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    » 26/10/2009, 00.00

    VIETNAM

    Per la prima volta una riunione dei vescovi asiatici si è potuta tenere in Vietnam

    J.B. An Dang

    Il gesto di apertura delle autorità ha reso più stridente il contrasto con il tema del seminario, dedicato all’insegnamento nelle scuole cattoliche. Ai cattolici vietnamiti, infatti è vietato l’intero settore educativo.
    Ho Chi Minh City (AsiaNews) – Per la prima volta si è potuta svolgere in Vietnam una riunione della Federazione degli episcopati cattolici del’Asia (FABC). Il governo ha infatti consentito che si tenesse a Ho Chi Minh City un seminario al quale hanno preso parte 40 cardinali e vescovi provenienti da Bangladesh, India, Giappone, Laos, Macao, Malaysia, Filippine, Corea del Sud, Sri Lanka, Taiwan e Thailandia, oltre naturalmente al Vietnam.
     
    Il gesto di apertura delle autorità, però, ha reso più stridente la contraddizione con il tema del seminario, svoltosi dal 22 al 26 ottobre, che era “Le scuole cattoliche e i centri per la catechesi come spazio di formazione alla fede eucaristica in Asia”, dal momento che alla Chiesa vietnamita è vietato qualsiasi intervento nel settore dell’educazione.
     
    Va comunque registrato che era dal 1970 quando, presente Paolo VI, i vescovi dell’Asia ebbero a Manila il loro primo incontro, che iniziative della FABC non si svolgevano in Vietnam, malgrado l’attiva partecipazione dei vescovi di tale Paese alla Federazione.
     
    L’incontro è stato aperto con una messa celebrata dal giapponese mons. Francis Xavier Osamu Mizobe, S.D.B., mentre il vescovo ausiliare di Saigon ha tenuto un’omelia sul compito dei cattolici nell'evangelizzare. Di particolare significato, nel corso dei lavori, l’intervento del cardinale della diocesi ospitante, Jean Baptiste Pham Minh Man, che ha illustrato “L’educazione per i cristiani per vivere il mistero della Santa Eucaristia nel contesto socio-economico del Vietnam di oggi”.
     
    Obiettivo del seminario era la condivisisone di informazioni, idee, innovazioni e strumenti tecnologici nell’amministrazione, nelle strategie educative e nelle attività sociali delle scuole cattoliche. I vietnamiti partecipanti hanno fatto del loro meglio per contribuire ai lavori, ma i loro interventi non potevano essere in linea con quelli degli altri, dal momento che da decenni i cattolici sono stati allontanati dal campo educativo, monopolizzato dallo Stato.
     
    Nel Nord del Vietnam, l’insegnamento cattolico è stato bandito nel 1954, con la presa del potere da parte del Partto comunista. Lo stesso è accaduto nel 1975 nel Sud. In quel momento, i cattolici avevano più di duemila strutture educative, dagli asili ai massimi livelli educativi.
     
    Da allora, nell’intero Paese la scuola è gestita unicamente dallo Stato. A più riprese, specialmente nelle maggiori città, i vescovi hanno chiesto che i cattolici possano partecipare al sistema educativo, citando gli allarmanti dati dell’attuale situazione. Hanno messo in guardia sul fatto che i bambini vietnamiti sono privati del diritto di avere una adeguata, effettiva e onesta educazione.
     
    Le statistiche mostrano, infatti, il livello veramente basso delle risorse umane e finanziarie investite nel settore della formazione, dovuto alla mancanza di riconoscimento da parte delle autorità dell’importanza del “fattore umano” e del ruolo fondamentale che l’educazione gioca nello sviluppo socioeconomico. Secondo i dati dell’Ufficio generale di statistica, dal 2000 al 2006 l’investimento statale per l’educazione è salito da 762 milioni di dollari per anno a circa 2,2 miliardi di dollari, con un incremento significativo nell’ultimo biennio. Ma ciò rappresenta solo il 9% del bilancio e più dell’80% dello stanziamento è usato per pagare gli stipendi dei professori. Che mediamente va dai 60 ai 100 dollari mensili. Il restante 20% dei fondi per l’educazione, a quanto si dice, tende a prendere la strada delle tasche dei funzionari. Attualmente, infine, il governo sostìene solo il 50% delle spese scolastiche e solo per i primi cinque anni di scuola.
     
    La pochezza degli stipendi spinge poi un sempre maggior numero di professori a convincere i loro studenti a partecipare a classi private di sostegno. Ciò incrementa le entrate dei docenti e le spese delle famiglie. “Coloro che non partecipano alle lezioni private – aggiunge suor Marie Nguyen – si dice siano discriminati. Per loro, in particolare, è difficile seguire le lezioni e superare gli esami”.
     
    Il fenomeno è divenuto così comune da aver suscitato la costante condanna da parte degli esponenti della Chiesa. Il cardinale Pham Minh Man, ad esempio, ha criticao “la piaga della disonestà e la frode nell’ambiente scolastico”. Suor Marie Nguyen, che è una psicologa sociale, evidenzia come “il costo delle lezioni private è un grande peso per gli studenti e le loro famiglie. In un Paese che ha 24 milioni di persone che vivono in estrema povertà, cresce in modo allarmante il numero di ragazzi che non sono mai andati a scuola o che hanno interrotto gli studi”. E, sottolinea poi, il fenomeno riguarda in modo particolare le ragazze.
     
    Ciò malgrado, sebbene ci siano stati cambiamenti nell’ambiente sociale ed economico, l’educazione resta decisamente ostile al cattolicesimo. Gli studenti, senza riguardo alle loro convinzioni religiose, sono forzati a entrare nelle associazioni organizzate dal Partito comunista e partecipare regolarmente ai loro incontri. In Vietnam, inoltre, non si fa grande distinzione tra educazione, propaganda e indottrinamento.
     
    Tutte e tre hanno il comune obiettivo di formare le future generazioni all’ateismo, per obbedire e portare fervente sostegno al Partito. A tale scopo, gli insegnanti sono incoraggiati a usare le loro lezioni come opportunità per attaccare la religione e qualunque cosa vada contro le politiche del Partito. I regolamenti scolastici stabiliscono che non meno del 10% delle lezioni di tutti i livelli scolastici deve essere dedicato al marxismo-leninismo, ma in concreto l’ideologia e la politica permeano l’intero insegnamento e la vita scolastica.
     
    Il sistema è stato spesso criticato dagli stessi studenti, che lamentano la scarsa preparazione che esso dà a bambini  e giovani che vivono in un ambiente soggetto a rapidi cambiamenti sociali ed economici e che imparano teorie puremente accademiche e lontante da applicazioni pratiche.
     
    In questo quadro, anche se ai cattolici è vietato tenere scuole, dal febbraio di quest’anno la più grande università cattolica degli Stati Uniti, la Loyola University Chicago, retta dai Gesuiti, è il primo ateneo americano a stabilire un suo ufficio di rappresentanza in Vetnam, in partnership col Ministero dell’educazione e della formazione. Attraverso tale ufficio, la Loyola vuole lavorare in tre aree di particolare necessità: l’inglese come seconda lingua; formazione per professionisti della salute; programmi per la direzione, diretti a professionisti e amministratori vietnamiti;programmi di studi all’estero per giovani americani. Il primo servizio offerto dalla Loyola, il Vietnam Service Learning Program ha preso il via questa estate.
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