13/05/2019, 12.55
SRI LANKA
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Sociologo srilankese contro la ‘spettacolarizzazione del lutto’ delle stragi di Pasqua

di Melani Manel Perera

Gli operatori televisivi che invadono le case e la privacy dei sopravvissuti “devono essere educati all’etica dell’informazione”. Un commento pubblicato su Facebook ha scatenato nuove violenze contro i musulmani a Chilaw. I sopravvissuti devono essere sostenuti nel lungo periodo da gruppi di specialisti. Prendersi cura anche dei primi soccorritori, sacerdoti e suore compresi.

Colombo (AsiaNews) – Accanto al tentativo di elaborare il lutto in forma privata per riprendersi dallo shock di amici e parenti trucidati nelle stragi di Pasqua, ci sono media e canali televisivi in Sri Lanka cui interessa solo “spettacolarizzare le lacrime” dei sopravvissuti. Ne parla ad AsiaNews Ravindra Ranasinha, terapeuta e sociologo, con 17 anni d’esperienza nel sostegno a minori e adulti traumatizzati, donne e ragazze vittime di abusi e violenze domestiche, sopravvissuti della guerra civile.

A proposito di canali d’informazione, oggi il governo ha bloccato l’uso dei social media dopo le violenze scatenate ieri contro i musulmani, i negozi di loro proprietà e le moschee nella città di Chilaw. Già la scorsa settimana i fedeli dell’islam erano rimaste vittime di un altro attacco a Negombo. Questa volta la disputa è scaturita da un commento pubblicato su Facebook, che recitava: “Un giorno piangerete”. L’autore del post, il 38enne Abdul Hameed Mohamed Hasmar, è stato arrestato.

Intanto ieri le autorità hanno arrestato il leader islamico Mohamed Aliyar, 60 anni, fondatore del Centre for Islamic Guidance. Egli avrebbe legami con Zahran Hashim, capo degli attentatori e leader del National Thowheed Jamath, morto in una delle esplosioni del 21 aprile. Entrambi avrebbero espliciti legami con la tradizione salafita-wahhabita, dottrina alla base dell’islam sunnita ultraconservatore professato in Arabia saudita.

Il dott. Ranasinha è uno degli esperti che stanno criticando l’atteggiamento dei canali d’informazione – locali e internazionali – che “vogliono commercializzare il dolore di vittime innocenti”, invadendo le case dei testimoni, violando la loro privacy e acuendo i timori e le paure. Il dott. Ranasinha è Research Director al Research Centre for Dramatherapy di Colombo e consulente del programma sulla prevenzione delle violenze settarie dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Who). Al momento sta lavorando ad un Piano di recupero e sostegno alle vittime degli attentati compiuti il giorno di Pasqua insieme al team che assiste l’Unità di salute mentale del Ministero della sanità. Di seguito la sua intervista (traduzione a cura di AsiaNews).

È positivo narrare “storie di lacrime” delle vittime delle bombe di Pasqua attraverso i canali televisivi?

Le tv devono avere rispetto della dignità dei sopravvissuti e dei parenti delle vittime degli attentati. Trasmettendo il loro dolore, i canali televisivi si coinvolgono nel mercato del marketing. Si tratta di vendere il dolore di qualcuno per catturare un maggior numero di spettatori. A sua volta, questo rende glamour la violenza. Il trauma provocato dalle violenze non deve essere mostrato al pubblico. Non è etico sotto ogni punto di vista e danneggia lo spettatore dal punto di vista psicologico. Queste televisioni non sanno che bambini e adulti che assistono al dolore, si sentono in pericolo e insicuri. Essi sono traumatizzati. Dobbiamo educare all’etica gli operatori televisivi, e questo potrà aiutare a regolare il loro comportamento. Tali azioni violano i diritti di tutti: sopravvissuti, parenti delle vittime e spettatori. In questo momento, segnato dal terrore che ha afferrato la mente della popolazione in Sri Lanka, dobbiamo sollevare la questione del fare narrativa in modo responsabile e etico.

Cosa potrebbe danneggiare ancora di più le menti già provate?

Questo può traumatizzare di nuovo i sopravvissuti o i parenti delle vittime. Al momento il trauma è insostenibile. I canali devono capire cosa significhi essere traumatizzati. Abbiamo saputo che queste televisioni invadono le case delle vittime e chiedono loro di raccontare quanto hanno vissuto. Quanti canali televisivi hanno fatto simili visite? Per [le vittime] è un peso, una pena; li traumatizza ancora. Alcuni sopravvissuti e parenti mi hanno parlato proprio di questo, e mi hanno detto che alla fine hanno deciso di non aprire più la porta a questi canali. Alcuni bambini si sono infuriati contro l’atteggiamento invadente delle televisioni. Dobbiamo rispettare queste vittime: essi hanno già sofferto a sufficienza, dobbiamo lasciar loro lo spazio necessario. Hanno bisogno di respirare, di dare un senso a ciò che gli è accaduto. Tutta la società ha la responsabilità di rispettare lo spazio di queste vittime. Nessuno ha il diritto di violare la privacy dei sopravvissuti e dei parenti delle vittime. Lo shock era inatteso e li ha confusi.

