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    » 13/01/2016, 00.00

    CINA

    Pechino, arrestato e in isolamento un cittadino svedese che aiuta gli avvocati per i diritti umani



    Peter Dahlin, 35 anni, ha fondato una Ong che sostiene i legali delle zone rurali del Paese. Sparita insieme a lui anche la fidanzata, cinese. Il governo impedisce all’ambasciata di Stoccolma di entrare in contatto con l’uomo, che soffre anche di una rara malattia del sistema endocrino. Sempre più feroce la stretta contro le libertà personali.

    Pechino (AsiaNews) – Il co-fondatore di una Organizzazione non governativa che opera in Cina è stato arrestato mentre andava all’aeroporto internazionale di Pechino e si trova da 10 giorni in una località sconosciuta. L’uomo è cittadino svedese: il ministero degli Esteri di Stoccolma conferma la detenzione, ma al momento non è ancora riuscito a mettersi in contatto con il proprio connazionale. Peter Dahlin ha 35 anni e doveva partire per la Thailandia: sparita anche la sua fidanzata cinese.

    Il China Urgent Action Working Group – nome della Ong – è un’organizzazione che fornisce assistenza di vario tipo agli avvocati cinesi che intendono operare nelle zone rurali del Paese. Inoltre sostiene i gruppi che lavorano per il rispetto dei diritti umani in Cina. Il portavoce del gruppo sostiene che il co-fondatore sia stato arrestato con l’accusa di “mettere in pericolo la sicurezza dello Stato. Peter è stato arrestato in maniera arbitraria e sulla base di accuse false”.

    Le autorità comuniste starebbero impedendo ogni contatto con l’attivista, una chiara violazione del diritto internazionale. Inoltre Dahlin soffre della sindrome di Addison, una malattia cronica del sistema endocrino che richiede cure giornaliere. Non è chiaro se la polizia stia consentendo le cure necessarie. L’arresto di Dahlin è stato reso noto il giorno dopo la messa in stato di accusa formale di altri sette avvocati cinesi: i legali sono spariti nell’estate del 2015 durante un raid nazionale contro i giuristi, e ora sono indagati per “sovversione”.

    Oltre agli avvocati, Pechino sembra aver deciso una nuova stretta anche nei confronti delle Ong. Nel settembre 2015 il Dipartimento per l’organizzazione del Partito comunista cinese ha “invitato con forza” le Organizzazioni non governative, i sindacati e le Fondazioni collegate alla società civile a “aumentare il numero di membri del Pcc all’interno dei propri organi decisionali”. L’iniziativa, recita l’agenzia di stampa ufficiale Xinhua, “è necessaria oggi più che mai. Queste istituzioni vanno guidate nella giusta direzione politica attraverso le decisioni prese dal governo centrale”.

    Inoltre, le nuove direttive rendono “illegale” per le circa 1.000 Ong che operano nel Paese “mettere in pericolo l’unità nazionale, colpire gli interessi statali o violare l’ordine pubblico”. Si tratta delle stesse accuse che vengono rivolte agli attivisti per i diritti umani e ai leader religiosi che il governo vuole mettere a tacere: esse sono di portata talmente ampia che di fatto ogni cosa potrebbe rientrare in questi termini. 

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