29/03/2021, 12.42
CINA
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Tv cinese: il boicottaggio dell’Occidente ci danneggia nello Xinjiang

Perdite per centinaia di milioni di yuan a causa del mancato acquisto di cotone. Uiguri e altre minoranze musulmane sfruttati in campi di lavoro. Un fallimento la campagna contro i marchi Usa ed europei che non comprano il cotone locale. Scarpe Nike vendute sul sito di e-commerce fondato dal miliardario Jack Ma.

Pechino (AsiaNews) – I produttori di cotone dello Xinjiang stanno subendo ingenti perdite a causa del boicottaggio dell’Occidente. Lo riporta la tv statale China Central Television (Cctv). Dallo scorso anno molte multinazionali dell’abbigliamento non comprano più il cotone della regione autonoma cinese per timore che esso sia prodotto dal lavoro forzato di uiguri e altre minoranze turcofone di fede islamica.

Gli attacchi orchestrati da organizzazioni e media statali contro i marchi Usa ed europei non hanno raggiunto però risultati concreti. I consumatori cinesi continuano infatti a comprare i prodotti occidentali, dimostrazione che parte della popolazione non si allinea alle direttive del regime.

Secondo dati degli esperti, confermati dalle Nazioni Unite, le autorità cinesi detengono o hanno detenuto in campi di concentramento oltre un milione di musulmani dello Xinjiang (“Turkestan orientale” per la popolazione islamica). Recenti rivelazioni di media hanno messo in luce anche l’esistenza di campi di lavoro nella regione, dove centinaia di migliaia di uiguri, kazaki e kirghisi sarebbero impiegati con la forza, soprattutto nella raccolta del cotone.

I cinesi negano ogni accusa, sostenendo che quelli nello Xinjiang sono centri di avviamento professionale e progetti per la riduzione della povertà, la lotta al terrorismo e al separatismo.

Secondo la Cctv, in seguito al bando occidentale gli esportatori di cotone dello Xinjiang hanno perso centinaia di milioni di yuan (decine di milioni di euro). Lo stop agli acquisti di cotone e filati danneggia di riflesso i coltivatori: alcuni di loro hanno perso le loro entrate annuali, circa 100mila yuan (13mila euro) ciascuno. I dati confermano quanto anticipato dal ministero cinese degli Esteri, secondo cui le restrizioni Usa, soprattutto il bando alle importazioni di cotone, stanno danneggiando l’economia dello Xinjiang.

Pechino è sotto pressione. Washington e i suoi alleati sembrano sempre più intenzionati a coordinare le loro iniziative nei suoi confronti. Il governo cinese ha risposto alle recenti sanzioni occidentali sullo Xinjiang con contromisure punitive. Subito dopo netizen, media di Stato e celebrità cinesi hanno lanciato una campagna contro i giganti europei e statunitensi dell’abbigliamento che si rifiutano di comprare il cotone dello Xinjiang.

Iniziati il 24 marzo con un post su Weibo (noto social network cinese) della Lega della gioventù comunista, gli attacchi hanno preso di mira marchi famosi come Nike, H&M, Adidas, New Balance, Burberry e Puma. Il boicottaggio non ha riscosso grande successo. Malgrado il sostegno iniziale, diversi siti cinesi di commercio online hanno continuato a vendere i prodotti delle aziende in questione.

Un'offerta della Nike su Tmall per un modello di scarpe femminili è andata esaurita all’instante, raggiungendo 350mila vendite. Tmall è una piattaforma di e-commerce posseduta da Alibaba, il grande gruppo fondato dal miliardario Jack Ma, da tempo in contrasto con Xi Jinping. 

Un altro segno che il nazionalismo non riesce a orientare il comportamento dell’intera società cinese è il fatto che la Lega calcio di Pechino non ha aderito alla campagna di boicottaggio dei marchi stranieri. Essa, come tante squadre del campionato nazionale, hanno un contratto pluriennale con la Nike.

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