08/04/2020, 12.03
SIRIA
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Vicario di Aleppo: la speranza di Cristo risorto, oltre il Sabato santo del coronavirus

Anche in Siria chiese chiuse, messe e celebrazioni vietate ai fedeli che seguono le funzioni “a migliaia” su internet. L’illusione della fine del conflitto e la nuova emergenza sanitaria, ora “tutto si è fermato di nuovo”. Riscoprire il valore della domus ecclesiae e la centralità dei sacramenti.

Aleppo (AsiaNews) - Chiese chiuse, messe e celebrazioni vietate ai fedeli come in gran parte del mondo, ma seguite con attenzione e partecipazione su internet e il timore di una diffusione della pandemia che potrebbe provocare un “disastro” in una nazione al decimo anno di guerra. Il racconto ad AsiaNews della Settimana Santa del vicario apostolico di Aleppo dei Latini, mons. Georges Abou Khazen, è un misto di timore per la minaccia coronavirus e il desiderio di vivere il momento più importante del calendario liturgico cristiano. “La situazione in città, come in Siria, è simile a quella nel resto del mondo. Precauzioni e direttive - aggiunge il prelato - per contenere la diffusione: al momento i dati ufficiali dicono 19 contagi, tre vittime e altrettanti guariti”. 

Per contrastare l’epidemia di Covid-19, il governo ha disposto il coprifuoco dalle 6 di sera alla stessa ora del mattino; il venerdì e il sabato entra in vigore a mezzogiorno fino alle 6 del mattino dopo. Le uniche attività aperte sono farmacie, forni e panifici, negozi alimentari e taxi per il trasporto cittadino. Interrotto il trasporto pubblico, non vi sono nemmeno mezzi per viaggiare fra città e regioni, che restano isolate le une dalle altre. 

La popolazione, racconta mons. Abou Khazen, “ha respirato dopo la liberazione e la fine dei bombardamenti alla cieca sui quartieri civili”. Per un breve arco di tempo “avevano riaperto l’aeroporto e l’autostrada fra Aleppo e Damasco, ma ora è tutto chiuso a causa del virus. Nel momento in cui si poteva tornare a vivere, tutto si è fermato di nuovo”. 

Il timore di una diffusione è “elevato”, prosegue il prelato, perché 10 anni di guerra hanno colpito il sistema sanitario “e il 50% degli ospedali non funzionano. Un Paese in queste condizioni non è preparato” alla lotta contro il virus. “Sarebbe un disastro - afferma - e speriamo non si estenda”. 

In passato, anche durante gli anni peggiori del conflitto, le celebrazioni della Settimana Santa, la domenica delle Palme, la messa della Pasqua “erano gremite di fedeli. Quest’anno le persone sono costrette a rimanere in casa, in un infinito Sabato Santo dove l’oscurità sembra avere preso il sopravvento e il Cristo chiuso nel buio del Santo Sepolcro”. Ma, aggiunge, “come racconta san Pietro egli è sceso agli inferi per annunciare la resurrezione… questa è la buona novello, questa è la nostra fonte di speranza”. 

Il vicario racconta come i fedeli desiderino “venire in chiesa, ma non è possibile. Celebriamo le funzioni a porte chiuse e le diffondiamo via internet, dove hanno un enorme seguito: migliaia di contatti, fino a seimila alla volta a conferma della grande partecipazione. Ogni tanto - prosegue - apriamo le chiese per confessioni e visite di piccoli gruppi” mantenendo le distanze. Questa, come si dice in arabo, è davvero “una settimana dei dolori”. Il distacco, conferma, “è la cosa più difficile: è brutto celebrare in una chiesa vuota, quando eravamo abituati a vederle gremite anche in tempo di guerra. Siamo come un padre che ha perso i figli, ma non è così… è solo un distacco temporaneo”.

Dieci anni di guerra, poi l’emergenza di coronavirus sono un invito a ripensare “il Paese, le vite e la chiesa: dobbiamo dare - aggiunge - più valore alla domus ecclesiae (chiesa domestica), più forza alla Chiesa locale, mettere i sacramenti al centro della nostra fede. In molte famiglie si sente la sete dei sacramenti, questo virus non ha unito solo noi ma il mondo e ha abbattuto molti muri”. “Mi ha sorpreso la solidarietà della nostra gente verso l’Italia, le moltissime preghiere per le vittime della pandemia e per tutto il popolo italiano. Il messaggio del Cristo risorto - conclude il prelato - è un invito a non perdere la speranza, ma a vivere questi momenti con gioia nonostante le difficoltà”.

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