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    » 10/03/2011, 00.00

    CINA - TIBET

    Tibet: 60 anni di “pacifica liberazione” cinese attuata nel sangue

    Nirmala Carvalho

    L’11 marzo 1951 l’Esercito del Popolo occupò l’allora Stato indipendente del Tibet, annettendolo. Da allora innumerevoli proteste, decine di migliaia di morti, il genocidio di un popolo e di una cultura. Intervista a dirigente del gruppo Free Tibet.

    Pechino (AsiaNews) – Secondo Gyaincain Norbu, il Panchen Lama scelto da Pechino, “la pacifica liberazione del Tibet ha reso il popolo il reale protagonista della regione”. L’11 marzo è il 60° anniversario dall’occupazione cinese in Tibet nel 1951, che Pechino definisce “pacifica liberazione”. Ma attivisti per i diritti dei tibetani descrivono una sistematica repressione dei tibetani, esclusi dai posti di potere e incarcerati.

    Il Panchen Lama è la seconda carica buddista tibetana. Nel 1995 il Dalai Lama, leader religioso tibetano, indicò il nuovo Panchen Lama in Gedhun Choekyi Nyima, scelto secondo i rituali religiosi e destinato a succedergli. Ma la Cina lo rapì e incarcerò, all’epoca un bambino di 6 anni, che da allora è scomparso insieme alla famiglia. Lo sostituì con un Panchen Lama di sua scelta, che da qualche anno è attivo nella vita politica ed entusiasta assertore dei benefici portati in Tibet dalle autorità cinesi. Al Congresso Nazionale del Popolo in corso a Pechino Padma Choling, governatore del Tibet, ha affermato che il Dalai Lama non ha diritto di stabilire come scegliere il suo successore religioso, deve seguire le tradizioni storiche e religiose come interpretate dal Partito comunista cinese.

    Gyaincain Norbu l’8 marzo ha parlato al Congresso ricordando i miliardi di euro spesi dalla Cina per lo sviluppo del Tibet e ripetendo che nella regione non ci sono problemi, “i tibetani godono di libertà religiosa e stanno molto meglio”, “la popolazione può scegliere se iniziare un’attività, studiare o diventare monaco buddista”.

    Anche il presidente Hu Jintao, parlando il 6 marzo al Congresso, ha ribadito che “sforzi meticolosi devono essere dedicati al programma di riforme, sviluppo e stabilità del Tibet”, magnificando i risultati ottenuti dal governo cinese e promettendo un ulteriore progresso nella stabilità.

    Il 10 marzo è anche il 52° anniversario di quando, nel 1959, 300mila tibetani insorsero per timore che il Dalai Lama fosse portato con la forza a Pechino. Nei successivi scontri l’esercito cinese in pochi giorni massacrò oltre 85mila tibetani, male armati e privi di addestramento militare. Il Dalai Lama dovette fuggire in esilio.

    Il 10 marzo 2008 nel Tibet esplosero violente proteste anticinesi, represse nel sangue con oltre 200 morti e migliaia di feriti. Da allora la regione è sotto occupazione militare e questi giorni è chiusa persino ai turisti.

    Stephanie Bridgen, direttore del gruppo Free Tibet, dice ad AsiaNews che “il progresso economico non garantisce la stabilità: nella prima metà dello scorso decennio ci sono stati sussidi del governo per 310 miliardi di yuan che hanno raddoppiato l’economia del Tibet, e tuttavia nel 2008 nella regione ci sono state le maggiori proteste degli ultimi 50 anni”. Peraltro la Bridgen osserva che lo sviluppo economico in Tibet beneficia solo chi è vicino al regime cinese: i contratti del governo sono destinati soprattutto alle compagnie statali così che i redditi generati dagli investimenti in Tibet tornano alla ditte e alle tasche cinesi. In Cina su 3500 persone che hanno oltre 100 milioni di yuan, 3mila sono parenti di funzionari statali di alto livello. Inoltre, per i posti di potere e commerci è privilegiato chi parla un fluente cinese, cosa che esclude la maggioranza dei tibetani, emarginati nel loro stesso Paese.

    Il presidente Hu Jintao ha lodato la nuova rete di trasporti. Bridgen osserva che è certo importante per lo sviluppo economico, ma consente pure un rapido trasporto delle truppe di occupazione e di controllare un’area maggiore. Inoltre rende più facile portare via le risorse naturali del Tibet, con nessun vantaggio per i tibetani.

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