09/12/2023, 11.50
MONGOLIA
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Alla COP28 Ulan Bator dice sì al nucleare per sfruttare il proprio uranio

di Alessandra Tamponi

La Mongolia ha firmato con altri Paesi una dichiarazione a favore dello sviluppo di centrali nucleari per ridurre i gas serra. Si tratta di una delle ultime iniziative del Paese per promuovere l'estrazione dei minerali presenti sul proprio territorio, che costituiscono una parte importante dell'economia nazionale. Nel prossimo futuro saranno da valutare i rapporti con la Russia.

Ulan Bator (AsiaNews) - Durante la COP28 più di 20 nazioni hanno sottoscritto una Dichiarazione per triplicare l’energia nucleare, un documento che riconosce il ruolo chiave del nucleare per l’azzeramento delle emissioni globali di gas serra entro il 2050. Tra i sostenitori troviamo Paesi come Stati Uniti o Francia, che già si servono di centrali nucleari, ma anche Paesi come la Mongolia. Il crescente sostegno all’energia nucleare non è una sorpresa. Nonostante i rischi che comporta, il nucleare viene considerato una soluzione non trascurabile per la decarbonizzazione di quei settori definiti hard to abate, come industria pesante, marittima e aviazione.

Il sostegno all’iniziativa da parte della Mongolia è solo una delle ultime azioni che il Paese ha intrapreso a favore dello sviluppo del nucleare, che necessita di grosse riserve di uranio, un elemento di cui il territorio della Mongolia è ricco. La sua estrazione andrebbe ad aggiungersi a quella di altri minerali fondamentali per la transizione energetica (per esempio il rame) e che costituiscono una base importante per l’economia del Paese. Secondo i dati della World Bank, nel 2021 il settore minerario costituiva un quarto del prodotto interno lordo (Pil) e l’80% di tutte le esportazioni della Mongolia. Sotto l’attuale governo di L. Oyun-Erdene, il settore promette di diventare uno dei pilastri per la ripesa economica post-Covid.

Finora sono stati scoperti in Mongolia 10 i giacimenti di uranio per un totale di circa 160mila tonnellate, che posizionerebbero il Paese primo in Asia e dodicesimo nel mondo per ampiezza di giacimenti. Sebbene Ulan Bator non abbia ancora dato avvio alle operazioni di estrazione, tali quantità potrebbero garantire non solo di sviluppare le proprie centrali nucleari (cruciali per una nazione che produce ancora l’80% della propria energia dal carbone), ma potrebbero anche porre la Mongolia in una posizione strategica a livello internazionale.

Anche a causa del colpo di Stato in Niger che ha costretto l’Europa a rivedere e diversificare la propria lista di fornitori di uranio, l’interesse di altri Paesi si è già orientato verso la Mongolia. A ottobre Parigi e Ulan Bator hanno firmato un accordo del valore di 1,6 miliardi di euro che prevede che la compagnia statale francese Orano renda operativa la miniera di Zuuvch-Ovoo, nella Mongolia sudoccidentale. Il progetto inizierà l’anno prossimo e la miniera dovrebbe essere produttiva per il 2028.

Tuttavia, nell’internazionalizzare le proprie risorse minerarie la Mongolia potrebbe ritrovarsi a dover fare i conti con la Russia, che negli anni ’50, quando la Mongolia era un Paese satellite dell’Unione sovietica, aveva dato avvio all’esplorazione dei primi giacimenti. Da allora le compagnie russe hanno avuto un ruolo di primo piano: furono gli scienziati moscoviti a istruire quelli mongoli per quanto riguarda lo sviluppo del nucleare, mentre tra gli anni ’80 e ’90 la Russia era il principale compratore dell’uranio mongolo. Oggi nemmeno la Cina ha accordi con la Mongolia per l’estrazione della risorsa.

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