05/01/2015, 00.00
IRAQ
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Via Crucis: i profughi di Mosul oltre l'emergenza

di Bernardo Cervellera
Sono almeno mezzo milione le persone che si sono rifugiate in Kurdistan per sfuggire all'ISIS. Nello Shlama Mall a Erbil: 350 persone vivono nello scheletro di un edificio in costruzione, con panni stesi e coperte a fare da pareti. L'ordinazione sacerdotale di un giovane, anch'egli profugo dimostra che con la fuga, c'è qualcosa che non è stato distrutto: la fede, le tradizioni, il sacerdozio.

Erbil (AsiaNews) - Una visita che è una specie di Via Crucis. E' questa l'immagine che mi viene in mente mentre l'aereo atterra alle 4 del mattino ad Erbil, in Kurdistan, in un silenzio quasi spettrale.

Già la decisione di venire in Iraq sembra una scelta troppo spericolata. In realtà il Kurdistan, di tutto l'Iraq è forse la zona più tranquilla, se paragonata all'area dominata dall'Esercito islamico (EI), da dove vengono notizie sempre più crudeli di esecuzioni e torture, o all'area di Baghdad,  dove il sangue sciita e quello sunnita vengono versati a giorni alterni.

L'immagine della Via crucis viene soprattutto perché siamo qui, Dario Salvi e io, per incontrare i rifugiati di Mosul, quelli di cui ci occupiamo da mesi, e che sosteniamo con la campagna "Adotta un cristiano di Mosul". Sono quell'esercito di poveri costretti ad abbandonare le loro case e la loro vita sotto la minaccia delle milizie dell'Esercito islamico: "O vi convertite all'islam, o pagate la tassa di protetti, oppure fuggite. Se restate, fra noi e voi vi è la spada".  Alla scoperta delle decapitazioni e delle esecuzioni di massa, almeno mezzo milione di persone sono fuggite in questi mesi, soprattutto in giugno (Mosul e villaggi vicini) e in agosto (Qaraqosh e villaggi vicini).

La valanga di profughi - in particolare cristiani e yazidi - si è riversata soprattutto in Kurdistan, dove da mesi combattono per la sopravvivenza. Ma è ormai il tempo di pensare al futuro e dopo tutti questi mesi  vi è chi pensa che occorre trovare i modi per superare la stretta emergenza.  P. Douglas, responsabile di un campo profughi attorno alla sua parrocchia di Erbil, puntualizza molto bene: "All'inizio si pensava che l'esercito irakeno avrebbe ripreso la Piana di Ninive molto presto. Ma non è avvenuto. Poi si è sperato che gli americani avrebbero fatto qualcosa per riprendere Mosul. Ma invece non è stato fatto nulla: i bombardamenti frenano l'avanzata, ma non obbligano l'EI alla ritirata".

Ormai la parola d'ordine è guardare oltre l'emergenza, al dopo, a come vivere per almeno due o tre anni fuori dalla propria vita quotidiana e dalle certezze che ci si era costruite.

Non che l'emergenza sia finita: ancora oggi occorre organizzare la distribuzione almeno settimanale di beni essenziali: cibarie, medicine, e ora che è inverno coperte, stufette, indumenti pesanti.

Immaginare il futuro non è facile: nel progettarlo si insinua sempre la paura provata in passato. E' evidente che i profughi soffrono di una doppia ferita: quella di un futuro che non c'è e quella di un passato che sanguina.

Dopo poche ore dal nostro arrivo,  p. Dinkha, sacerdote da soli tre mesi, ma già professore in seminario, mi accompagna a visitare alcuni gruppi di profughi. Con noi viene anche un seminarista, Martin e arriviamo a un edificio - o meglio: uno scheletro di edificio - dove invece di vetrate e finestre pendono nel vuoto panni stesi e coperte.

L'edificio si chiama Shlama Mall: doveva diventare un centro commerciale (di proprietà della diocesi). All'arrivo dei profughi - quasi tutti di Qaraqosh - l'edificio (in pratica solo i pilastri e i piani in cemento) è diventato la loro residenza per tutti questi mesi. Sono ospitate 90 famiglie, circa 350 persone.

Martin stesso è un profugo di Qaraqosh. Anche lui fuggito con gli altri seminaristi dopo che l'EI ha occupato la città. Egli è pure l'interlocutore privilegiato fra i rifugiati e la Chiesa cattolica, i preti e il vescovo. Conosce tutti: si ferma a salutare i bambini, parla con le madri, discute con i papà

Nello scheletro del centro commerciale ad ogni piano vi sono le zone (più che stanze) dove vivono le famiglie. A pianterreno vi sono alcuni luoghi comuni, approntati per l'emergenza.

