12/01/2007, 00.00
CINA – SUD EST ASIATICO
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Passerà per il Mekong il petrolio del Medio Oriente

La Cina cerca una via alternativa allo Stretto di Malacca. Già in atto da mesi il trasporto fluviale dalla Thailandia allo Yunnan. Ma sono alti i rischi di un disastro ecologico, per un fiume che dà sostentamento a 60 milioni di persone.

Bangkok (AsiaNews/Agenzie) – La Cina vuole portare il petrolio del Medio Oriente utilizzando navi he percorrono il fiume Mekong, per evitare l’insicuro stretto di Malacca. I viaggi sono già iniziati e si temono conseguenze negative per gli oltre 60 milioni di persone che vivono lungo il fiume.

 

L’agenzia statale cinese Xinhua ha detto che il 29 dicembre due navi cinesi hanno portato 300 tonnellate  di petrolio raffinato da un porto della provincia di Chiang Rai in Thailandia fino alla sud occidentale provincia cinese dello Yunnan. Xinhua commenta che, secondo esperti, “il fiume è un’alternativa allo Stretto di Malacca per il trasporto navale del petrolio che assicura il rifornimento allo Yunnan e al sudovest cinese”.

 

La Cina si stima importi 140 milioni di tonnellate di petrolio annue e circa il 75% passa attraverso lo Stretto di Malacca, flagellato da pirati. Pechino ha, poi, sempre ritenuto questa via vulnerabile in un ipotetico conflitto con gli Stati Uniti. Di qui l'idea di utilizzare il Mekong. Il fiume nasce in Cina, sull’altopiano del Tibet, attraversa lo Yunnan e poi corre per 4.880 km. lungo i confini di Myanmar, Laos e Thailandia, attraverso Cambogia e Vietnam dove sfocia nel Mar Cinese Meridionale.

Almeno 60 milioni di persone vivono lungo il suo corso e ne dipendono per acqua, cibo e trasporti. Secondo la Commissione per il fiume Mekong, organo interstatale di Laos, Thailandia, Vietnam e Cambogia, il fiume è soprattutto importante per la pesca: il basso Mekong produce quasi il 2% “del totale pescato mondiale e il 20% dei pesci provenienti da acque interne”.

 

In passato la Cina ha cercato di realizzare una serie di dighe idroelettriche lungo l’alto corso del fiume ma ha provocato le proteste degli Stati a valle, timorosi delle conseguenze. Pechino ha poi realizzato solo due dighe, ma già questo ha diminuito la portata d’acqua nella Thailandia settentrionale, specie nella stagione secca. Nel 2004 la Cina ha reso il fiume navigabile, eliminando una serie di rapide rocciose nel Laos. Da allora c’è stato un grande trasporto di merci, specie dalla Cina meridionale verso la Thailandia.

La Cina, poi, sin dal marzo 2006 ha ottenuto da Myanmar, Laos e Thailandia  il permesso di trasportare almeno 1.200 tonnellate mensili di petrolio raffinato. Ma dopo il viaggio del dicembre, Qiao Xinmin, funzionario marittimo cinese, ha dichiarato a Xinhua che si possono trasportare sul fiume “circa 70mila tonnellate di petrolio raffinato ogni anno”.

 

C’è grande preoccupazione tra i gruppi ambientalisti. Premrudee Daoroung, direttore della Towards Ecological Recovery and Regional Alliance di Bangkok, ha osservato che l’accordo tra gli Stati è stato fatto in segreto, senza preoccuparsi dell’opinione di chi vive lungo il fiume. “Questo – conclude – conferma chi è che controlla il Mekong”.

E’ indicato un elevato rischio di possibili perdite di petrolio, anche perché la navi usate non hanno le misure di sicurezza delle petroliere. Chainarong Srettachau, direttore della thailandese Southeast Asia Rivers Network, osserva che se fuoriesce petrolio “si disperderà subito a valle e non potremo contenerlo come si può fare nell’oceano”.

 

Ma esperti osservano che Pechino ha un grande potere economico nei confronti degli altri Stati interessati e non si lascerà fermare da preoccupazioni ambientaliste, perché vuole trovare una via alternativa allo Stretto di Malacca. Intanto, infatti, studia la costruzione di un oleodotto dal porto di Sittwe in Myanmar nella Baia di Bengala a Kunming, capitale dello Yunnan, attraverso regioni densamente abitate da minoranze etniche del Myanmar, come gli Arakan e lo Stato Shan. “Forse ci saranno spostamenti forzati… perché l’oleodotto attraversa zone molto popolate”, osserva Wong Aung, portavoce del Movimento Shwe Gas, ong che tutela i diritti della minoranza etnica Arakan. “I cinesi, nella loro sete di petrolio, non si preoccupano delle distruzioni ambientali”. (PB)

 

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