23/05/2012, 00.00
CAMBOGIA
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Phnom Penh: operai in sciopero per salari più alti e migliori condizioni

L’azienda con sede a Singapore produce capi per famosi marchi internazionali, fra cui Levi’s, Gap e H&M. I dipendenti chiedono compensi extra per alloggio e trasporti, rispetto a uno stipendio base che è inferiore alle soglie di sopravvivenza. Missionario del Pime: difficile vincere la battaglia, ma è una “presa di coscienza” di diritti e doveri sul lavoro.

Phnom Penh (AsiaNews) - Da 11 giorni continua la battaglia degli operai di un'azienda tessile cambogiana - che produce capi per celebri marchi internazionali fra cui Levi's, Gap, Old Navy, Banana Republic e H&M - per ottenere un incremento del salario e migliori condizioni all'interno dei reparti della produzione. Finora la contrattazione non ha dato alcun esito, nonostante l'intervento di esponenti governativi e leader del sindacato. Per p. Mario Ghezzi, missionario del Pime da anni in Cambogia, si tratta di una lotta che "difficilmente" potrà essere vinta e "non cambierà la situazione": la concorrenza dell'industria manifatturiera cinese "è fortissima", spiega ad AsiaNews, e i proprietari vogliono mantenere bassi i costi; tuttavia, essa è un "segnale" della "presa di coscienza" dei  lavoratori e dei loro diritti.

Oltre 5mila operai della ditta SL Garment Processing (Cambodia) Ltd. (nella foto), con sede a Singapore e fabbrica alle porte di Phnom Penh, non sono riusciti a raggiungere un accordo con i vertici aziendali, che dovrebbe mettere fine a uno sciopero che dura da tanto. I lavoratori chiedono un aumento salariale, rispetto a uno stipendio fissato a 61 dollari al mese, per sei giorni lavorativi e otto ore giornaliere. La richiesta è di innalzare la base di almeno 5 dollari e aggiungere "un extra" per il trasporto e l'alloggio.

L'industria manifatturiera è la principale fonte di esportazione per la Cambogia e, solo nel 2011, ha prodotto un volume di affari pari a 4,3 miliardi di dollari. Per restare competitivi, contrastare l'egemonia cinese e le produzioni di altri Paesi dell'area, fra cui il Bangladesh, le aziende impongono turni di lavoro massacranti, fino a 16 ore al giorno, e la cancellazione del turno di riposo settimanale. Intanto i vertici della SL Garment Processing (Cambodia) Ltd. accusano i leader dei lavoratori di ostacolare il raggiungimento di un accordo con pretese eccessive; peraltro va sottolineato che i lavoratori hanno abbassato ulteriormente le loro richieste, portando a 10 dollari mensili (rispetto ai 25) il rimborso extra.

Interpellato da AsiaNews p. Mario Ghezzi, missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime), da 12 anni in Cambogia, sottolinea che vi è "una grossa competizione con la Cina", quindi le imprese spingono per mantenere basse le spese. "Le condizioni dei lavoratori - spiega - spesso sono al di sotto del limite di sopravvivenza. Sono sottomessi al sistema e, nel contesto cambogiano, è difficile che uno di classe inferiore abbia la forza di reagire; in realtà, egli tende a subire".         

P. Ghezzi racconta che "lo stipendio base si aggira attorno agli 80 dollari" e servono "straordinari su straordinari per arrivare a 100, tenendo conto che per l'affitto di una misera stanza e il cibo, nella capitale, si spendono fino a 80 dollari e più". "Sono stipendi - conferma - che non permettono la sopravvivenza minima". Per questo la Chiesa cattolica, attraverso diverse associazioni fra cui "Claire Amitié" si preoccupano di fornire aiuto e assistenza ai lavoratori del tessile, in particolare le ragazze, dando loro "formazione e assistenza sanitaria". "Più a livello di coscienza personale - conclude p. Ghezzi - del valore della persona umana, piuttosto che in tema di diritti del lavoro".(DS)

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