Inoltre dobbiamo tener conto del fatto che esporre le sofferenze di alcuni può traumatizzare altri. La società già vive nel trauma. Questo è il motivo per cui, sebbene le scuole siano state riaperte il 6 maggio, finora solo il 10% degli alunni è tornato delle classi. I genitori sono preoccupati e i bambini non sono nella condizione mentale di concentrarsi sullo studio. L’intera società è ferita e rendere affascinante la violenza attraverso la narrativa del dolore, la danneggia ulteriormente. I presentatori tv devono studiare tecniche etiche e soprattutto la psicologia dei traumatizzati.

Quali categorie di esperti possono aiutare le vittime a superare il dolore?

Le vittime possono essere sostenute solo da specialisti: psichiatri, psicologi, psicoterapeuti, terapeuti delle arti creative, consulenti [nell’elaborazione del lutto]. Solo questi specialisti sanno offrire sostegno psicologico d’emergenza e condurre interventi mirati. Sacerdoti cattolici e suore hanno svolto un ruolo determinante nel valutare l’attuale situazione di crisi e nel gestirla. Hanno offerto assistenza pastorale ai sopravvissuti e ai parenti dei defunti fin dal primo giorno. È una pratica encomiabile. La comunità cattolica ha bisogno del sostegno dei leader religiosi.

Quali azioni possono dare un aiuto concreto alle vittime, affinchè esse riescano a superare il dolore?

Prima di tutto, bisogna sapere che il dolore è il risultato di tre motivi: l’incidente era inatteso; le persone non erano preparate; è stata un’esperienza travolgente. Per superare la pena, è necessario effettuare un lavoro su di essa. Alcuni si riprendono in fretta dallo shock; in queste persone il livello di resilienza è alto. Altri invece hanno bisogno di assistenza per gestire il colpo.

Gli adulti reagiscono in maniera differente rispetto ai bambini. Questi ultimi mostrano segni di negazione, irritazione e silenzio. Lo shock li ha confusi, non sono in grado di capire cosa sia successo. Gli adulti sono infuriati e fanno fatica ad accettare quello che è capitato loro. Essi lottano per continuare la propria vita. I genitori single hanno difficoltà a gestire le proprie emozioni e non sanno come dare sostegno emotivo ai figli.

Per superare l’afflizione, è molto utile [adottare] pratiche reattive culturali. In particolar modo, la fede gioca un ruolo fondamentale. La fede è la risorsa iniziale per elaborare il dolore. Essi hanno bisogno di qualcuno che li ascolti. I bambini hanno bisogno di spazi in cui giocare, distrarsi dagli impulsi violenti, e stabilizzarsi. I piccoli possono anche trovare sostegno nei compagni di scuola. Se gli amici di classe riescono a creare forti legami di sostegno, questo può aiutare i sopravvissuti.

Le persone che soffrono hanno bisogno di accurate informazioni su come cambiare la loro vita in modo positivo. Il loro senso di sicurezza e di controllo può essere rafforzato fornendo informazioni dettagliate su cosa fare in futuro, cosa si sta facendo per assisterli, cosa si sa al momento dell’evento in evoluzione, i servizi disponibili, la cura individuale e familiare.

Quale potrebbe essere il ruolo della Chiesa per consolare le vittime?

La Chiesa ha già svolto un ruolo decisivo nel sostenere i sopravvissuti e i parenti dei deceduti. Fin dal primo giorno la Chiesa è stata al fianco delle vittime, sostenendole e rafforzando la loro fiducia nella fede e in loro stessi. Sacerdoti e suore hanno offerto un ambiente sicuro alle vittime.

La Chiesa sta tentando di coordinare altri network di supporto, per assicurare alle vittime una ripresa totale in tutti gli ambiti della loro vita. Come possiamo notare, la Chiesa sta funzionando in maniera ben organizzata.

Qual è il ruolo che il governo può svolgere?

Lo Stato ha il compito principale di assistere i sopravvissuti e, in generale, l’intera comunità. Oggi incertezza e paura serpeggiano tra tutta la popolazione. Per cambiare questa situazione, è stata messa in funzione l’Unità di salute mentale del Ministero della sanità. Io stesso faccio parte di questo processo e ne sono al corrente. Il Ministero ha unito le forze di tutti gli attori disponibili nel Paese. Essi hanno portato risorse di diverse discipline per affrontare la situazione critica.

Quanto ci vorrà per il recupero delle vittime?

La sfida più grande è il modo in cui sopravvissuti e altre persone affrontano il proprio dolore e la propria sofferenza. Sono trascorse appena tre settimane dall’incidente, ma i veri traumi psicologici si presentano dopo sei mesi. Solitudine, isolamento, mancanza di speranza, avanzeranno lentamente e disturberanno la loro vita. Per questo i programmi di sostegno dovranno durare almeno 12 mesi. Deve essere fornita assistenza continua per aumentare la forza di resistere, dare un nuovo significato alla vita, avere speranza nel futuro. Per queste persone devono essere messi a disposizione servizi specializzati, che li aiuteranno nel recupero. La ripresa sarà più veloce con programmi di supporto.

Come valuta [le condizioni] dei primi soccorritori in questa situazione di crisi?

Questo è il vero punto della questione. Sacerdoti, abitanti dei villaggi, personale di polizia e forze militari sono stati testimoni diretti dell’orribile attacco. Essi hanno bisogno di sostegno psicologico. Il loro trauma è solo sepolto e potrebbe affliggerli in prima persona. Le persone attorno a loro saranno afflitte, se questi primi soccorritori non saranno curati. Questo è un aspetto su cui gli esperti devono lavorare.

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