13/04/2016, 13.20
PAKISTAN
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Pakistan, l’etnia kalash denuncia: I nostri bambini, convertiti con la forza all’islam

Il gruppo è composto oggi da circa 3mila anime. Discendono da Alessandro Magno, sono politeisti, parlano una lingua della famiglia indoeuropea, hanno la pelle e gli occhi chiari. Gli attivisti riportano le difficoltà nel tramandare la cultura degli antenati, quando commercio e studio si trasferiscono nelle città. Dal 2008 la pratica per inserire l’etnia nella Lista del Patrimonio culturale dell’Unesco è bloccata per un rimpallo di responsabilità con il governo.

Islamabad (AsiaNews/Agenzie) – I kalash, la più piccola minoranza religiosa ed etnica del Pakistan, temono di perdere la loro unica e caratteristica identità a causa delle continue conversioni all’islam dei loro bambini. La minoranza risiede nella valle del Chitral e oggi è composta da appena 3mila anime. Dal 2008 è in attesa di essere inserita nella Lista del Patrimonio culturale immateriale dell’Unesco, ma la sua lotta per il riconoscimento di “minoranza da proteggere” langue, sommersa dalla lenta burocrazia. Per questo gli attivisti del Kalash Peoples Development Network (Kpdn) hanno denunciato che l’etnia rischia l’estinzione.

I kalash sono un’etnia unica e con tratti molto particolari: la sua gente ha la pelle e gli occhi chiari, tanto che gli archeologi ritengono che discenda da una legione macedone dell’imperatore Alessandro Magno, che avrebbe donato ad un suo generale la valle del Chitral. La minoranza parla una lingua appartenente alla famiglia di quelle indoeuropee, venera numerose divinità e le onora attraverso musica, danze e alcolici, fermentati e prodotti in loco. Inoltre i matrimoni vengono siglati con una semplice danza e le donne della comunità sono libere di instaurare nuove relazioni.

Queste caratteristiche allontanano la comunità dalle tradizioni culturali del resto del Paese, dove il rispetto della legge islamica impedisce tali comportamenti.

Gli attivisti denunciano che i kalash mantengono con difficoltà lo stile di vita rurale degli antenati, dal momento che per commercio e studio sono costretti a trasferirsi nelle città. I loro figli hanno l’obbligo di seguire i corsi di religione islamica, mentre sono assenti quelli che tramandano le loro tradizioni. Oltretutto, i membri della minoranza sono costretti a subire le vessazioni della maggioranza islamica, che crede che Allah sia “ferito” dalle loro pratiche tribali e li punisca “inviando” calamità naturali nella regione, come alluvioni e terremoti.

Sotto tali pressioni, un numero sempre maggiore di tribali si sta convertendo all’islam. Per questo, sostiene Luke Rehmat, attivista di Kpdh, “i kalash devono essere protetti in modo legale dal governo del Pakistan. Essi sono una civiltà vivente”. Egli mette sotto accusa anche la lentezza delle operazioni di riconoscimento come comunità protetta da parte dell’Unesco, che ha otto anni rimanda la pratica.

Jawad Aziz, funzionario Unesco di Islamabad, si difende affermando che dal 2012, da quando si sono svolte delle consultazioni trilaterali tra governo, minoranza e organismo internazionale, “le autorità del Pakistan non hanno trasmesso il dossier per preservare l’eredità culturale dei kalash o per salvaguardarne i membri a rischio”.

Da parte sua il governo rimpalla le responsabilità e attribuisce la colpa alla lunga procedura di inserimento nella lista. Sajid Munir, portavoce dell’Istituto nazionale dell’eredità di popoli e tradizioni, afferma che l’organizzazione è impegnata fin dagli anni ’80 nella difesa della cultura kalash.

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