26/03/2015, 00.00
ISLAM

Stato islamico, risposta violenta al vuoto dei giovani musulmani in Occidente

I jihadisti promuovono da tempo una campagna di reclutamento fra i più giovani. In Siria in tre mesi arruolati 400 minorenni. In Occidente i ragazzi, esclusi dalla società che li ospita, vedono nei miliziani una opportunità di rivalsa. Islamologo Pime: giovani in cerca di identità e riferimenti integrati. Studioso musulmano: una risposta violenta al “vuoto” del mondo occidentale.

Milano (AsiaNews) - Da tempo le milizie dello Stato islamico promuovono una campagna di reclutamento che coinvolge minorenni, persino bambini di età compresa fra gli otto e gli 11 anni. È di questi giorni la notizia secondo cui, nella sola Siria, il Califfato ha “arruolato” fra le proprie file almeno 400 ragazzini, fornendo ai cosiddetti “Cuccioli del Califfato” un addestramento di natura militare e indottrinamento di carattere politico e religioso. A riferirlo è l’Osservatorio siriano per i diritti umani, gruppo con base a Londra, secondo cui i membri hanno meno di 18 anni e sono cooptati nei pressi delle moschee, delle scuole e delle aree pubbliche nelle zone in cui è presente il movimento jihadista. Per gli esperti essi vengono usati “perché è più facile fare loro il lavaggio del cervello”. Inoltre, da qualche tempo risulterebbe più complicato per i vertici del movimento scovare nuovi adepti fra maggiorenni e adulti. Dall’inizio dell’anno, infatti, solo 120 persone di età superiore ai 18 anni si sarebbe unita alla “guerra santa” lanciata dal califfato in Siria. 

Lo Stato islamico incoraggia i genitori a spedire i figli nei centri di addestramento; in alcuni casi li preleva anche senza il consenso del padre e della madre, oppure li lusinga offrendo denaro. I minorenni - anche disabili mentali o con problemi fisici - ricevono un addestramento e vengono utilizzati in operazioni militari, video di propaganda (come l’uccisione di due “spie russe” ad opera di un ragazzino di 11 anni) guardie o scudi umani a difesa di obiettivi sensibili. Un altro canale di arruolamento è rivolto ai giovani  - spesso le seconde e le terze generazioni - musulmani in Europa, che si sentono esclusi dalla società che li ha accolti o li ospita; essi cercano nelle milizie dello Stato islamico una via per soddisfare il bisogno di sesso, avventura, cameratismo e riscatto personale. E rivendicazioni di natura politica e sociale, convogliate dai jihadisti nell’alveo della religione.

Per comprendere meglio un fenomeno - preoccupante e in rapida espansione - AsiaNews ha interpellato due esperti (un cristiano e un musulmano) in tema di islam, immigrazione ed estremismo di natura confessionale: p. Paolo Nicelli, sacerdote del Pontificio istituto missioni estere (Pime), islamologo e dottore della Biblioteca ambrosiana; il prof. Wael Farouq, egiziano, docente di Scienze linguistiche alla Cattolica di Milano e docente presso l’Istituto di lingua araba all’Università americana del Cairo. 

Per p. Nicelli l’attrattiva esercitata dallo Stato islamico sui giovani musulmani in Europa ha un “elemento religioso e un elemento sociale”. Sul primo aspetto, sottolinea l’esperto di islam, “non è detto che esso comporti la conoscenza esatta del Corano. La religiosità è a livello di moschea e di appartenenza alla comunità ed è fatta di pratiche, culto, indottrinamento delle correnti di pensiero politico e giuridico”. E il libro sacro “viene veicolato dentro questo insegnamento”, scegliendo “passi che sostengono le loro tesi, le interpretazioni fanatiche” che poi vengono “veicolate a questi giovani”. La maggior parte, avverte il missionario Pime, “non conosce il Corano, ma una interpretazione filtrata dagli ideologi e dagli affiliati dell’Isis sul territorio”. 

Dall’altro vi è una componente sociale, che porta i reclutatori a cercare mujaheddin “all’interno di sacche di povertà culturale ed economica”, che nella maggior parte dei casi “non sono controllate o controllabili” da parte delle istituzioni, della società, delle forze dell’ordine. “Il caso della Francia è esemplare - avverte p. Nicelli - con le sue banlieue colme di giovani sbandati, senza identità, ai quali i jihadisti offrono un ruolo e una identità ben precisa. Basti pensare che buona parte delle conversioni in ambito radicale avvengono nelle prigioni o in ambienti di segregazione”. In Occidente questi ragazzi “non sono inseriti nel tessuto sociale e culturale”, perché la nostra è una cultura “svuotata dall’elemento religioso” avverte il sacerdote. In questa realtà i ragazzi musulmani faticano a trovare una loro identità, avvertono la mancanza di un “riferimento integrato”. Per questo è necessario “un lavoro di tipo culturale, di lungo periodo, che contrasta con le ricette della politica alla ricerca del consenso facile e immediato. E le università sono il luogo privilegiato per avviare questo lavoro”. 

Fra quanti hanno avviato programmi e iniziative in ambito universitario vi è proprio Wael Farouq, che ha promosso lo studio della storia e della letteratura araba per permettere ai giovani musulmani di apprendere la loro cultura, libera dagli schemi ideologici del fondamentalismo. “La ragione principale dell’attrattiva esercitata dallo Stato islamico - spiega il professore ad AsiaNews - è il vuoto che questi giovani vedono nel mondo occidentale. Tutti parlano di libertà, ma la loro esperienza è limitata. Estremismo e violenza non sono elementi nuovi, non sono emersi in concomitanza con l’ascesa dello Stato islamico”.

Per il prof. Farouq vi è un problema “generale” che riguarda i “giovani, italiani e figli di immigrati, che sono esclusi dalla società e dalla cultura”. Che identità ha, si chiede, “un giovane di 18 anni, che cultura ha, a quali modelli si può ispirare?”. “Queste sono le vere domande - avverte l’esperto - e non si può parlare di accidente, ma bisogna analizzare le cause nel profondo, partendo dal laicismo che spinge a considerare sacra qualsiasi ideologia, dove il potere diventa esso stesso una religione”. 

La risposta alla barbarie e alla violenza, sottolinea, “sono persone che vivono immerse in una realtà, sono i rapporti personali e i legami che si creano negli ambienti, come accade qui in università [Cattolica, a Milano]”. “Il mio lavoro - conclude il docente musulmano - è fondato sull’amicizia. I ragazzi all’interno dell’università promuovono e vivono un’esperienza che è potuta nascere in una università cattolica, proprio perché è caratterizzata da una forte identità e ha permesso questo incontro. Non si tratta di parole o concetti astratti, vedi il dialogo interreligioso, ma esperienze concrete di amicizia e rapporto con gli altri”.(DS) 

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