isola di Sumatra, l’isola di Kalimantan era in origine una foresta per tutta la grandezza del suo territorio. Oggi, tuttavia, la maggior parte di questa fitta foresta tropicale è stata oggetto di un fenomeno massiccio di deforestazione a causa del progressivo disboscamento per ricavare legname e per le piantagioni di palme. Fenomeni che hanno messo in serio pericolo le specie rare, incluse le tigri di Sumatra, gli elefanti di Sumatra e gli orango-tango di Kalimantan.

Di fronte a gravi sfide

A causa della vastità del territorio, la diocesi di Ketapang deve affrontare numerose sfide, sia a livello materiale che spirituale. Assieme ad altri 40 sacerdoti (diocesani e passionisti) e decine di suore provenienti da vari ordini e congregazioni, la diocesi di Ketapang deve affrontare numerose e gravi sfide.

La forza della fede è in pericolo

Decenni fa, i nativi locali (Dayak) conducevano una vita dedita ad una agricoltura “nomade” , mediante la pulizia della foresta e alla creazione di nuovi campi coltivabili. Lo hanno fatto per decenni, secondo la loro tradizione, fino a che la deforestazione ha avuto inizio e molti appezzamenti di terreno si sono trasformati in una piantagione mono-culturale (palme) e allo scavo delle miniere, in seguito a un’opera massiccia di disboscamento. Essi hanno così cambiato il loro stile di vita, abbandonando i campi coltivati e accettando in cambio risarcimenti in denaro da parte delle compagnie. Il comportamento sociale e le relazioni sono così cambiate in modo radicale, creando così nuovi “fenomeni” come le ore di ufficio che hanno preso il posto dei rituali e delle cerimonie religiose nella loro cappella.

Obiettivi di vita

Il loro più grande sogno è diventato quello di essere impiegati statali, lavoratori nelle piantagioni di palme o compagnie minerarie. La vocazione religiosa è in calo, poiché i giovani hanno iniziato a interessarsi più ad altre cose, piuttosto che a vivere in modo attivo la propria esperienza di fede in parrocchia. Oggi i Seminari minori sono solo 35, i Seminari maggiori otto e i sacerdoti 40.

Questione ambientale

Vi sono stati cambiamenti radicali nella mappa geografica della diocesi di Ketapang: da campi coltivati a miniere. Da una fitta foresta alle piantagioni. Prima, i locali erano molto più legati alla terra e all’ambiente naturale che forniva loro i mezzi di sussistenza: pesci, frutta, verdura, animali da cacciare, etc. Con la comparsa di vaste piantagioni e la progressiva deforestazione in tutta la diocesi, la Chiesa di Ketapang si batte per preservare la sopravvivenza stessa di tutte le creature della regione.

 

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