07/03/2017, 13.23
LIBANO
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Tutti i partiti d’accordo che serve una nuova legge elettorale, ma ognuno vuole la sua

di Pierre Balanian

Lungo la vita relativamente breve del Libano contemporaneo, la legge elettorale è stata rimpastata più volte. Tutti unanimi nel rifiutare la legge del 1960 e ancor più quelle del 2000 e del 2005, ma realtà ogni confessione vuole una legge elettorale su propria misura e questo risulta impossibile.

Beirut (AsiaNews) – Con l’avvicinarsi delle prossime elezioni parlamentari in Libano torna alla ribalta la questione di dover adottare una nuova legge elettorale, sulla necessità della quale sono tutti unanimi. La  Costituzione, infatti, all’art.42 pone il termine di 60 giorni per eleggere un parlamento, termine che andrebbe dalla metà di aprile fino a metà giugno.

Nessuno vuole il vuoto di potere al quale ieri, 6 marzo, il presidente del Parlamento Nabih Berri ha voluto alludere dicendo: “Temo che si arriverà alla fine di aprile senza aver adottato una nuova legge elettorale”. La legge elettorale è ormai al centro di tutti i dibattiti ed incontri fra le forze politiche e vari capi religiosi del Paese. Un dibattito che il comune cittadino fatica a capire in tutte le sue sfaccettature accontentandosi spesso di appoggiare una forma o l’altra secondo quanto espresso dai leader per simpatia e affiliazione. Quel che si capisce dal dibattito è che urge decidere se andare avanti con legge del 60 (che molti pensano si tratti del 60% mentre in realtà il 60 non è nient’altro che la legge adottata nel 1960) o se invece applicare il proporzionale .

Lungo la vita relativamente breve del Libano contemporaneo, la legge elettorale è stata rimpastata più volte, fatta e rifatta a propria misura secondo le forze e le influenze sul terreno. La manipolazione avveniva fondamentalmente attraverso la divisione delle circoscrizioni. La costituzione del 1926 non ha previsto alcun meccanismo per le elezioni legislative, né ha specificato il numero dei deputati. Tutto è stato definito con le leggi successive, cosi gli elettori venivano invitati a scegliere il loro rappresentante o a livello di Caza (distretto) o a volte in circoscrizioni più allargate.

Le sei province in  Libano sono amministrativamente divisi in 25 Caza (distretti) con la sola provincia di Beirut che non ha distretti.

Con la fine della guerra civile nel 1990, quando l’attuale presidente della Repubblica libanese il gen. Michel Aoun era in esilio in Francia - dove lo aveva preceduto il suo predecessore Amin Gemmayel - ed i cristiani erano rimasti senza leader ad eccezione del Patriarca maronita, i Paesi arabi con in testa l’Arabia Saudita imposero l’accordo di riconciliazione nazionale conosciuto come l’accordo di Taef. Da quest’accordo nasceva la legge elettorale del 1992 che alzava il numero dei deputati da 99 a 128. La divisione delle circoscrizioni secondo questa legge del 1992 risultarono fenomenali nell’accontentare tutti e nessuno:  la provincia della Bekaa veniva divisa in tre, il Monte Libano in sei, e le province del sud del Paese e di Nabatiye raggruppate in una sola circoscrizione. Questa legge sfavorevole ai cristiani li spinse allora a boicottare il voto.

Erano gli anni della Pax siriana. Nel 1999 il Parlamento vara una nuova legge elettorale per le elezioni del 2000, una legge oggi nota come la legge di Ghazi Kenan, il de facto governatore siriano del Libano, che divide il Paese in 14 circoscrizioni. A questa legge si opposero 17 deputati fra i quali il fu Rafic Hariri. Questa legge divide Beirut (in tre circoscrizioni) ed il Nord del Libano (in due) in modo scandaloso, una legge di diseguaglianza e divisione con lo scopo di dissolvere l’elettorato cristiano in mezzo ad ampie maggioranza di elettori musulmani. Una legge fatta su misura per favorire le forze alleate della Siria che fece nascere in Parlamento molti gruppi, ma nessuna maggioranza (cosi il partito maggioritario di Hariri ad esempio contava su  soli 26 deputati). Questa legge criticata fortemente dai leader cristiani libanesi in esilio venne applicata una seconda volta nel 2005, dopo il ritiro della Siria, con una sola modifica: le due circoscrizioni del sud e di Nabatiye vennero separate.

