09/12/2019, 09.38
RUSSIA-CINA
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Urumqi, una comunità ortodossa russa senza sacerdote

di Vladimir Rozanskij

La piccola comunità si incontra ogni domenica e segue la preghiera dai canti di un registratore. Molti di loro hanno famiglie miste russo-cinesi o russo-uiguri.

Mosca (AsiaNews) - Un’insegnante russa di lingue straniere, Olga Vasilevna Kladova, ha raccontato alla Nezavisimaja Gazeta la sua esperienza in Cina, quando ha cercato la chiesa ortodossa a Urumqi, centro amministrativo della regione autonoma uigura dello Xinjiang, nella parte nord-occidentale della Cina. Olga aveva sentito di questa chiesa la prima volta nel 2008 da un’amica, e aveva fatto una certa fatica a trovarla.

A Urumqi vivono cittadini di 13 nazionalità, tra cui anche i russi. La chiesa si trova in mezzo a un labirinto di piccole viuzze nella parte della città dove vive la parte uigura della popolazione. Nonostante la politica nazionale di eliminazione dei simboli religiosi esteriori, la chiesa è comunque sovrastata da una piccola cupola dorata a cipolla, segno inconfondibile delle chiese russe. Per raggiungerla bisogna attraversare un parco semi-abbandonato, dove si innalzano i fumi delle griglie tandoor delle famiglie uigure.

Sulla parete è affissa una targa, con l’indicazione “Chiesa ortodossa della città di Urumqi”. “Sono entrata - racconta Olga - sentendo i canti della liturgia del monastero di Valaam, in mezzo alle icone dei santi affrescate sui muri, ma non vedevo il sacerdote. Pensavo che sarebbe arrivato più tardi, apparendo da dietro l’iconostasi, ma dopo diversi minuti di attesa ho capito che il sacerdote in questa chiesa non c’è proprio; i parrocchiani mi hanno raccontato che praticamente non ne hanno mai visto uno, e loro stessi hanno imparato a cantare e pregare seguendo le liturgie registrate”.

Nella chiesa non c’è mai molta gente, tranne durante i giorni di Pasqua, e la piccola aula liturgica di solito è sufficiente alla riunione di preghiera domenicale. Al mattino della domenica, viene accesa una musica registrata con il coro di Valaam, e gli anziani con pochi bambini pregano accendendo le candele davanti alle icone, mischiando le parole russe con quelle cinesi, sullo sfondo dei canti in slavo-ecclesiastico. I più anziani sono venuti qui prima della Seconda guerra mondiale; la maggioranza fa parte ormai di famiglie miste.

Continua Olga: “Parlo con una cinesina di nome Natalia, una donna di circa 40 anni, che sfoggia una bella croce pettorale ortodossa inviata da parenti russi in Australia. Natalia non sembra per niente russa e non parla una parola di russo, ma questo non le impedisce di sentirsi una donna russa. Anche tutti gli altri membri della comunità locale, che magari hanno poche gocce di sangue russo, affermano orgogliosamente di appartenere al popolo russo”.

“Vera è seduta al tavolo delle candele, ha da molto superato gli ottant’anni, e non riesce a stare in piedi durante la liturgia. Forse è l’unica parrocchiana rimasta tra quelli nati in Russia; è arrivata qui da bambina e si è poi sposata con un cinese, come la maggior parte delle altre donne arrivate con lei. Ognuna di loro ha tramandato le proprie lontane memorie della madre patria: la neve invernale, la bellezza delle ragazze, ognuna abbellisce come può i ricordi. Di uomini in chiesa se ne vedono pochi, a parte un paio di attivisti della parrocchia, uno dei quali ne è il presidente-starosta”.

Dopo la liturgia domenicale il gruppo si ferma, secondo tradizione, a bere un tè bollente al secondo piano dell’edificio ecclesiastico. Sul tavolo si dispongono gli spuntini di varia provenienza culinaria, russa, cinese e uigura. A tavola si comunicano le novità del giorno, per lo più le notizie dei parenti australiani, a cui sono legati molti parrocchiani. A Pasqua la comunità affitta l’intera sala di un ristorante locale, e lì, per rompere il severo digiuno quaresimale, viene ammessa solo la cucina russa, e si fanno danze e canti russi con accento cinese. Anche Natalia, pur non conoscendo il russo, conosce tutte le canzoni russe a memoria. Allo stesso modo si festeggiano i compleanni, soprattutto quelli dei più anziani.

Olga è rimasta quattro anni a Urumqi, oggi è tornata in Russia, ma sente ogni giorno le voci di Vera, Nina, Zoja e Natalia, e quelle vecchie registrazioni della liturgia di Valaam che ogni domenica ribadiscono che la fede cristiana ortodossa vive ancora nello Xinjiang.

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