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  • » 19/01/2018, 10.53

    RUSSIA-UCRAINA

    Le due Chiese in Ucraina e il bambino sanguinante

    Vladimir Rozanskij

    Nuove tensioni fra nazionalisti ucraini e filo-russi, fra fedeli del Patriarcato autonomo di Kiev e ortodossi di obbedienza al Patriarcato di Mosca. La scintilla: il rifiuto di una chiesa ortodossa di Mosca a fare i funerali a un bambino morto in un incidente, perché battezzato “eretico” nella Chiesa di Kiev. Monaci delle due Chiese bloccati alle grotte di Kiev. Violenze reciproche verso edifici sacri.

    Mosca (AsiaNews) - In Ucraina è esploso un altro motivo di conflitto tra le Chiese, vale a dire tra i sostenitori di una Chiesa ortodossa ucraina indipendente con carattere nazionale, e coloro che ritengono che l’Ortodossia sia l’unico strumento dei russi per affermare la propria influenza sulla popolazione ucraina. I focolai di questo nuovo contenzioso si trovano nella capitale Kiev, a Odessa e nella zona oltre il Dnepr.

    Alcuni episodi apparentemente indipendenti tra loro, avvenuti in diverse località del Paese, vengono considerati come metastasi di un unico problema, che risale ai tentativi del Patriarcato di Mosca di fare da mediatore nelle contraddizioni politiche tra Ucraina e Russia.

    Lo scorso 11 gennaio i servizi di sicurezza ucraini hanno perquisito la sede dell’associazione “Unione Ortodossa di Radomir”. Sono state rinvenute armi da fuoco e armi bianche, insieme a materiali di propaganda anti-ucraina. La procura ha messo sotto inchiesta non solo i membri dell’associazione, ma anche alcuni rappresentanti della eparchia dell’oltre Dnepr (Zaporozhe) della Chiesa ucraina di obbedienza moscovita, con l’accusa di azioni violente per fomentare l’odio religioso. I militari hanno istituito misure speciali di sicurezza per salvaguardare le chiese della zona dipendenti dal Patriarcato di Kiev, oggetti degli attentati.

    Negati i funerali a un bambino perché “eretico”

    La molla del conflitto è scattata nei primi giorni del 2018, quando un sacerdote della chiesa moscovita si è rifiutato di celebrare le esequie di un bimbo morto tragicamente in un incidente, a causa del suo battesimo “eretico” presso la chiesa kievana. Il metropolita filorusso del Zaporozhe, Luka (Kovalenko) ha difeso il sacerdote, e da qui sono iniziate le rimostranze e le minacce. Alcuni attivisti, con un flashmob, hanno riempito la chiesa del rifiuto con una montagna di giocattoli; il 7 gennaio alcuni di essi sono stati brutalmente malmenati da parte dei membri della “Radomir”.

    Tali fatti hanno dato il via a una escalation di accuse reciproche, minacce e violenze da entrambe le parti e in diverse città ucraine. La notte del 10 gennaio è stata saccheggiata e profanata la chiesa della Santa Protezione a Chernomorsk, nella regione di Odessa, e simili atti di teppismo sono stati rivolti il 12 gennaio contro la chiesa della Madonna di Kazan, presso l’Accademia di Medicina a Kiev.

    Chiese di Mosca, “uffici del Kgb”

    Il 9 gennaio i nazionalisti ucraini hanno ricoperto diverse chiese russe con adesivi offensivi, che descrivono le chiese come “uffici del Kgb mascherati”. Alcuni giovani della “Lega Comune” ucraina hanno fatto irruzione durante una celebrazione liturgica nella cattedrale della Trinità della città di Dnepr, postando il video su internet. Nel frattempo si è diffusa la “protesta dei giocattoli”, diffondendo nelle chiese e nelle piazze ghirlande di giocattoli insanguinati. La manifestazione più clamorosa si è svolta presso le mura della Lavra delle Grotte di Kiev (v. foto), la “madre del monachesimo” dell’antica Rus’, dove dall’8 gennaio vari gruppi nazionalisti tentano di impedire l’accesso al sacro convento, in cui vi sono monaci di entrambe le giurisdizioni, al grido “fuori il Kgb dalle Grotte!”. Il superiore della Lavra, il metropolita Pavel (Lebed), è uscito a cercare di pacificare i dimostranti, ottenendo peraltro l’effetto contrario: nella foga della discussione, il metropolita si è messo a gridare che “la Crimea non è mai stata ucraina”, accendendo ulteriormente gli animi dei nazionalisti, e suscitando anche le rimostranze del governo ucraino.

    La “guerra del bimbo insanguinato” rischia di annullare i successi nella mediazione tra le parti ottenuti dal Patriarcato di Mosca, che tramite il suo rappresentante ucraino, il metropolita Onufrij di Kiev, aveva ottenuto il 4 gennaio l’accordo per uno scambio di 10 prigionieri russi e ucraini nei territori orientali, estendendo le intese già raggiunte a dicembre, quando erano stati scambiati centinaia di ostaggi. L’accordo era stato siglato lo scorso 25 dicembre a Mosca, tra lo stesso patriarca Kirill e alcuni leader politici ucraini. Il patriarca russo aveva affermato con enfasi che “sia qui che là c’è il nostro gregge, la nostra gente. Nessuno è tanto afflitto quanto la Chiesa ortodossa, quando il fratello alza la mano contro il fratello!”. Senza rinnovare le accuse contro i governanti ucraini, Kirill ha richiamato il ruolo decisivo della Chiesa nella pacificazione delle parti in conflitto.

    I nazionalisti ucraini attendevano soltanto l’occasione per dimostrare la falsità delle buone intenzioni del patriarca di Mosca, e l’intolleranza dei sacerdoti del Dnepr ha fornito loro un’ottima motivazione. La strada è ancora lunga per la pace delle Chiese in Ucraina, nonostante le diverse lettere e iniziative dei due patriarchi Kirill e Filaret.

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