13/04/2016, 12.11
VATICANO
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Papa: A Lesbo per essere vicino ai profughi. Pregate per me

All’udienza generale Francesco commenta la chiamata di Matteo, peccatore agli occhi del mondo: “La Chiesa non è una comunità di perfetti, ma di discepoli in cammino, che seguono il Signore perché si riconoscono peccatori e bisognosi del suo perdono. La vita cristiana quindi è scuola di umiltà che ci apre alla grazia”. La superbia e l’orgoglio “sono un muro che impediscono il rapporto con Dio”. Dopo la catechesi un appello: “Andrò in Grecia per esprimere vicinanza e solidarietà, ai migranti e al popolo greco che li accoglie con tanta generosità”.

Città del Vaticano (AsiaNews) – Il viaggio di papa Francesco a Lesbo “insieme con i miei fratelli il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo e l’arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia Hieronymos” è stato deciso “per esprimere vicinanza e solidarietà sia ai profughi sia ai cittadini di Lesbo e a tutto il popolo greco tanto generoso nell’accoglienza. Accompagnatemi con la preghiera”. Lo ha detto il pontefice dopo la catechesi dell’udienza generale, oggi dedicata alla chiamata di Matteo.

Questi, spiega il pontefice, “era un esattore delle tasse e quindi considerato pubblico peccatore. Ma Gesù lo chiama a seguirlo e a diventare suo discepolo”. Questa chiamata provoca scandalo fra farisei e discepoli, perché secondo loro Cristo non dovrebbe sedere con i peccatori o chiamarli a essere suoi discepoli: “Chiamando Matteo, Gesù mostra ai peccatori che non guarda al loro passato, alla condizione sociale, alle convenzioni esteriori, ma piuttosto apre loro un futuro nuovo. Una volta ho sentito un detto bello: ‘Non c’è santo senza passato e non c’è peccatore senza futuro’. Questo è quello che fa Gesù”.

La Chiesa, infatti, “non è una comunità di perfetti, ma di discepoli in cammino, che seguono il Signore perché si riconoscono peccatori e bisognosi del suo perdono. La vita cristiana quindi è scuola di umiltà che ci apre alla grazia”.

Questo comportamento non è compreso da chi, con presunzione, si crede migliore degli altri: “Superbia e orgoglio non permettono di riconoscersi bisognosi di salvezza, anzi, impediscono di vedere il volto misericordioso di Dio e di agire con misericordia. Esse sono un muro. La superbia e l’orgoglio sono un muro che impediscono il rapporto con Dio. Eppure, la missione di Gesù è proprio questa: venire in cerca di ciascuno di noi, per sanare le nostre ferite e chiamarci a seguirlo con amore”.

Se i farisei vedono negli invitati solo dei peccatori e rifiutano di sedersi con loro “Gesù al contrario ricorda loro che anch’essi sono commensali di Dio. In questo modo, sedere a tavola con Gesù significa essere da Lui trasformati e salvati. Nella comunità cristiana la mensa di Gesù è duplice: c’è la mensa della Parola e c’è la mensa dell’Eucaristia (cfr Dei Verbum, 21). Sono questi i farmaci con cui il Medico Divino ci risana e ci nutre. Con il primo – la Parola – Egli si rivela e ci invita a un dialogo fra amici. Gesù non aveva paura di dialogare con i peccatori, i pubblicani, le prostitute… No, lui non aveva paura: amava tutti! La sua Parola penetra in noi e, come un bisturi, opera in profondità per liberarci dal male che si annida nella nostra vita”.

A volte, sottolinea Francesco, “questa Parola è dolorosa perché incide sulle ipocrisie, smaschera le false scusanti, mette a nudo le verità nascoste; ma nello stesso tempo illumina e purifica, dà forza e speranza, è un ricostituente prezioso nel nostro cammino di fede. L’Eucaristia, da parte sua, ci nutre della stessa vita di Gesù e, come un potentissimo rimedio, in modo misterioso rinnova continuamente la grazia del nostro Battesimo. Accostandoci all’Eucaristia noi ci nutriamo del Corpo e Sangue di Gesù, eppure, venendo in noi, è Gesù che ci unisce al suo Corpo!”.

Chiudendo il dialogo con i farisei, Gesù ricorda il profeta Osea: “Misericordia io voglio e non sacrificio”. Gesù, conlude il papa, “applica questa frase profetica anche alle relazioni umane: quei farisei erano molto religiosi nella forma, ma non erano disposti a condividere la tavola con i pubblicani e i peccatori; non riconoscevano la possibilità di un ravvedimento e perciò di una guarigione; non mettevano al primo posto la misericordia: pur essendo fedeli custodi della Legge, dimostravano di non conoscere il cuore di Dio! È come se a te regalassero un pacchetto con dentro un dono e tu, invece di andare a cercare il dono, guardi soltanto la carta nel quale è incartato: soltanto le apparenze, la forma, e non il nocciolo della grazia, del dono che viene dato!”.

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