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» 02/12/2009 12:19
VATICANO
Papa: solo l’amore verso Dio e il prossimo dà senso alle nostre scelte
All’udienza generale, Benedetto XVI illustra la figura di Guglielmo di Saint Thierry, il monaco del XII secolo definito il “cantore dell’amore, della carità”. Per l’azione dello Spirito Santo “l’uomo diventa uno con Dio”, può arrivare non a essere Dio, ma a “ciò che Dio è”.

Città del Vaticano (AsiaNews) – Solo l’amore verso Dio e il prossimo dà senso alle nostre scelte e il desiderio dell’uomo di “diventare come Dio”, che ci ha creati a sua immagine e somiglianza, può arrivare non a essere Dio, ma a “ciò che Dio è”. E’ l’insegnamento offerto da Guglielmo di Saint Thierry, il “cantore dell’amore, della carità”, come viene definito il monaco del XII secolo del quale Benedetto XVI ha illustrato oggi la figura alle circa 10mila persone presenti in piazza San Pietro per l’udienza generale.
 
Guglielmo, ha ricordato, nacque a Liegi tra il 1075 e il 1080. Di nobile famiglia, frequentò famose scuole dell’epoca. Entrò in contatto personale anche con Abelardo, “il maestro che applicava la filosofia alla teologia in modo così originale da suscitare molte perplessità e opposizioni”, alle quali si unì anche Guglielmo, che sollecitò il suo amico Bernardo a prendere posizione. “Rispondendo a quel misterioso e irresistibile appello di Dio, che è la vocazione alla vita consacrata, Guglielmo entrò nel monastero benedettino di Saint-Nicaise di Reims nel 1113”, e qualche anno dopo divenne abate del monastero di Saint-Thierry, unendosi a quel movimento, allora diffuso, di purificazione e rinnovamento della vita monastica. In tal senso operò nel suo monastero e nell’ordine benedettino, ma incontrando resistenze. “E così, nonostante il consiglio contrario dell’amico Bernardo, nel 1135, lasciò l’abbazia benedettina, smise l’abito nero e indossò quello bianco, per unirsi ai cistercensi di Signy. Da quel momento fino alla morte, avvenuta nel 1148, si dedicò alla contemplazione orante dei misteri di Dio, da sempre oggetto dei suoi più profondi desideri, e alla composizione di scritti di letteratura spirituale, importanti nella storia della teologia monastica”.
 
Una delle sue prime opere, ha proseguito il Papa, è intitolata “De natura et dignitate amoris” (La natura e la dignità dell’amore). “Vi è espressa una delle idee fondamentali di Guglielmo, valida anche per noi. L’energia principale che muove l’animo umano è l’amore. La natura umana, nella sua essenza più profonda, consiste nell’amare. In definitiva, un solo compito è affidato a ogni essere umano: imparare a voler bene, ad amare, sinceramente, autenticamente, gratuitamente. Ma solo alla scuola di Dio questo compito viene assolto e l’uomo può raggiungere il fine per cui è stato creato”.
 
Ma imparare ad amare “richiede un lungo e impegnativo cammino”, che Guglielmo articola in quattro tappe, “corrispondenti alle età dell’uomo: l’infanzia, la giovinezza, la maturità e la vecchiaia. In questo itinerario la persona deve imporsi un’ascesi efficace, un forte controllo di sé per eliminare ogni affetto disordinato, ogni cedimento all’egoismo, e unificare la propria vita in Dio, sorgente dell’amore, fino a giungere al vertice della vita spirituale”, che Guglielmo definisce “sapienza”. A conclusione di questo itinerario, “si sperimenta una grande serenità e dolcezza. Tutte le facoltà dell’uomo, intelligenza, volontà, affetti, riposano in Dio, conosciuto e amato in Cristo”.
 
Ciò che colpisce di Guglielmo, ha rilevato Benedetto XVI è che nel parlare dell’amore a Dio “attribuisca una notevole importanza alla dimensione affettiva”. In fondo, ha commentato, “il nostro cuore è fatto di carne, e quando amiamo Dio, che è l’amore stesso, come non esprimere in questa relazione con il Signore anche i nostri umanissimi sentimenti, come la tenerezza, la sensibilità, la delicatezza. Il Signore stesso, facendosi uomo, ha voluto amarci con un cuore di carne”.  L’amore, inoltre, “illumina l’intelligenza e permette di conoscere meglio e in modo profondo Dio e, in Dio, le persone e gli avvenimenti. La conoscenza che procede dai sensi e dall’intelligenza riduce, ma non elimina, la distanza tra il soggetto e l’oggetto, tra l’io e il tu. L’amore invece produce attrazione e comunione, fino al punto che vi è una trasformazione e un’assimilazione tra il soggetto che ama e l’oggetto amato. Questa reciprocità di affetto e di simpatia permette allora una conoscenza molto più profonda di quella operata dalla sola ragione. Si spiega così una celebre espressione di Guglielmo: ‘Amor ipse intellectus est’ (già in se stesso l’amore è conoscenza)”. “Non è forse vero – ha chiesto il Papa - che noi conosciamo realmente solo chi e ciò che amiamo! Senza una certa simpatia non si conosce nessuno e niente. E questo vale anzitutto nella conoscenza di Dio e dei suoi misteri, che superano la capacità di comprensione della nostra intelligenza: Dio lo si conosce se lo si ama”.   
Gli insegnamenti di Guglielmo, sintetizzati in quella che è stata chiamata “Epistola aurea” (Lettera d’oro) sono preziosi per tutti coloro che desiderano crescere nella comunione con Dio”. Vi si propone un itinerario in tre tappe. “Occorre passare dall’uomo ‘animale’ a quello ‘razionale’, per approdare a quello ‘spirituale’”. All’inizio, infatti si accetta la visione della vita ispirata dalla fede “con un atto di obbedienza e di fiducia”. C’è poi “un processo di interiorizzazione, nel quale la ragione e la volontà giocano un grande ruolo, la fede è accolta con profonda convinzione e si sperimenta un’armoniosa corrispondenza tra ciò che si crede e si spera e le aspirazioni più segrete dell’anima, la nostra ragione, i nostri affetti. Si giunge così alla perfezione della vita spirituale, quando le realtà della fede sono fonte di intima gioia e di comunione reale e appagante con Dio. Si vive solo nell’amore e per amore”.
 
Ispirandosi agli antichi Padri greci, secondo i quali “la vocazione dell’uomo è diventare come Dio, che lo ha creato a sua immagine e somiglianza” Guglielmo evidenzia come.”l’immagine di Dio presente nell’uomo lo spinge verso la somiglianza, cioè verso un’identità sempre più piena tra la propria volontà e quella divina”. A questa perfezione, che egli chiama “unità di spirito”, “si giunge non con lo sforzo personale, ma per l’azione dello Spirito Santo, che prende dimora nell’anima e purifica, assorbe e trasforma in carità ogni slancio e ogni desiderio d’amore presente nell’uomo”. Con la grazia, “l’uomo diventa uno con Dio, uno spirito, non soltanto per l’unità di un identico volere, ma per non essere in grado di volere altro.”. “In tal modo l’uomo merita di diventare non Dio, ma ciò che Dio è: l’uomo diventa per grazia ciò che Dio è per natura”. 

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