15/01/2026, 11.23
IRAN
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Anche cristiani iraniani tra le persone uccise e arrestate nelle proteste di piazza

Almeno sette le vittime all’interno delle comunità armena e caldea. A queste si aggiungono tre feriti e uno incarcerato. Fra le persone decedute il giovane Ejmin Masihi. In una lettera aperta gli attivisti di Article18 condannano la “brutale repressione” operata dal “regime di Teheran”.

Teheran (AsiaNews) - Vi sono diversi cristiani fra quanti sono stati uccisi o arrestati nelle proteste di piazza di queste settimane in Iran, represse con la forza dalle autorità in un quadro che, almeno nelle ultime ore, appare di relativa calma. È quanto denunciano gli attivisti di Article18, sito specializzato nel documentare abusi e limiti in tema di culto nella Repubblica islamica, rilanciando testimonianze di prima mano dai luoghi teatro delle manifestazioni. Fonti locali parlano di sette armeni-iraniani fra le migliaia di vittime - oltre 2400 secondo le cifre ufficiali, anche se gruppi attivisti parlano di oltre 12mila morti -, uno dei quali identificato come Ejmin Masihi (nella foto) come riferisce un portale di informazione legato alla comunità armena. 

Oltre alle sette vittime, all’interno della comunità cristiana iraniana si contano almeno tre feriti e una persona agli arresti. 

Le notizie filtrate in questi giorni relative a uccisioni, ferimenti e arresti mostrano quanto i membri delle comunità cristiane riconosciute (armeni e caldei) e di quelle non riconosciute (in larga parte formate da convertiti dall’islam) siano parte attiva nelle manifestazioni su scala nazionale. Le proteste divampate a fine dello scorso anno, e che dalle periferie ha raggiunto Teheran e gli altri centri più importanti del Paese, hanno visto milioni di iraniani di ogni provenienza scendere in piazza chiedendo la fine del regime, un miglioramento dell’economia e maggiori libertà. Del resto i cristiani iraniani hanno anche avuto un ruolo nelle proteste precedenti, comprese quelle del 2019, quando almeno un caldeo risultava fra le oltre 300 vittime; e ancora nel 2022/3 quando i giovani caldei hanno sostenuto le manifestazioni del movimento “Vita, donna, libertà” dopo la morte di Mahsa Amini con un bilancio complessivo di più di 500 morti. 

Oltre a denunciare l’uccisione di manifestanti cristiani, gli attivisti di Article18 hanno diffuso in questi giorni una lettera aperta in cui condannano quella che definiscono “brutale repressione” del malcontento da parte della leadership della Repubblica islamica. “I manifestanti - si legge nel documento - sono stati accolti con brutale violenza, compresi attacchi contro i feriti ricoverati negli ospedali. A seguito di un blocco quasi totale di internet, hanno cominciato a circolare notizie di un massacro, con diverse fonti attendibili che indicano che potrebbero essere state uccise migliaia di vittime, compresi bambini”. 

“Abbiamo una responsabilità morale e politica - prosegue la lettera aperta - verso i cittadini iraniani, in particolare dei bambini e dei giovani, che non chiedono altro che il rispetto dei diritti umani fondamentali e che invece sono sottoposti alle forme più estreme e brutali di violenza di Stato.

Riteniamo che i seguenti punti debbano ora essere affermati chiaramente e messi in atto pubblicamente: i cristiani e le persone di coscienza dovrebbero invitare i loro rappresentanti eletti a chiedere conto alle autorità iraniane e a dichiarare apertamente che le azioni del regime hanno violato il diritto internazionale”.

La Repubblica islamica “ha anche minato in modo significativo la sua legittimità attraverso la repressione sistematica e la violenza di massa. I Paesi dovrebbero richiamare i propri ambasciatori dall’Iran come chiaro segnale che le relazioni non possono continuare come se nulla fosse. Il regime iraniano non può più essere considerato un membro legittimo della comunità internazionale, avendo gravemente violato sia le leggi nazionali che quelle internazionali. Non deve esserci impunità - affermano gli attivisti cristiani - per i responsabili dei crimini contro il popolo iraniano. È giunto il momento di un cambiamento decisivo nella politica dei Paesi occidentali. Non si può tornare alla ‘normalità’ con questo regime”. 

“I governi devono anche considerare l’impatto positivo a lungo termine che la caduta di questo regime e l’emergere di un governo laico e democratico in Iran potrebbero avere, non solo per gli iraniani, ma anche per la stabilità regionale e globale. Il governo iraniano ha costantemente interferito in tutta la regione, alimentando conflitti e sofferenze in Libano, Iraq, Siria, Yemen e Palestina. Questo ruolo destabilizzante deve essere affrontato e portato a termine. La portata, la rapidità e la brutalità delle violenze in Iran richiedono una risposta urgente e basata su principi. È necessario perseguire risoluzioni forti a livello dell’Ue e dell’Onu per condannare le azioni del regime ed esprimere solidarietà al popolo iraniano. Esortiamo quindi la comunità internazionale, i governi, le Chiese e le organizzazioni internazionali - conclude la lettera aperta - ad andare oltre le misure simboliche e a sviluppare meccanismi efficaci per proteggere il popolo iraniano dalla violenza di Stato continua e sistematica. Quello che sta accadendo oggi in Iran non è una disputa politica interna, ma un attacco continuo alla dignità umana, alla vita e ai diritti fondamentali”.

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