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  • » 16/06/2017, 09.40

    ISRAELE

    P. Neuhaus: i migranti cristiani di Terra Santa, portatori di “vitalità, vivacità e devozione”



    In Terra Santa ci sono 150mila migranti cristiani, 60mila dei quali cattolici. Arrivano da tutto il mondo, con speranze e motivi diversi: chi in cerca di lavoro, chi in fuga da guerra e dittatura. La Chiesa di Gerusalemme “madre in cui tutti possono sentirsi a casa” dà loro sostegno. Grati della bellezza della diversità. I richiedenti asilo i più vulnerabili, parte “proficua” della Chiesa e della società.

    Tel Aviv (AsiaNews) – P. David Neuhaus è il vicario patriarcale per i cattolici d'espressione ebraica, e si occupa del Centro pastorale “Nostra Signora del Valore”. In quest’intervista, condivide l’esperienza dei numerosi migranti cristiani in Israele.

    Parlando di migranti cristiani, quale è la loro principale provenienza? Arrivano con le loro famiglie?

    I migranti sono divisi in diverse categorie. Quando si tratta di cristiani, stiamo parlando di circa 150mila persone. Si parla di migranti lavoratori. La maggior parte dei badanti arrivano dall’Asia, e il più grande gruppo sono i filippini. I cattolici includono filippini, indiani e srilankesi con una piccola popolazione dell’Africa occidentale, l’America latina e l’Europa orientale. I migranti legali non possono portare i membri della loro famiglia, alcuni di loro si creano famiglie in Israele. Ci sono i migranti lavoratori illegali, quelli che arrivano come turisti e restano a lavorare. Molti di questi arrivano dall’Europa orientale e dai Paesi dell’ex-Unione Sovietica. Capita spesso che abbiano lasciato le loro famiglie. Infine, ci sono i richiedenti asilo, quelli scappati dai loro Paesi e arrivati in Israele, entrando dal Sinai. I confini vennero chiusi nel 2012, le 40mila persone che ora sono qui sono tutte arrivate prima di allora. I cristiani in questo gruppo vengono dall’Eritrea. Alcuni di essi hanno famiglie, alcuni sono arrivati insieme, ma i più se ne sono costruita una dopo essere arrivati.

    Quali sono i problemi e le fatiche della loro vita di tutti i giorni?

    La più importante difficoltà è trovare un tetto e un lavoro che faccia guadagnare abbastanza per le spese di tutti i giorni. Un gran numero di migranti sono costretti a lavorare per lunghe ore in un sistema dove la discriminazione e lo sfruttamento sono dilaganti. La maggioranza di loro vive in quartieri che sono molto poveri e infestati dalla criminalità, mettendo a rischio la loro sicurezza.

    Quando ci sono i bambini, il problema è dargli un’educazione. Gestire le malattie è una catastrofe, visto che pochi di loro hanno un’assicurazione medica decente.

    Come Chiesa, noi cerchiamo di aiutarli affrontando tre tipi di sfide: prima di tutto, stabiliamo comunità parrocchiali, dove i migranti possono continuare la loro vita religiosa nelle lingue e tradizioni a cui sono abituati. Queste comunità danno uno spazio dove possono sentirsi a casa nella loro propria cultura, fra compatrioti. Forniamo educazione religiosa per i bambini. I figli di migranti sono istruiti nel sistema statale, ma non ricevono alcun tipo di formazione religiosa e quindi la Chiesa organizza catechismo, pubblica libri in ebraico (la lingua con cui crescono), organizza attività di doposcuola, e così via. Poi cerchiamo anche in intervenire in aree di crisi: l’asilo per i bambini piccoli, che non sono curati dal sistema israeliano; la cura dei malati che hanno perso il lavoro e la casa; il sostegno alle vittime di traffico umano e tortura (in prevalenza fra gli africani, alcuni dei quali erano stati rapiti). La Chiesa ha anche un gruppo che offre sostegno ai migranti imprigionati in Israele.

    Cosa significa questa migrazione cristiana per le comunità cristiane della Terra Santa e la loro vita?

    La Chiesa di Terra Santa ha il dovere di porgere la sua mano ai migranti e al contempo la sfida è che il numero di questi migranti cristiani è quasi lo stesso dei cittadini cristiani nello Stato di Israele, all’incirca 160mila. Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, i numeri sono anche più importanti, visto che a 60mila migranti cattolici corrispondono solo circa 25mila cittadini cattolici in Israele.

