01/11/2019, 08.00
CINA
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Xinjiang: stupri, abusi e sterilizzazioni nei ‘centri di formazione’ per uiguri

La denuncia di un’ex detenuta: “Le urla, le suppliche, i pianti sono ancora nella mia testa”. Secondo l’Onu, nelle strutture costruite da Pechino nella regione sono detenute circa 1 milione di persone appartenenti alle minoranze islamiche. Per le autorità cinesi, sono necessarie a combattere l’estremismo.

Pechino (AsiaNews) – Le autorità del campo “portavano con regolarità le donne in ospedale e le operavano, in modo che non potessero più avere figli” o “le costringevano a prendere medicine”. È la drammatica denuncia che affida a Radio Free Asia una donna appartenente alla minoranza uigura dello Xinjiang. Per mesi, la 41enne Tursunay Ziyawudun è stata prigioniera in una di quelli che Pechino definisce “centri di formazione” ma che attivisti ed organizzazioni internazionali descrivono come campi di internamento. Secondo le stime delle Nazioni Unite, in questi luoghi  le autorità cinesi detengono circa 1 milione di uiguri e persone appartenenti a minoranze turcofone di religione islamica. Pechino afferma che le strutture servono per allontanare le persone dall’estremismo; le descrive come vitali nella lotta contro il sentimento separatista e l'estremismo religioso. Dal 2017 le autorità di Pechino stanno attuando una politica della “terra bruciata” nello Xinjiang. Per bloccare possibili influenze radicali afghane o pakistane, la Cina esercita un serrato controllo sulle moschee, sui giovani, sulla vita religiosa delle comunità islamica. Ecco la testimonianza dell’ex detenuta. (Traduzione a cura di AsiaNews).

Le donne detenute nei campi di internamento della Regione autonoma uigura dello Xinjiang (Xuar), nella Cina nord-occidentale, sono costrette ad assumere con regolarità farmaci che incidono sui loro cicli riproduttivi; subiscono torture, vengono negati loro trattamenti per problemi di salute e sono sottoposte ad abusi sessuali o di altro tipo. Lo denuncia un’ex reclusa.

Tursunay Ziyawudun (foto 2), donna uigura di 41 anni originaria della contea di Kunes (Xinyuan), nella prefettura autonoma Ili Kazakh (Yili Hasake) della Xuar, ha trascorso un totale di nove mesi in una delle vaste reti di campi della regione; qui, a partire da aprile 2017, le autorità hanno detenuto fino a 1,5 milioni di uiguri e membri di altre minoranze etniche musulmane. Queste sono accusate di covare “concezioni religiose forti” e idee “politicamente scorrette”.

Nel giugno 2008, Ziyawudun ha sposato Haliq Mirza, medico di Kunes di etnia kazaka; cinque anni dopo, la coppia si è trasferita in Kazakhstan, dove ha avuto un figlio e fondato una clinica. La donna riferisce che mentre a Mirza è stata concessa la cittadinanza kazaka, le autorità hanno più volte respinto la sua domanda in quanto uigura.

Il 13 novembre 2016, Ziyawudun è tornata nella contea di Kunes per stare con la sua famiglia. Durante i mesi successivi, ha visto le autorità attuare diverse nuove politiche contro gli uiguri, tra cui la confisca dei passaporti e la criminalizzazione di quanti avevano viaggiato all'estero.

Le autorità hanno portato Ziyawudun in un campo di internamento l'11 aprile 2017, senza fornire alcuna spiegazione alla famiglia, in occasione del lancio di una nuova politica di incarcerazione di massa nella regione; la donna racconta che tuttavia “la situazione non era così grave, dal momento che avevano appena iniziato ad arrestare le persone” ed è stata rilasciata dopo un mese, in parte a causa di cattive condizioni di salute.

Ma Ziyawudun non è stata in grado di ottenere un passaporto e non ha potuto raggiungere suo marito in Kazakistan; il 10 marzo 2018 l’hanno arrestata di nuovo senza motivo. Questa volta, dichiara, la situazione nella struttura era molto peggiorata; molte delle decine di donne con cui condivideva alloggi erano sottoposte ad un trattamento umiliante, compresa la sterilizzazione forzata.

“Vi erano donne che erano lì da un anno e durante tutto quel tempo non hanno mai avuto il ciclo mestruale”, afferma Ziyawudun. L’ex detenuta aggiunge che le autorità del campo “portavano con regolarità le donne in ospedale e le operavano, in modo che non potessero più avere figli” o “le costringevano a prendere medicine”.

“Mi hanno portata in ospedale per sottopormi ad un'operazione [di sterilizzazione], ma poiché ho sempre sofferto di un problema ginecologico il medico ha detto che avrei potuto avere complicazioni che includono la morte. Quindi mi hanno risparmiata”, dichiara. Ziyawudun ha anche descritto le torture subite, suggerendo che le guardie volevano scoprire perché lei e suo marito si erano trasferiti in Kazakistan.

