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  • » 13/01/2014, 00.00

    VATICANO

    Papa: a "ferire la pace" non solo le guerre, ma anche "qualsiasi negazione della dignità umana"



    Nel discorso ai diplomatici la speranza per la fine del conflitto in Siria, la preoccupazione per Libano e Iraq, la preghiera per la riunificazione delle Coree, la disponibilità verso la Cina, i drammi africani e le violenze contro i cristiani. La mancanza della "cultura dell'incontro" e lo "scarto" di persone ritenute "inutili", come gli anziani o i bambini abortiti. L'"avido sfruttamento delle risorse ambientali".

    Città del Vaticano (AsiaNews) - Le "ferite alla pace" non vengono solo dalle guerre - che insanguinano in particolare Medio Oriente e Africa - ma anche da "qualsiasi negazione della dignità umana", a partire dalla mancanza di cibo, dallo "scarto" di persone ritenute "inutili", come gli anziani o i bambini abortiti, e anche dall'"avido sfruttamento delle risorse ambientali". Parte dalla mancanza di una "cultura dell'incontro" che rendendo capaci di attenzione agli altri "trasforma l'egoismo in dono di sé e la vendetta in perdono" lo sguardo di papa Francesco sul 2013 nel mondo, tradizionale argomento del discorso che il papa rivolge al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, in rappresentanza di 180 Stati, in occasione degli auguri per il nuovo anno.

    Il discorso del Papa affronta sia situazioni legate a regioni o Stati - come il Medio Oriente - sia problemi che hanno radici etiche, sociali e culturali. Come i "crescenti atteggiamenti di chiusura che, facendo leva su motivazioni religiose, tendono a privare i cristiani delle loro libertà e a mettere a rischio la convivenza civile", che Francesco ha citato parlando dell'Asia. Di quel continente il Papa ha ricordato anche la penisola coreana e, senza nominarla, la Cina. "Vorrei - ha detto - implorare da Dio il dono della riconciliazione nella penisola, con l'auspicio che, per il bene di tutto il popolo coreano, le Parti interessate non si stanchino di cercare punti d'incontro e possibili soluzioni. L'Asia, infatti, ha una lunga storia di pacifica convivenza tra le sue varie componenti civili, etniche e religiose. Occorre incoraggiare tale reciproco rispetto, soprattutto di fronte ad alcuni preoccupanti segnali di un suo indebolimento, in particolare a crescenti atteggiamenti di chiusura che, facendo leva su motivazioni religiose, tendono a privare i cristiani delle loro libertà e a mettere a rischio la convivenza civile. La Santa Sede guarda, invece, con viva speranza i segni di apertura che provengono da Paesi di grande tradizione religiosa e culturale, con i quali desidera collaborare all'edificazione del bene comune".

    E' Asia anche il Medio Oriente, a proposito del quale il Papa ha detto che non cessa di "sperare che abbia finalmente termine il conflitto in Siria". Ringraziati quanti, autorità pubbliche e singole persone si sono unite alla Giornata di digiuno e preghiera da lui indetta nel settembre scorso, il Papa ha auspicato che "la Conferenza 'Ginevra 2', convocata per il 22 gennaio p.v., segni l'inizio del desiderato cammino di pacificazione. Nello stesso tempo, è imprescindibile il pieno rispetto del diritto umanitario. Non si può accettare che venga colpita la popolazione civile inerme, soprattutto i bambini. Incoraggio, inoltre, tutti a favorire e a garantire, in ogni modo possibile, la necessaria e urgente assistenza di gran parte della popolazione, senza dimenticare l'encomiabile sforzo di quei Paesi, soprattutto il Libano e la Giordania, che con generosità hanno accolto nel proprio territorio i numerosi profughi siriani".

    "Rimanendo nel Medio Oriente, noto con preoccupazione le tensioni che in diversi modi colpiscono la Regione. Guardo con particolare preoccupazione al protrarsi delle difficoltà politiche in Libano, dove un clima di rinnovata collaborazione fra le diverse istanze della società civile e le forze politiche è quanto mai indispensabile per evitare l'acuirsi di contrasti che possono minare la stabilità del Paese. Penso anche all'Egitto, bisognoso di una ritrovata concordia sociale, come pure all'Iraq, che stenta a giungere all'auspicata pace e stabilità. In pari tempo, rilevo con soddisfazione i significativi progressi compiuti nel dialogo tra l'Iran ed il "Gruppo 5+1" sulla questione nucleare".

    "Ovunque la via per risolvere le problematiche aperte deve essere quella diplomatica del dialogo. "Occorre «il coraggio di andare oltre la superficie conflittuale» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 228),per considerare gli altri nella loro dignità più profonda, affinché l'unità prevalga sul conflitto e sia «possibile sviluppare una comunione nelle differenze» (ibid.). In questo senso è positivo che siano ripresi i negoziati di pace tra Israeliani e Palestinesi e faccio voti affinché le Parti siano determinate ad assumere, con il sostegno della Comunità internazionale, decisioni coraggiose per trovare una soluzione giusta e duratura ad un conflitto la cui fine si rivela sempre più necessaria e urgente".

