'Bhojshala è un tempio indù': nuova sentenza nello scontro sui siti religiosi
L'Alta Corte del Madhya Pradesh ha dato ragione ai nazionalisti decretando la fine della consuetudine che dal 2003 permetteva a musulmani e indù di pregare nello stesso complesso storico in giorni diversi. La sentenza richiama espressamente il caso di Ayodhya che sta innescando un effetto domino di studi archeologici e rivendicazioni in diverse regioni dell'India.
Bhopal (AsiaNews/Agenzie) – Con una sentenza emessa oggi l’Alta Corte del Madhya Pradesh ha dichiarato che il complesso di Bhojshala, conteso tra indù e musulmani, è un tempio dedicato alla dea Saraswati. Si tratta di una nuova decisione che va a toccare il delicatissimo tema delle rivendicazioni sui siti religiosi e che si inserisce nel solco della vicenda di Ayodhya, in Uttar Pradesh, dove nel 1992 i nazionalisti indù distrussero la moschea di Babri per poi vedere dalla Corte Suprema riconosciuta definitivamente nel 2019 la preesistenza di un tempio sul sito conteso.
Ora anche in Madhya Pradesh l’Alta Corte locale ha stabilito che il complesso di Bhojshala - un edificio storico della città di Dhar - deve essere considerato un tempio e ha al contempo invitato i musulmani a cercare un terreno alternativo per costruire una moschea. La controversia riguarda un sito protetto dall’Archaeological Survey of India (ASI) dove tradizionalmente indù e musulmani pregavano rispettivamente il martedì e il venerdì, secondo un accordo del 2003.
I giudici Vijay Kumar Shukla e Alok Awasthi hanno basato la loro decisione su prove archeologiche e documenti storici, citando anche i principi stabiliti dalla Corte Suprema nel caso di Ayodhya. “Alla luce di evidenze multidisciplinari e dei diritti fondamentali sanciti dagli articoli 25 e 26 della Costituzione, possiamo affermare che il complesso è un tempio,” si legge nell’ordinanza.
Il tribunale ha inoltre sottolineato che il sito ha storicamente rappresentato un importante centro di studi sanscriti. “Esiste un dovere costituzionale di garantire servizi di base ai pellegrini, preservare l’ordine pubblico e proteggere il carattere sacro della divinità. La continuità del culto indù non è mai stata interrotta e le prove storiche confermano la presenza di un tempio dedicato a Saraswati e il ruolo culturale del complesso come centro di apprendimento del sanscrito”, hanno osservato i giudici.
Il contenzioso era stato aperto da querelanti indù, mentre la controparte musulmana affermava si trattasse di una moschea. Anche un querelante giainista aveva reclamato il sito come tempio della confessione religiosa. La corte aveva chiesto a tutte le parti di presentare osservazioni su un lungo rapporto dell’ASI, redatto dopo un’indagine scientifica condotta tra marzo e giugno 2024. Lo studio evidenziava come la struttura attuale fosse stata costruita usando i resti di templi precedenti, mentre la moschea presente era stata eretta in epoca successiva.
Gli avvocati della parte indù hanno chiesto diritti esclusivi di culto, citando anche un rapporto ASI del 1904 che identificava un idolo di Vagdevi ora al British Museum. La controparte musulmana ha contestato i risultati e il metodo del sondaggio, denunciando mancanza di trasparenza, assenza di datazioni al carbonio e rimozioni non autorizzate, sostenendo che la natura religiosa del sito non fosse stata provata in modo conclusivo.
Il caso del complesso di complesso di Bhojshala in Madhya Pradesh non è isolato: la vicenda di Ayodhya ha infatto innescato una sorta di effetto domino in diversi siti storici dell’India. Tra le battaglie più accese oggi c’è quella sul complesso di Gyanvapi a Varanas, in Uttar Pradesh: anche qui un'indagine scientifica condotta dall’ASI ha evidenziato che la parete occidentale della moschea incorpora i resti di un antico tempio indù. Sono state trovate iscrizioni e pilastri riutilizzati risalenti all'epoca del sovrano Moghul Aurangzeb. La comunità musulmana contesta l'uso politico dell'archeologia e difende il significato per i musulmani della struttura. Il tribunale locale ha comunque concesso agli indù il diritto di pregare in una sezione sotterranea del complesso.
Un’altra disputa riguarda la moschea Shahi Idgah di Mathura, sempre in Uttar Pradesh. Gli indù sostengono che nel XVII secolo lo stesso imperatore Aurangzeb abbia raso al suolo un tempio di Keshavdev per erigere il luogo di culto musulmano. Documenti d'archivio risalenti al periodo coloniale (1920) e rilievi successivi hanno confermato la sovrapposizione delle strutture. I tribunali hanno autorizzato ispezioni tecniche per mappare il sito.
Proprio per evitare il dilagare di questi contenziosi nel 1991 il Parlamento indiano aveva approvato il Places of Worship (Special Provisions) Act, una legge che congela lo status religioso di tutti i luoghi di culto allo status del 15 agosto 1947, il giorno dell'indipendenza dell'India. L'eccezione introdotta per il sito di Ayodhya, esplicitamente escluso da questa legge, ha però indebolito sul nascere questa disposizione. I gruppi musulmani accusano i tribunali di aggirare la legge del 1991 consentendo queste nuove indagini archeologiche.





