28/10/2022, 12.27
ARMENIA - VATICANO
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Agagianian, verso gli altari il patriarca che risollevò gli armeni dal genocidio

Oggi si apre a Roma la causa di beatificazione e canonizzazione del patriarca (e cardinale) Gregorio Pietro XV Agagianian. La messa celebrata in Laterano dal card. De Donatis, alla presenza dell’attuale primate armeno Minassian. Una testimonianza di fede attraverso le opere, il ruolo nel Concilio. 

Roma (AsiaNews) - Una spiritualità “semplice”, una persona “umile e religiosa”, che si è distinta “per la forza della sua fede” di cui “siamo testimoni oggi in questo cammino” che lo porta agli onori degli altari. Così l’attuale patriarca armeno Raphael Bedros XXI Minassian ricorda il predecessore e cardinale Gregorio Pietro XV Agagianian, del quale si apre oggi a Roma la causa di beatificazione e canonizzazione. Unico cardinale della Chiesa armena, in due occasioni (nel 1958 e nel 1963) candidato al papato, il porporato scomparso nel 1971 è stato fra le figure di primo piano del Concilio Vaticano II, di cui era membro della commissione direttiva. Il rito, presieduto dal cardinale vicario della capitale Angelo De Donatis, celebrato presso la basilica di San Giovanni in Laterano, alla presenza anche dell’attuale primate.

“Ricordiamo con gratitudine - racconta il patriarca Minassian in una intervista ad abouna.org - come ha avviato la costruzione di scuole, luoghi di culto, aprendo centri per la cura e la protezione degli orfani e molte istituzioni ecclesiastiche, spirituali e monastiche”. Di queste, aggiunge, “forse la più importante è l’istituzione dell’Ordine di Santa Madre Teresa”, che rappresenta il suo modo di vere la fede e di testimoniare Cristo “attraverso le opere” come dice san Paolo.  

Il patriarca, nato Ghazaros Agagianian il 18 settembre 1895 ad Akhaltsikhe, nell’allora Impero russo e oggi in Georgia, ha completato gli studi all’Urbaniana a Roma ed è ordinato sacerdote il 23 dicembre 1917. In seguito consegue il dottorato e trascorre qualche tempo come parroco a Tblisi; poi rientra a Roma, dove viene nominato vice e poi rettore del Collegio Armeno. All’Urbaniana, dove è stato anche rettore, ha insegnato Cosmologia e Teologia sacramentaria; oltre all’armeno, parlava correttamente italiano, francese, inglese, georgiano, russo, latino e greco.

Nel 1935 la nomina a vescovo di Comana, in Armenia, e due anni più tardi l’elezione a Catholicos Patriarca di Cilicia dal Sinodo dei vescovi della Chiesa cattolica armena, e confermato dal papa il 13 dicembre 1937, prendendo il nome di Gregorio Pietro XV. Sotto la sua guida la Chiesa armena ha saputo ritrovare prestigio e valore nella diaspora, dopo le atroci sofferenze del genocidio ad opera dell’Impero ottomano nel 1915 durante la Prima guerra mondiale. Creato cardinale nel 1946 da Pio XII nel 1955 è presidente della Commissione pontificia per la redazione del Codice orientale di Diritto canonico, da qui la scelta di dimettersi dalla guida del patriarcato.

Nel 1960 diventa prefetto di Propaganda Fide, seguendo da vicino la formazione dei missionari nel mondo e liberalizzando le politiche della Chiesa nelle nazioni in via di sviluppo. Durante il Concilio si è ritagliato un ruolo di primo piano nella preparazione del Decreto missionario "Ad gentes" e della Costituzione sulla Chiesa nel mondo moderno "Gaudium et spes". Il 19 ottobre 1970 le dimissioni da prefetto del dicastero vaticano e la nomina a cardinale vescovo della diocesi suburbicaria di Albano, prendendo dimora presso il Collegio armeno. Qualche mese più tardi, il 16 maggio 1971, muore a Roma dopo una breve malattia e viene sepolto nella chiesa armena di San Nicola da Tolentino.

L’attuale patriarca Minassian ha vissuto in prima persona alcune opere “innaturali”, come le definisce. Fra queste “il suo corpo che ha continuato a sudare per più di tre giorni dopo la morte”, un segno di “un qualcosa di anormale”. E, prosegue, “mentre pregavamo sul suo letto negli ultimi istanti di vita, lo abbiamo sentito dire all’improvviso di aver sete, ma non di acqua, bensì della ‘santità delle vostre anime’. Così ha detto”. Egli, conclude l’attuale primate, “non è il primo santo della Chiesa armena” che è “piena di martiri e santi” a partire dalle vittime del genocidio, ma con la sua testimonianza “ci insegna a stare in questo tempo e a dare il migliore esempio di santità” immersi nelle vicende “che oggi viviamo”. 

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