22/03/2021, 08.51
RUSSIA
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Usa, Russia, Cina e Pakistan per la pace in Afghanistan

di Vladimir Rozanskij

Accordo stilato in previsione dell’uscita delle truppe Usa dal Paese, dopo 20 anni. Fra i presenti, l’ex presidente Hamid Karzai e il mullah Abdul Gani Baradar. L’accordo è stato firmato dai quattro Paesi, ma non da Kabul e i talebani.  Preoccupazioni per il narco-business e le spinte verso un emirato islamico. In 40 anni, almeno 1,5 milioni di morti.

Mosca (AsiaNews) - A poche settimane dalla data fissata per l’uscita delle truppe Usa dall’Afghanistan (il prossimo 1° maggio, dopo 20 anni di presenza sul territorio), il 18 marzo si è tenuta a Mosca una conferenza con tutte le parti in conflitto e i rappresentanti di Usa, Russia, Cina e Pakistan, alla ricerca di un accordo di armistizio. Da parte afghana la delegazione governativa era guidata dall’ex-presidente Hamid Karzaj; quella dei talebani da uno dei fondatori del movimento, il mullah Abdul Gani Baradar.

Nel comunicato finale dell’incontro si afferma che “in questo momento decisivo, i nostri quattro Stati invitano le parti a iniziare le trattative e raggiungere un accordo di pace che ponga fine alla guerra in Afghanistan, che dura ormai da oltre quattro decenni”. Si invitano le forze governative e i talebani a diminuire il livello di violenza nel Paese, e i militari ad astenersi dagli attacchi, che regolarmente si ripetono in primavera-estate. I quattro Paesi mediatori si dichiarano pronti al sostegno politico ed economico dell’Afghanistan, nel periodo successivo all’auspicata pacificazione.

Le trattative tra Kabul e i talebani erano iniziate lo scorso settembre in Qatar, ma si erano arenate per le accuse del governo ai rivoltosi di non fare nulla per fermare le violenze nel Paese. A Mosca sono intervenute delegazioni più ampie possibili del governo e dei talebani, dando alla conferenza un alto profilo. Anche i quattro Stati mediatori hanno presentato delegazioni al massimo livello.

La nuova amministrazione Biden, con il segretario di Stato Antony Blinken, ha deciso questa volta di andare fino in fondo, mirando a una tappa conclusiva a Istanbul, che dovrebbe aver luogo in aprile. L’incontro di Mosca doveva quindi eliminare i principali ostacoli per giungere all’accordo definitivo, ed è stato organizzato dal rappresentante speciale del presidente della Russia in Afghanistan, Zamir Kabulov. Il formato è stato definito della “trojka allargata”, aggiungendo il Pakistan alla triade Usa-Russia-Cina.

Gli americani sono sempre stati piuttosto scettici circa gli sforzi dei russi nella regolazione della questione afghana, ma questa volta hanno dovuto riconoscere la validità della proposta. Dopo alcune incertezze, a Mosca è arrivato anche Zalmay Khalilzad, delegato per la questione afghana del presidente Usa. La portavoce del Dipartimento di Stato Usa, Jalina Porter, ha affermato che “noi vediamo chiaramente le sfide a cui ci chiama la Russia; quando c’è la possibilità di sviluppare relazioni costruttive con la Russia nell’interesse di entrambi, noi siamo pronti a lavorare insieme”. E questo, nonostante che nelle stesse ore sia esplosa la polemica tra Biden e Putin per le accuse di “assassino” lanciate dal presidente Usa.

La risoluzione finale dell’incontro è stata sottoscritta solo dai quattro mediatori e non dalle parti in conflitto, ma si confida nella prossima soluzione della questione. Sergej Lavrov, ministro russo degli esteri, rivolgendosi ai partecipanti prima della conclusione dell’incontro, ha ricordato che “già nel 2018 si erano riuniti a Mosca i rappresentanti del governo afghano e dei talebani, alla presenza dei delegati di più di dieci Paesi”. Lavrov si è anche complimentato per la presenza di alcune donne nella delegazione afghana.

Nel suo intervento, Lavrov ha osservato di essere molto più preoccupato per i piani di rinascita dell’Isis nella regione centro-asiatica: “Questo fa temere per un ulteriore sviluppo del narco-business, che è la vera minaccia per l’Afghanistan, per tutta la regione e per il mondo intero, sponsorizzando le attività terroristiche”. Uno dei punti fondamentali dell’accordo proposto alle parti riguarda proprio l’eliminazione dei gruppi terroristici nel Paese.

Secondo il testo, i Paesi mediatori “non sostengono la restaurazione dell’Emirato Islamico, e invitano il governo della repubblica dell’Afghanistan a iniziare con il movimento dei talebani una discussione sul futuro politico del Paese”. Ma in tal modo si contraddicono le mire dei talebani stessi, che sognano l’Emirato. I rappresentanti dei talebani non hanno voluto commentare questo punto davanti ai giornalisti, anche se il sito Afghanistan.ru ha riportato una dichiarazione di Baradar, secondo cui la pace nel Paese sarà possibile solo “dopo l’instaurazione di un sistema islamico”.

Ad accrescere le impressioni di precarietà, ieri il segretario Usa per la Difesa, Lloyd Austin, ha compiuto una visita a sorpresa in Afghanistan, intrattenendosi con il presidente Ashraf Ghani. Qualche giorno prima, il presidente Joe Biden ha detto che sarebbe stato “difficile” ritirare tutte le truppe americane entro il primo maggio. Tale lentezza va incontro anche ai desideri del governo di Kabul, che vorrebbe mantenere la loro presenza il più a lungo possibile.

Secondo diverse organizzazioni umanitarie, in più di 40 anni, (comprendendo anche il periodo dell’occupazione russa) in Afghanistan la guerra ha causato almeno 1,5 milioni di morti, centinaia di migliaia di feriti e mutilati, oltre 4 milioni di profughi.

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