Nel 2005 l’opposizione con Hezbollah, Amal, il partito di Aoun e degli armeni, hanno la maggioranza, con 72 deputati su 128. La cosa certa è che dal 1992 tutte le elezioni hanno marginalizzato i cristiani. Per avere un’idea di come le divisioni delle circoscrizioni possono creare squilibri a livello confessionale basti pensare che se la legge del 1960 venisse applicata oggi i musulmani riusciranno ad eleggere 88 deputati ed i cristiani 42, mentre se applicata la legge del 2000 e del 2005 i musulmani otterrebbero 105 seggi ed i cristiani 23. Cosi, il Parlamento attuale che si auto rinnovato il mandato senza elezioni, rappresenta realmente il 41% dei libanesi.

Al momento attuale sono tutti unanimi (soprattutto il Partito di Aoun e i Falangisti e con loro anche gli sciiti di Hezbollah) nel rifiutare la legge del 1960 e ancor più quelle del 2000 e del 2005. “Solo la legge proporzionale con l’intero Paese come una sola circoscrizione potrebbe effettivamente garantire l’equa rappresentanza di tutti i libanesi, di tutte le confessioni ed etnie”  ha detto anche nel suo ultimo discorso il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah . Questa proposta avanzata dal generale Aoun e sostenuta ampiamente dal Patriarcato maronita e dagli sciiti di Hezbollah trova l’opposizione del druso Walid Jumblatt e dello sciita di Amal Nabih Berri al quale si erano uniti anche i gruppi sunniti. Tuttavia nel corso delle ultime settimane sembrerebbe che i sunniti abbiano accettato la proporzionale a condizione che Hariri resti come primo ministro quali che siano i risultati. La legge a base proporzionale è una “soluzione alla libanese” in quanto coniuga la proporzionale col sistema confessionale. L’elettore deve scegliere una lista o un nome di una lista, la complessità sta nel ballottaggio dei voti che avviene in due tappe, innanzi tutto definire il numero minimo di voti per ottenere un seggio ed in base a questo dividere il totale dei voti col numero di seggi si ottiene cosi la quota elettorale, poi nella seconda tappa si dividono i voti con le quote elettorali per definire i seggi vinti da ogni lista. I candidati nella prima tappa sono classificati secondo i voti ottenuti, la distribuzione avviene per ordine fino a garantire tutti i seggi destinati ad ogni confessione.

Si è riparlato anche della cosiddetta “legge ortodossa” (cosi chiamata per via del suo firmatario il deputato cristiano ortodosso Elie Ferzli) che prevede la divisione dei seggi in  numero uguale fra cristiani e musulmani. I cristiani  tutti raggruppati voterebbero per candidati cristiani, mentre i musulmani avrebbero il loro 50% dei seggi divisi fra le tre confessioni sciiti , sunniti e drusi e ogni confessione voterà i suoi candidati. Questa proposta tornata in discussione sembra rigettata perché causa di divisioni.

Intanto fra le varie proposte presentate dalla commissione nazionale incaricata della riforma elettorale vi è un progetto che prevede un sistema elettorale misto fra lo scrutinio maggioritario e lo scrutinio proporzionale, con una quota rosa del 30%. La proposta di legge infatti prevede di ricorrere all’elezione di un certo numero di deputati col sistema maggioritario a livello dei Caza (distretti) e un numero inferiore di deputati che verrebbero eletti su base proporzionale a livello di province.

I partiti e le Chiese cristiani insistono nell’abbassare l’età del diritto al voto da 21 a 18 anni e nel permettere il voto anche ai libanesi della diaspora (per la maggioranza di confessione cristiana).

In realtà ogni confessione vuole una legge elettorale su propria misura e questo risulta impossibile.

Jibran Basil genero del gen. Aoun e capo del partito Tayyar al Hur (La corrente libera) che rappresenta la maggioranza dei cristiani in Libano (maroniti, melkiti ed armeni) il 5 marzo ha dichiarato nel corso di una celebrazione avvenuta a Tannurin che “non vi è alcuna priorità più pressante alla legge elettorale”, minacciando che nulla potrà avanzare nel Paese senza l’approvazione di tale legge. In assenza di tale legge, ha sostenuto che si rischia il vuoto di potere e che il presidente della Repubblica non firmerà alcuna legge che riporti quella del 60 “perché rispetta la volontà popolare”. La legge del 1960 ha detto “è morta e sepolta” e nessuna intende “farla risorgere”. Jibran ha inoltre aggiunto “noi siamo pronti ad adottare una riforma completa che riguardi anche la creazione di un Senato e l’adozione del sistema laico, tuttavia, all’ombra del ‘rintanamento’ confessionale noi non accetteremo l’iniquità, come non accettiamo che i cristiani siano completamente marginalizzati rispetto al ruolo che spetta loro all’interno del sistema, un ruolo indivisibile e che deve essere integrale, affinché siano partner completi e a tutti gli effetti. Solo cosi il Libano ritroverà il suo splendore e la sua missione avrà il proprio senso”.

 

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