    Un’altra importante sfida è che i cittadini cristiani sono per lo più arabi che vivono nel contesto arabofono in Israele, mentre i migranti vivono in quello ebraico. Insieme con la popolazione cristiana di espressione ebraica, questi migranti garantiscono una presenza cristiana nel cuore della società israeliana ebraica.

    È molto importante che i cristiani in Terra Santa accolgano i migranti e li facciano sentire a casa. I migranti portano vitalità, vivacità e devozione alle Chiese locali e il carattere multiculturale della Chiesa di Terra Santa oggi può servire come promemoria che la Chiesa di Gerusalemme è davvero la Chiesa madre e che in essa tutti possono sentirsi a casa.

    A riguardo della Centro pastorale Nostra Signora del Valore a Tel Aviv, cosa può condividere di quest’esperienza?

    È un’oasi nel mezzo di un quartiere di baracche nel sud di Tel Aviv. Abbiamo iniziato nel febbraio del 2014, la prima volta che una chiesa cattolica è entrata del tutto in funzione nella città ebraica di Tel Aviv. Nel mezzo di povertà e crimine, spaccio di droga e prostituzione, questo luogo di preghiera e vita comunitaria irradia serenità, amore, speranza e attivismo comunitario. Almeno otto messe domenicali vengono celebrate ogni settimana, accogliendo migliaia di fedeli. Ogni giorno 60 bambini migranti sono accolti per 11 ore al giorno nell’asilo che fornisce un modello alternativo all’orrendo deposito per bambini del quartiere, essi vengono al centro per essere aiutati con i compiti. Offriamo ai bambini e ai giovani attività di doposcuola. Il catechismo religioso li prepara al sacramento e li introduce alla fede dei loro genitori nel linguaggio della società in cui vivono, l’ebraico.

    Stimolare una sana vita di comunità, incoraggiare i rapporti fra diversità culturali e portare radiante testimonianza della fede cristiana in un quartiere multi-religioso è rinvigorente. Qui la Chiesa è ai margini e collabora con tutti quelli che stanno cercando di costruire un futuro fra povertà, discriminazione, sfruttamento e crimine.

    Come vivono la fede persone di così diversa origine?

    Le messe sono celebrate in differenti lingue con diverse tradizioni e musiche. Comunque, i più bei momenti sono le celebrazioni in cui tutti si raccolgono insieme: giorni speciali di festa, come la festa della Nostra Signora del Valore (all’inizio di maggio) e la Giornata mondiale dei migranti a gennaio. La bellezza di questa diversità è sbalorditiva e crea momenti per cui essere grati fra le difficoltà e le sofferenze. Noi lavoriamo insieme per assicurare che la comunicazione fra culture porti all’armonia e la comprensione.

    Ci sono molti rifugiati e richiedenti asilo nel centro? Come si adattano a vivere in Israele?

    I richiedenti asilo sono i più poveri e vulnerabili fra i gruppi di migranti. Sono sfuggiti alla guerra, al genocidio e alla dittatura in Eritrea e Sudan. Sono arrivati sperando di essere riconosciuti come rifugiati in Israele, ma meno del 0,1% di loro sono riusciti a portare aventi la richiesta. La Chiesa è attiva insieme alle Ong per cercare di accrescere la consapevolezza delle loro condizioni.

    La maggior parte dei richiedenti asilo sono cristiani ortodossi di rito ge’ez. C’è una piccola comunità parrocchiale di eritrei che sono cattolici di rito ge’ez a Tel Aviv e Gerusalemme. La vita di questi richiedenti asilo è difficile in modo particolare perché non gli è garantito alcuni diritto al lavoro, nessuna assicurazione sanitaria, nessuno status duraturo e non hanno possibilità di lasciare il Paese a meno che non vogliano essere deportati in Africa. La autorità hanno aumentato le difficoltà negli ultimi anni nel tentativo di spingerli ad andarsene. Un campo di detenzione del deserto del Negev è la casa di migliaia di uomini celebi richiedenti asilo. Di recente, le autorità hanno introdotto nuovi modi di tassare qualsiasi guadagno essi possano ottenere.

    Dovrebbe essere sottolineato che a discapito della situazione cupa, ci sono molti richiedenti asilo che lavorano duramente per prendersi cura di loro stessi e delle loro famiglie. Dobbiamo pregare con forza con lo spirito di papa Francesco che le autorità smettano di vedere queste persone come un nemico, ma piuttosto una potenziale risorsa di produttività per la nostra società. Di per certo, sono una parte molto vibrante e proficua della nostra Chiesa.

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