    E "non cessa di destare preoccupazione l'esodo dei cristiani dal Medio Oriente e dal Nord Africa. Essi desiderano continuare a far parte dell'insieme sociale, politico e culturale dei Paesi che hanno contribuito ad edificare, e ambiscono concorrere al bene comune delle società nelle quali vogliono essere pienamente inseriti, quali artefici di pace e di riconciliazione. Pure in altre parti dell'Africa, i cristiani sono chiamati a dare testimonianza dell'amore e della misericordia di Dio. Non bisogna mai desistere dal compiere il bene anche quando è arduo e quando si subiscono atti di intolleranza, se non addirittura di vera e propria persecuzione. In vaste aree della Nigeria non si fermano le violenze e continua ad essere versato tanto sangue innocente. Il mio pensiero va soprattutto alla Repubblica Centro africana, dove la popolazione soffre a causa delle tensioni che il Paese attraversa e che hanno seminato a più riprese distruzione e morte. Mentre assicuro la mia preghiera per le vittime e per i numerosi sfollati, costretti a vivere in condizioni di indigenza, auspico che l'interessamento della Comunità internazionale contribuisca a far cessare le violenze, a ripristinare lo stato di diritto e a garantire l'accesso degli aiuti umanitari anche alle zone più remote del Paese. Da parte sua, la Chiesa cattolica continuerà ad assicurare la propria presenza e collaborazione, adoperandosi con generosità per fornire ogni aiuto possibile alla popolazione e, soprattutto, per ricostruire un clima di riconciliazione e di pace fra tutte le componenti della società. Riconciliazione e pace sono priorità fondamentali anche in altre parti del continente africano. Mi riferisco particolarmente al Mali, dove pur si nota il positivo ripristino delle strutture democratiche del Paese, come pure al Sud Sudan, dove, al contrario, l'instabilità politica dell'ultimo periodo ha già provocato numerosi morti e una nuova emergenza umanitaria".

    Siamo alle "ferite" che hanno radici etiche, culturali e sociali. "La pace è inoltre ferita da qualunque negazione della dignità umana, prima fra tutte dalla impossibilità di nutrirsi in modo sufficiente. Non possono lasciarci indifferenti i volti di quanti soffrono la fame, soprattutto dei bambini, se pensiamo a quanto cibo viene sprecato ogni giorno in molte parti del mondo, immerse in quella che ho più volte definito la 'cultura dello scarto'. Purtroppo, oggetto di scarto non sono solo il cibo o i beni superflui, ma spesso gli stessi esseri umani, che vengono 'scartati' come fossero 'cose non necessarie'. Ad esempio, desta orrore il solo pensiero che vi siano bambini che non potranno mai vedere la luce, vittime dell'aborto, o quelli che vengono utilizzati come soldati, violentati o uccisi nei conflitti armati, o fatti oggetti di mercato in quella tremenda forma di schiavitù moderna che è la tratta degli esseri umani, la quale è un delitto contro l'umanità".

    "Non può trovarci insensibili il dramma delle moltitudini costrette a fuggire dalla carestia o dalle violenze e dai soprusi, particolarmente nel Corno d'Africa e nella Regione dei Grandi Laghi. Molti di essi vivono come profughi o rifugiati in campi dove non sono più considerate persone ma cifre anonime. Altri, con la speranza di una vita migliore, intraprendono viaggi di fortuna, che non di rado terminano tragicamente. Penso in modo particolare ai numerosi migranti che dall'America Latina sono diretti negli Stati Uniti, ma soprattutto a quanti dall'Africa o dal Medio Oriente cercano rifugio in Europa". In proposito, Francesco ricorda la visita a Lampedusa. "Purtroppo vi è una generale indifferenza davanti a simili tragedie, che è un segnale drammatico della perdita di quel «senso della responsabilità fraterna» (Omelia nella S. Messa a Lampedusa, 8 luglio 2013), su cui si basa ogni società civile. In tale circostanza ho però potuto constatare anche l'accoglienza e la dedizione di tante persone".

    "Infine, desidero menzionare un'altra ferita alla pace, che sorge dall'avido sfruttamento delle risorse ambientali. Anche se «la natura è a nostra disposizione» (Messaggio per la XLVII Giornata Mondiale della Pace[8 dicembre 2013], 9), troppo spesso «non la rispettiamo e non la consideriamo come un dono gratuito di cui avere cura e da mettere a servizio dei fratelli, comprese le generazioni future» (ibid.).Pure in questo caso va chiamata in causa la responsabilità di ciascuno affinché, con spirito fraterno, si perseguano politiche rispettose di questa nostra terra, che è la casa di ognuno di noi. Ricordo un detto popolare che dice: "Dio perdona sempre, noi perdoniamo a volte, la natura - il creato - non perdona mai quando viene maltrattata!". D'altra parte, abbiamo avuto davanti ai nostri occhi gli effetti devastanti di alcune recenti catastrofi naturali. In particolare, desidero ricordare ancora le numerose vittime e le gravi devastazioni nelle Filippine e in altri Paesi del Sud-Est asiatico provocate dal tifone Haiyan".

    "Il Papa Paolo VI - ha concluso Francesco - notava che la pace «non si riduce ad un'assenza di guerra, frutto dell'equilibrio sempre precario delle forze. Essa si costruisce giorno per giorno, nel perseguimento di un ordine voluto da Dio, che comporta una giustizia più perfetta tra gli uomini» (Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio[26 marzo 1967], 76: AAS 59 [1967], 294-295).È questo lo spirito che anima l'azione della Chiesa ovunque nel mondo, attraverso i sacerdoti, i missionari, i fedeli laici, che con grande spirito di dedizione si prodigano, tra l'altro, in molteplici opere di carattere educativo, sanitario ed assistenziale, a servizio dei poveri, dei malati, degli orfani e di chiunque sia bisognoso di aiuto e conforto. A partire da tale «attenzione d'amore» (Esort. ap. Evangeliigaudium, 199), la Chiesa coopera con tutte le istituzioni che hanno a cuore tanto il bene dei singoli quanto quello comune".

     

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