30/06/2011, 00.00
VIETNAM – CINA
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Mar Cinese meridionale, analisti vietnamiti: a Pechino leader “avidi e aggressivi”

di Paul N. Hung
Ex dirigenti e storici affermano che la crisi sui confini marittimi è frutto di strategie economiche sbagliate del governo cinese. Gli “avidi capitalisti rossi” hanno trasformato il mercato economico in “campo di battaglia” e usano violenza “sul proprio popolo e sulle altre nazioni”. Continuano le esercitazioni navali cinesi, che Pechino definisce “di routine”.
Hanoi (AsiaNews) – La crisi nel mar Cinese meridionale è frutto delle strategie “sbagliate” del governo comunista di Pechino in campo economico. La classe dirigente è “avida e aggressiva” e cerca di scaricare i propri fallimenti sulle nazioni vicine, soprattutto quelle più piccole del Sud-est asiatico. E applica lo stesso criterio improntato alla “violenza”, sia verso i propri cittadini che gli altri Stati. È quanto spiegano ad AsiaNews storici, ex dirigenti ed analisti vietnamiti, che imputano all’aggressività, avidità ed espansionismo cinese il nuovo fronte di crisi in Asia. Intanto Pechino definisce “di routine” le esercitazioni navali delle ultime settimane e nega vi siano legami con i recenti scontri al largo delle coste vietnamite e filippine.

Un professore di storia sottolinea che “scelte sbagliate in campo economico” hanno spinto i leader comunisti cinesi a diventare “avidi e aggressivi” nei confronti delle “piccole nazioni del Sud-est asiatico”. Gli fa eco un ex dirigente di Hanoi, secondo cui oggi Pechino “impone strategie interne errate alla popolazione”.

Anche gli storici ricordano come il partito comunista cinese, fondato nel 1921, abbia retto le redini del comando “troppo a lungo” e non hanno più risposte adeguate ai tempi, che sono cambiati nel profondo. “Essi sono diventati – spiega uno studioso esperto di storia americana e vietnamita – leader dispotici, che non ammettono democrazia per la propria gente”, tanto da trasformarsi in “avidi capitalisti rossi” che hanno trasformato il mercato economico in “campo di battaglia”. Il parere unanime che emerge dagli analisti in Vietnam è che i vertici di Pechino “cercano benefici personali” sfruttando il nome del partito comunista e continueranno a usare “violenza sul popolo e sulle altre nazioni”.

Per dirimere le controversie nel mar Cinese meridionale, il 26 giugno scorso il Senato Usa ha approvato una mozione in cui si invitano i Paesi coinvolti a promuovere il “processo di negoziati multilaterali” e a raggiungere accordi volti alla “pace” nella regione Asia-Pacifico. Tuttavia, il governo cinese è disponibile solo a colloqui bilaterali con ciascuno dei Paesi coinvolti, invita gli Stati Uniti e “non immischiarsi” in problemi che non competono loro e continua a rivendicare ampie porzioni di territorio che non rientrano – in base ai trattati internazionali – nella loro disponibilità.

E a quanti propongono un Codice di condotta, che sia in grado di dirimere a livello globale le rivendicazioni nell’area, Pechino risponde con una serie di esercitazioni militari navali, definite “di routine” e senza legami con la recente crisi. A giugno la marina cinese ha svolto sei esercitazioni nell’area, mentre continuano le manovre congiunte – della durata di 11 giorni – tra la marina militare statunitense e quella filippina.

Fra le nazioni della regione Asia-Pacifico, la Cina è quella che avanza le maggiori rivendicazioni in materia di confini marittimi nel mar Cinese meridionale, che comprendono le isole Spratly e Paracel, disabitate, ma assai ricche di risorse e materie prime. L’egemonia nell’area riveste un carattere strategico per il commercio e lo sfruttamento delle materie prime, fra cui petrolio e gas naturale. A contendere le mire espansionistiche di Pechino vi sono il Vietnam, le Filippine, la Malaysia, il Sultanato del Brunei e Taiwan, cui si uniscono la difesa degli interessi strategici degli Stati Uniti nell’area.
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