30/09/2021, 12.17
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Youth4Climate, le voci dall'Asia per il pianeta

di Alessandra De Poli

Quasi 400 delegati tra i 15 e i 29 anni consegneranno ai ministri che parteciperanno alla COP26 il documento finale con le loro proposte per il clima. Quelli dal continente asiatico hanno condiviso le loro preoccupazioni e speranze con AsiaNews. Ieri il messaggio del papa: "Desidero ringraziarvi per i sogni e i progetti di bene che voi avete e per preoccuparvi tanto delle relazioni umane quanto della cura dell’ambiente".

Milano (AsiaNews) - Giovani ricercatori, attivisti, fondatori di ong che lottano contro i cambiamenti climatici, sociologi, ingegneri, giornalisti. Nei giorni scorsi quasi 400 delegati da tutto il mondo sono arrivati a Milano per la “Youth4Climate: driving ambition” (Y4C), l’evento organizzato dall’Italia per dare ai giovani la possibilità di confrontarsi e formulare proposte concrete sui temi del riscaldamento globale. Hanno tra i 15 e i 29 anni e sono stati selezionati nel rispetto dell’equilibrio geografico e di genere.

La prima giornata del 28 settembre si è aperta con il discorso polemico di Greta Thunberg che ha attaccato i leader mondiali, a cui ha risposto il ministro italiano della Transizione ecologica Roberto Cingolani: "Spero che oltre a protestare, cosa che è estremamente utile, ci aiuterete a identificare nuove soluzioni visionarie, è questo quello che ci aspettiamo da voi". Sfida accettata: dopo due giorni di discussioni oggi i delegati consegneranno le loro proposte ai ministri che prenderanno parte alla 26esima Conferenza delle Parti (COP26) in programma a Glasgow il prossimo mese. I giovani passano il testimone agli adulti: “Queste sono le nostre soluzioni per il clima, ora pensateci voi a metterle in atto”, sembrano voler dire. Con un videomessaggio ieri il papa ha ringraziato i giovani per i loro “sogni e i progetti di bene”. "Ci dev’essere armonia tra le persone e l’ambiente. Non siamo nemici, non siamo indifferenti", ha aggiunto il pontefice.

Ora che è arrivato il momento di consegnare il risultato delle negoziazioni, qualche delegato si chiede se i leader mondiali ne faranno carta straccia. Per Jan Kairel Guillermo, che non è un delegato, ma fa parte della commissione che ha selezionato i giovani, l’evento assume importanza dopo due anni di pandemia durante i quali i ragazzi si sono visti online. “Mi emoziona sentire le storie dei giovani che sono qui”, racconta ad AsiaNews, “Però finché le Nazioni unite non creeranno un meccanismo che permetta alle istituzioni di includere i contributi dei giovani nei trattati internazionali, non potremo davvero fare la differenza”. Jan, filippino di 28 anni, è critico perché lavora già alle Nazioni Unite a Ginevra e partecipa alla conferenza in qualità di coordinatore dei gruppi di lavoro. E lui l’effetto dei cambiamenti climatici l’ha sofferto in prima persona. “Nel 2013 sono sopravvissuto a uno dei cicloni più forti mai registrati. Non è solo che mi importa del clima. La mia provincia, Leyte, è stata quasi completamente distrutta dal tifone Haiyan”.

Anche Heeta Lakhani, 30 anni, dall’India, ha capito fin da giovanissima l'importanza della natura anche nei contesti urbani: “Io vengo da Mumbai, che è una città costiera. Sul lungomare c’era una fila stupenda di palme da cocco. Un giorno sono passata e avevano sradicato gli alberi per un progetto di abbellimento della città. Non capivo come avrebbe dovuto essere più bella così”. La sua prima partecipazione a una conferenza internazionale però è stata come traduttrice. “Nel 2015 ho preso parte alla COP21 a Parigi, ma ero lì per tradurre dal tedesco. Dopo quell’esperienza mi sono resa conto che è possibile cambiare le cose se ci si mette in gioco. Ho lasciato il mio lavoro, mi sono iscritta a un master in Studi ambientali e ho cominciato a fare volontariato per il clima”. Heeta fa parte di Youngo, il comitato dei giovani della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfcc).

Anche le comunità indigene sono rappresentate. Anish Shrestha, 29 anni, viene dal Nepal e si è fatto loro portavoce: “Le popolazioni dell’Asia meridionale sopportano il fardello dei cambiamenti climatici anche quando inquinano meno delle nazioni sviluppate”. Ha fondato la Yfeed Foundation per tutelare i diritti dei nativi del suo Paese, dove quasi il 36% della popolazione appartiene a una tribù indigena. Gli indigeni sono tra le principali vittime del cambiamento climatico, ma anche tassello fondamentale per mitigare gli effetti dannosi dell’azione umana sull'ambiente. “In Nepal lo scioglimento dei ghiacciai dell’Himalaya è un problema gravissimo”, spiega Anish ad AsiaNews. “Stiamo perdendo una risorsa fondamentale per il turismo, ma anche per le pratiche tradizionali. I giovani abbandonano l’agricoltura perché i campi sono sempre meno fertili. I cambiamenti climatici hanno un impatto sullo stile di vita delle popolazioni indigene, ma anche sull’economia dell’intero Paese”.

Taimoor Siddiqui viene da Hyderabad, parla in maniera concitata, gli brillano gli occhi quando racconta di come sia necessario che anche i Paesi meno sviluppati taglino le emissioni di CO2. “Secondo il Climate Index, il Pakistan è il quinto Paese per vulnerabilità climatica. Stiamo investendo per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell'Onu entro il 2030, ma continuiamo a essere una nazione fragile. Se gli Stati più sviluppati ce l’hanno fatta, perché non possiamo riuscirci anche noi?”, si chiede Taimoor, che in Pakistan ha coinvolto quasi 17mila persone nelle sue iniziative educative. “I Paesi più sviluppati sono come dei fratelli più grandi per quelli in via di sviluppo. Dobbiamo pensare come una famiglia, perché... sharing is caring”. Condividere (le risorse finanziare, in questo caso), è un atto di cura che fa bene a tutti.

Mayumi Sato, 26 anni, originaria del Giappone, ha studiato all’università di Cambridge e ora sta svolgendo un dottorato di ricerca sull’impatto dei cambiamenti climatici sui detenuti: “Molti carcerati twittano riguardo le loro condizioni di vita in prigione; raccontano anche dell’inquinamento dell’aria, perché le carceri spesso si trovano vicino a luoghi in cui vengono rilasciati prodotti tossici”. Le questioni ambientali si intrecciano con quelle sociali. Ma Mayumi è realista: “É chiaro che la Y4C è un evento poco concreto sotto tanti punti di vista. Nessuno si aspetta di trovare una soluzione in pochi giorni di negoziati. Però essere qui aiuta a capire gli altri. È un processo, e spero serva a mantenere vivo lo slancio nei più giovani”.

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