19/02/2018, 08.34
VATICANO-RUSSIA-CINA
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Vecchia e nuova Ostpolitik della Santa Sede (I)

di Stefano Caprio*

Le nuove aperture vaticane alla Cina sembrano ripercorrere le tappe dell’antica Ostpolitik del card. Agostino Casaroli. Allora come adesso, le mosse della Santa Sede hanno provocato e provocano contrasti, critiche ed accuse nel dimenticare la Chiesa perseguitata e le violazioni ai diritti umani. Lo stesso Casaroli aveva dubbi sulla sua efficacia, seppure desideroso di attuare la dimensione del dialogo, riscoperto con il Concilio Vaticano II. Pubblichiamo oggi la prima parte.

Roma (AsiaNews) - Negli ultimi mesi, e forse negli ultimi anni, suscita sempre più interrogativi e perplessità l’approccio rinunciatario e radicalmente negazionista della “politica estera” della Santa Sede. In molti tratti esso sembra ricordare quella Ostpolitik vaticana che nel secolo scorso aveva portato la Chiesa a tanti compromessi con i regimi più avversi, dal nazismo hitleriano all’Unione Sovietica di Stalin e Chruščev. Anche oggi il Vaticano si lancia in spericolate aperture e generali cedimenti, di cui il più clamoroso appare il possibile accordo sulle nomine dei vescovi con la Cina del comunismo post-moderno, verso cui non si era mai piegato neppure ai tempi del cardinale Casaroli.

Non meno radicale, in realtà, è la nuova partnership cattolica con la Russia di Vladimir Putin e del patriarca Kirill, con cui Francesco s’incontrò nel surreale scenario dell’aeroporto dell’Avana il 12 febbraio del 2016. L’appoggio incondizionato alla politica russa, che tanto ha scandalizzato i greco-cattolici ucraini, da sempre in conflitto con Mosca, si è naturalmente integrato con il desiderio dei russi di ritrovare una centralità geo-politica perduta, a scapito appunto di quella vaticana auto-rinnegata.

Le analogie tra l’attuale politica vaticana e l’Ostpolitik del secolo scorso sono notevoli, ma parziali e forse non decisive. La Santa Sede, a cominciare dal papato di Giovanni XXIII e dal Concilio Vaticano II, decise di rinunciare a molto per salvare il poco, ma soprattutto per salvare il futuro. Oggi la rinuncia sembra essere non tanto il mezzo, quanto lo scopo: aprirsi a un futuro imprevedibile, senza assegnare alla Chiesa un ruolo prestabilito. Quando si decise di lasciare gli irriducibili cardinali Mindzenty e Slipyj nel confino dell’ambasciata americana o del convento ucraino a Roma, e di sorvolare sulle persecuzioni dei cristiani per favorire la firma del Trattato di Helsinki, i diplomatici guidati da Agostino Casaroli lavoravano per lasciare alla Chiesa uno spazio di sopravvivenza, e magari spingere i regimi totalitari come quello sovietico a riformarsi e abbandonare il conflitto con la fede e con la civiltà occidentale.

Il post-concilio e il dialogo

È la nuova stagione aperta dal Concilio Vaticano II a spingere la Chiesa cattolica al dialogo col mondo ortodosso e in particolare con la Chiesa russa. Grazie ai papi Giovanni XXIII e Paolo VI, al Patriarca ecumenico Athenagoras, al metropolita russo Nikodim e al cardinale olandese Willebrands, che per 20 anni ha guidato proprio il Segretariato (poi Pontificio Consiglio) per l’unità dei cristiani, si è aperta una irripetibile “stagione del dialogo”. Il suggello si raggiunse il 7 dicembre 1965, a conclusione del Concilio, con la reciproca cancellazione degli anatemi fra Chiesa cattolica e ortodossa.

La dirigenza dell’Unione Sovietica sembrava appoggiare tiepidamente queste aperture, nella speranza di ottenere vantaggi per i propri scopi, e gli ortodossi russi riuscirono a formare un gruppo di “specialisti del dialogo” che si coagulò intorno alla carismatica ed energica figura del metropolita Nikodim e ai suoi più stretti collaboratori, tra cui l’emergente e giovanissimo rettore dell’Accademia di San Pietroburgo Kirill (Gundjaev), l’attuale patriarca di Mosca.

Intanto, grazie anche al superamento di forti tensioni, a livello internazionale si era creata una convergenza su prospettive di pacificazione e avvicinamento delle forze in campo nella “guerra fredda”, legata alle personalità dei presidenti Kennedy e Chruščev e di papa Roncalli: sfruttando più la propaganda che la sostanza di tale convergenza, i dirigenti sovietici lanciarono lo slogan della “lotta per la pace” come grande prospettiva della propria azione di politica estera, e in questo senso i contatti internazionali dei rappresentanti del Patriarcato di Mosca sembravano offrire un sostegno efficace alla propaganda stessa.