Vi è una zona lavanderia, con lunghe vasche di plastica che corrono lungo il muro della stanza, dove le donne lavano i panni portandoseli via dentro secchi di plastica. Affianco vi è anche una zona cucina, con serie di fornelli dove le donne, a turno, vengono a cucinare le loro cose, portando poi la padella fumante nella zona a loro riservata.

Questo stile di vita, un misto fra un kibbutz dove tutto è comune, e un accampamento di beduini, con pareti fatte di tende, è snervante. Martin mi racconta: "I bambini giocano, ma essendo vicini alla strada non possono andare troppo in giro; nell'edificio non vi è tanto spazio. Vi sono quelli che cercano lavoro e qualcuno l'ha trovato.  Ma la massa dei profughi è enorme, e non c'è lavoro per tutti. I giovani, se non trovano lavoro, passano il tempo a bighellonare per le strade della città senza fare niente".

Per venire incontro a questo vuoto, dalla prossima settimana alcuni insegnanti - profughi anche loro - inizieranno una scuola, ospitata nell'episcopio, per insegnare ai bambini e ai ragazzi qualche materia e qualche elemento tecnico che potrebbero aiutarli in futuro a trovare lavoro.

Lo scheletro di edificio e le pareti di tenda sono però al centro di una forte discussione, sempre legata alla transizione dall'emergenza. Diversi profughi dicono che preferiscono stare in questo posto, in questo kibbutz beduino, piuttosto che andare ad abitare nelle case che la diocesi sta costruendo per ospitarli. Il problema è che la diocesi, nell'emergenza, ha trovato terreni per costruzione distante dalla città: in pratica dei nuovi agglomerati dove - mi dicono i profughi - non ci sono mezzi di trasporto, non vi sono negozi, farmacie, medici. Per tutti questi bisogni dovrebbero prendere autobus o taxi spendendo tempo e soldi.

In presenza di Martin è nata una forte discussione con alcune donne e uomini.  Martin difende l'idea di avere una casa propria e pulita, per iniziare una nuova vita, anche se lontano; loro difendono il fatto che alcuni, avendo trovato lavoro in città, non vogliono spostarsi lontano.

Alcuni più vecchi tacciono e chinano la testa. Alla fine della discussione commentano sottovoce: non è possibile fare i profughi e avere tante pretese. I più vecchi, proprio loro, sono stati profughi diverse volte nella vita.

Andiamo a visitare il gruppo di profughi siro-cattolici che oggi è tutto radunato nella cattedrale caldea per un evento eccezionale: l'ordinazione sacerdotale di un giovane, profugo di Qaraqosh. Il giovane, Majid Atallah, 30 anni, aveva studiato a Roma tutti gli anni di teologia. Poi, un anno fa è tornato a Qaraqosh per prepararsi al sacerdozio. In agosto la sua città è stata conquistata dall'EI e anche lui, con il suo vescovo, son dovuti fuggire ad Erbil. Pur vivendo nella miseria dei campi, nel capovolgimento del modo di vivere, il vescovo e lui sono stati d'accordo di fare comunque l'ordinazione. Per tutti è come un segno di continuità fra il prima e il dopo. Con la cerimonia si afferma che con la fuga, c'è qualcosa che non è stato distrutto: la loro fede, le loro tradizioni, il sacerdozio.

Nella chiesa la gente partecipa a centinaia.  Con fare solenne, presiede il vescovo rifugiato, che celebra in una chiesa non sua; Majid (nella foto) è inginocchiato per lungo tempo davanti all'altare mentre i fedeli cantano con gusto le litanie e gli inni dell'occasione. Colpisce molto l'evidente eleganza di tutti gli invitati. A visitare i campi profughi si trova gente con abiti trasandati, o in tuta da ginnastica, o con abiti poveri. Qui per l'occasione tutti sono vestiti con abiti eleganti, quasi lussuosi: le donne indossano abiti da cerimonia invernali, rivestiti di leggero raso scuro; gli uomini sono in giacca e cravatta e vi sono perfino giovani che sfoggiano smoking neri con farfallino rosso.

La mia guida, p. Dinkha, mi fa notare che alla cerimonia è presente il console generale degli Emirati arabi uniti. Mi spiega che gli Emirati sono l'unico Paese arabo che sta aiutando i profughi di Mosul e Qaraqosh, senza fare distinzioni fra cristiani, musulmani, yazidi. E il console non manca mai a nessuna cerimonia solenne dei cristiani.

(Fine prima parte)

 

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