17/08/2019, 09.00
GIORDANIA - ISRAELE
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Mar Morto, l’allarme degli ambientalisti: a rischio scomparsa entro 40 anni

Per gli esperti è un “fenomeno geologico unico” che rischia di sparire. Necessario intervenire per rallentare l’abbassamento delle acque e la perdita progressiva della costa. Fra i principali imputati le aziende estrattive, in particolare sul versante israeliano. La richiesta di una conferenza internazionale sotto l’egida delle Nazioni Unite. 

Amman (AsiaNews) - Entro i prossimi 30 anni, massimo 40, il mar Morto rischia di scomparire se non si interviene in modo efficace per rallentare l’abbassamento delle acque e la perdita progressiva della costa. A lanciare il nuovo allarme è un gruppo di esperti in un editoriale pubblicato dal Jordan Times, secondo cui a dispetto dei ripetuti appelli degli ultimi anni le parti interessate - governi dell’area e organismi internazionali - non sembrano preoccuparsi della drammatica crisi alle porte.

Sakher Nsour, presidente della Jordan Geologists Association, sottolinea che il mar Morto è “un fenomeno geologico unico”, che corre il pericolo di “scomparire nei prossimi decenni”. Dagli ultimi rapporti ambientali emerge che il livello delle acque sta diminuendo a un ritmo di un metro e mezzo all’anno e che, negli ultimi 40 anni, il volume complessivo del bacino si è ridotto del 35%. 

Il calo progressivo delle acque ha già causato alcuni effetti sull’ecosistema del bacino: in primis, il progressivo allontanamento dalla riva di hotel, stabilimenti e ristoranti che un tempo affacciavano sul mare ed erano meta ambita per i turisti. Molte delle spiagge sabbiose, un tempo erano ricoperte per intero dalle acque. Inoltre, negli ultimi anni emergono con sempre maggiore frequenza enormi crateri all’interno del bacino idrico. 

Il mar Morto è, in realtà, un lago situato fra Israele, Giordania e Palestina, nel deserto della Giudea. Esso sorge nella depressione più profonda della terra ed è il risultato dell’evaporazione millenaria delle sue acque, non compensate dal contributo degli immissari. Oggi il livello del bacino superiore, a nord, è di 415 metri sotto il livello del mare e il divario continua ad aumentare. La caratteristica peculiare è l’estrema salinità delle acque, che non consente forme di vita al suo interno ad eccezione di alcune tipologie di batteri.

Secondo gli esperti, dietro il declino vi sono fattori naturali e responsabilità umane, fra cui l’uso estensivo da parte di Israele delle acque del fiume Giordano nel deserto del Negev nel sud. A questo si aggiungono gli impianti di estrazione di sale e potassio sulle rive del mare, in particolar modo sul versante israeliano, che hanno contribuito all’enorme pompaggio di acqua. Infine, vi è da tenere contro dell’estrema fluttuazione delle precipitazioni che hanno ridotto, e non di poco, il contribuito di acqua ai fiumi che alimentano il bacino. 

Fra le ragioni primarie della crisi, resta la mano dell’uomo e delle attività di sfruttamento promosse in questi ultimi anni, contro i quali inizia a muoversi anche la magistratura. Nei giorni scorsi il tribunale di Haifa, raccogliendo una petizione del gruppo ambientalista Adam Teva V’Din, ha imposto alla Dead Sea Works un limite al prelievo di acque dal bacino per scopi industriali. Sul banco degli imputati il più importante impianto [israeliano] di estrazione del potassio a Sdom, responsabile secondo gli ecologisti di inquinare e contribuire allo svuotamento del mar Morto. 

In risposta all’emergenza, attivisti e ong ambientaliste auspicano “il prima possibile” una conferenza internazionale per “salvare il mar Morto”, da tenersi sotto l’egida delle Nazioni Unite. L’idea è quella di un incontro globale, perché è “compito e interesse di tutti” salvare il bacino e scongiurarne la scomparsa definitiva.

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