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    » 30/04/2007, 00.00

    CINA

    Lotta all’inflazione: aumentata all'11% la riserva liquida delle banche



    Ma tutti ritengono che non basti per contenere l’inflazione. Esperti auspicano un robusto aumento del costo del denaro. I problemi strutturali di un sistema fondato sull’elargizione di prestiti bancari che poi non sono restituiti.

    Pechino (AsiaNews/Agenzie) – La Banca centrale cinese ha aumentato ieri di mezzo punto la riserva liquida obbligatoria per le banche, portandola all’11% dei depositi. Co questa decisione, che varrà dal 15 maggio, si vuole ridurre la disponibilità finanziaria per i prestiti e contenere l’inflazione, ma esperti ritengono la misura del tutto inadeguata.

    Nei primi 3 mesi del 2007 i prestiti bancari sono stati di 1,4 trilioni di yuan (182 miliardi di dollari), circa la metà dell’intero 2006. L’aumento delle riserve sui depositi (il 7° in un anno, il 4° nel solo 2007) era previsto, dopo che nei primi 3 mesi del 2007 il Prodotto interno lordo è cresciuto dell’11,1% e l’indice dei prezzi al consumo è aumentato del 3,3% a marzo. Ma esperti ritengono  questa misura insufficiente a contenere l'inflazione. Essa infatti  toglierà “solo” 170 miliardi di yuan di denaro liquido.

    Commentando per il South China Morning Post la decisione cinese, l'economista Ha Jiming, capo della Corporazione del capitale internazionale in Cina, afferma che l’aumento delle riserve nelle banche può avere solo effetti di breve periodo. Infatti “la causa dell’eccessiva crescita degli investimenti e della drammatica crescita dei prezzi in Cina è l’interesse troppo basso” praticato per i finanziamenti. Ha Jiming prevede che se la banca centrale non aumenta il costo del denaro entro pochi giorni, “è probabile un ulteriore aumento dei valori del mercato azionario, con incremento della bolla speculativa”.

    Le imprese cinesi sono finanziate per quasi il 98% dal credito bancario, ma spesso non restituiscono le somme. Negli anni scorsi l'economista Weijian Shan ha osservato che l’attivo bancario è costituito per quasi il 50% da crediti in sofferenza, ovvero che quasi la metà dei fondi depositati dai risparmiatori cinesi è prestata a ditte che poi non riescono a restituirli. In qualsiasi altro Paese queste banche sarebbero poste in fallimento. Ma lo Stato copre queste voragini, utilizzando le riserve di valuta accumulate con il lavoro e l’esportazione: nel gennaio 2004 circa 45 miliardi di dollari di riserve valutarie sono stati destinati a “salvare” la Banca di Cina e la Banca cinese per le Costruzioni, 2° e 3° maggiori banche del Paese. Nei mesi seguenti altri 100 miliardi di dollari hanno salvato la Banca industriale e commerciale di Cina e la Banca agricola di Cina. Secondo la Standard & Poor’s, azienda leader nel valutare il debito aziendale, per risanare il sistema bancario cinese occorrono oltre 518 miliardi di dollari, circa il 40% del Pil.

    Lo Stato vuole contenere l'inflazione evitando la possibile esplosione della bolla speculativa del mondo azionario e immobiliare, che avrebbe effetti devastanti. Gli interventi statali si sono finora dimostrati inadeguati.

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