Tale politica di “distensione” fu favorita anche dall’iniziativa di alcune personalità come quella di Giorgio La Pira, un politico cristiano-democratico allora sindaco di Firenze, fervente cattolico dedicatosi ai poveri, che scrisse personalmente a Chruščev diverse lettere.

Il 25 novembre 1961, anche grazie agli sforzi diplomatici di La Pira, fu inviato un telegramma di auguri da parte di Chruščev per gli 80 anni del papa. Il 7 marzo 1963 Aleksej Adžubej, genero di Chruščev e direttore delle Izvestija fece visita a papa Giovanni insieme alla moglie Rada, figlia del segretario del PCUS. Paolo VI incontrò poi il ministro degli esteri sovietico Andrej Gromyko alle Nazioni Unite (4 ottobre 1965), per poi incontrarlo nuovamente quando Gromyko accompagnò il presidente sovietico Nikolaj Podgornyj in visita al Vaticano nel febbraio 1967, nel novembre 1970, nel febbraio 1974 e nel giugno 1975.

L’Ostpolitik del card. Casaroli

Cogliendo l’opportunità offerta dalle aperture politiche internazionali in quegli anni, la diplomazia vaticana si allineò sostanzialmente sulla linea dell’Ostpolitik europea lanciata dal cancelliere tedesco Willy Brandt. Grande interprete di questa fase fu il cardinale Agostino Casaroli, in qualità di semplice funzionario e in seguito di leader della diplomazia vaticana, che guidò la Santa Sede nell’apertura di un dialogo con i regimi atei dell’Europa dell’Est per tutta la transizione dal post-concilio, fino alla perestrojka gorbacioviana. Nel 1963 a Vienna egli partecipò alla Conferenza delle Nazioni Unite sulle relazioni consolari, firmando per conto della Santa Sede la relativa convenzione. Partendo da Vienna compì, su disposizione del papa, due viaggi a Budapest e a Praga per riprendere i contatti con i governi comunisti interrotti da anni. Il 4 luglio 1967 fu nominato segretario della Congregazione per gli Affari ecclesiastici straordinari, che l’anno successivo, nel 1968, assumerà la nuova denominazione di Consiglio per gli Affari pubblici della Chiesa. Il 16 nella Basilica vaticana venne ordinato vescovo da Paolo VI. Nel 1971 per la prima volta si recò a Mosca. Nel luglio 1979 fu creato cardinale da Giovanni Paolo II e nominato Segretario di Stato. Nel 1988 partecipò ai festeggiamenti per il Millennio del Battesimo della Rus’, dove s’incontrò con Mikhail Gorbačev. Il 1 dicembre 1990 rassegnò le dimissioni, e morì nel 1998.

Achille Silvestrini, uno dei suoi più stretti collaboratori dei primi tempi, in seguito divenuto cardinale e oggi Prefetto emerito della Congregazione per le Chiese Orientali, così descrive l’approccio e le speranze con cui si dette vita alla nuova politica vaticana di quegli anni: “È un fatto che per tutti gli anni della Ostpolitik si ebbe nella Chiesa un confronto serrato e incalzante, mosso dall’interrogativo drammatico che periodicamente emergeva. Tale confronto si giocava non sulle posizioni di trincea a cui la Chiesa era costretta, ma al livello delle opzioni di ‘politica’ ecclesiale… La sfida era se giovasse di più alla Chiesa far fronte al comunismo con una resistenza a oltranza, oppure se questa resistenza, fermissima nei principi, ammettesse limitate intese su cose possibili e oneste. Si discuteva se il negoziare potesse fare guadagnare alla vita religiosa spazio e respiro oppure si risolvesse in un’illusione utile solo al prestigio dei regimi senza risultati durevoli per la Chiesa”. Lo stesso Casaroli si trovò a interpretare, con tutta la duttilità di un eccellente diplomatico e la fede sincera di un grande uomo di Chiesa, le direttive di tre papi, tra loro assai differenti per temperamento, ma uniti nella fiducia rivolta al “dialogo della carità” e instancabili nella dedizione al “martirio della pazienza”. Educato nel solido realismo della tradizione ecclesiastica, egli si chiedeva già a proposito delle prime aperture di Giovanni XXIII: “Illusione? Oppure fondata, se pur tenue, speranza di nuove possibilità per la Chiesa? Che cosa, con precisione, andava passando nell’animo di un pontefice in cui, sul finire d’una lunga vita, il naturale ottimismo, la quasi incorreggibile fiducia nella fondamentale bontà dell’uomo sembravano unirsi in una visione quasi profetica che superava, senza escluderle o deprezzarle, le analisi razionali dell’esperienza e della diplomazia?” (citazioni tratte da Casaroli Agostino, Il martirio della pazienza. La Santa Sede e i paesi comunisti (1963-89), Torino 2000).

(Fine prima parte)

 

* Docente di Storia e Cultura russa al Pontificio Istituto Orientale di Roma

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