“I loro metodi di tortura erano sempre diversi – racconta – ma una pratica comune era legarti su una sedia di metallo durante l'interrogatorio. Ci tagliavano i capelli, dopo averli tirati attraverso le sbarre [della nostra cella]. Lo facevano anche alle donne anziane. Eravamo tutte ammanettate, incatenate e spesso chiamate per un interrogatorio. Le urla, le suppliche, i pianti sono ancora nella mia testa”.

Oltre all'indottrinamento politico forzato e a ciò che lei chiama “lavaggio del cervello su come il nemico siano gli Stati Uniti”, Ziyawudun spiega che le donne nella sua cella erano costrette a controllarsi a vicenda per eventuali trasgressioni delle regole del campo; la loro dieta era scadente o assente del tutto.

Ziyawudun descrive anche la negligenza intenzionale da parte delle autorità, che spesso ignoravano le richieste di cure mediche delle detenute. “A loro non importava. Vi erano casi di donne che soffrivano di infezioni che non potevano passare con l'acqua, e anziane di 70 o 80 anni che non potevano camminare correttamente, ma le lasciavano soffrire”, afferma.

Alla domanda riguardo ai recenti resoconti di ex detenute su stupri e altri abusi nel sistema carcerario della Xuar, Ziyawudun crolla. “Eravamo tutte indifese e incapaci di difenderci”, esclama. “Abbiamo subito tutti i tipi di maltrattamenti, ma neanche di fronte ad un simile abuso siamo state in grado di fare nulla”. I funzionari del campo si presentavano nel cuore della notte e portavano via le donne, spiega.

“Gridavano: ‘Alzati e vieni con noi’, e dopo non le avremmo viste mai più. In seguito ho appreso che diverse persone sono morte in ospedale”. Secondo Ziyawudun, ad un certo punto, le autorità trascinavano le donne fuori dalla cella e le informavano che sarebbero state accusate di crimini e condannate al carcere in processi farsa. “Le povere donne – riferisce – piangevano e urlavano dal terrore, ma [le guardie] non si curavano delle loro suppliche”.

“Alcune donne hanno ricevuto condanne tra i cinque e i 10 anni. Le donne anziane gridavano, chiedendo: ‘Cosa sarà di me adesso? Come posso passare 10 anni in prigione? Che vita mi resta? Che cosa ho fatto per ricevere una condanna al carcere?’ Piangevano, ma erano così impotenti”.

Ziyawudun rivela che di tutte le donne nella cella, solo lei e un’anziana sono state risparmiate dalle accuse. Secondo la donna, i funzionari avevano paura di accusarla perché suo marito è un cittadino kazako. Alla fine, Ziyawudun è stata rilasciata dal campo il 25 dicembre 2018.

Al suo ritorno a casa della sua famiglia, la donna si è resa conto del grave tributo che la politica di incarcerazione di massa di Pechino stava imponendo alla comunità uigura. “Le donne che sono state rilasciate si sono rivolte all'alcol, dicendo che erano state costrette a rinunciare al proprio Dio”, racconta. “Ci chiedevamo cosa avessimo fatto di sbagliato per meritare un simile trattamento. Come popolo, non potevamo affrontare tale realtà. Per questo, tante persone si stordivano bevendo alcolici”.

In seguito, Ziyawudun ha ricevuto il suo passaporto e le è stato permesso di tornare in Kazakhstan per unirsi a suo marito e al loro figlio. Ma molti dei suoi parenti nella contea di Kunes sono nei campi di internamento. “Quasi tutti i miei familiari e amici sono nelle loro mani”, dichiara. “Non riesco ad immaginare che tipo di orrore stiano vivendo”.

In un primo momento, Pechino ha negato l'esistenza dei campi di internamento; ma da quest'anno la Cina ha cambiato rotta ed ha iniziato a descrivere le strutture come “collegi” che forniscono formazione professionale agli uiguri, scoraggiano la radicalizzazione e aiutano a proteggere il Paese dal terrorismo.

I rapporti del Servizio uiguro di Rfa e di altri media, tuttavia, hanno dimostrato che quanti si trovano nei campi sono detenuti contro la propria volontà e sottoposti ad indottrinamento politico; sono abituati a subire un duro trattamento da parte dei loro sorveglianti; e sopportano diete povere e condizioni antigieniche in strutture spesso sovraffollate.

Le incarcerazioni di massa nella Xuar, così come altre politiche che violano i diritti di uiguri e altre comunità islamiche, hanno sollevato crescenti inviti da parte della comunità internazionale a ritenere Pechino responsabile delle sue azioni nella regione.

A settembre, in occasione di un evento a margine dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, il vicesegretario di Stato americano John J. Sullivan ha dichiarato che le Nazioni Unite non sono riuscite ad ottenere che la Cina ne rendesse conto. Secondo Sullivan, l’Onu dovrebbe richiedere un accesso senza restrizioni nella regione, per indagare sulle incarcerazione di massa e altre violazioni dei diritti degli uiguri.

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